Il dibattito
Gela, Ragusa, il Molise e Certosa di Pavia nel quadrilatero di una politica che si infiamma tra denunce di razzismo e precisazioni
Due amministratori meridionali contestano la ricostruzione del primo cittadino, meridionale pure lui, e chiedono chiarezza sulle sue accuse
Si accende il confronto politico a Certosa di Pavia dopo lo sfogo social del sindaco, il gelese Marcello Infurna, che ha denunciato di essere stato bersaglio di odio sociale all’indomani di un’assemblea pubblica sul progetto del data center. Nel post, il primo cittadino racconta di essere stato insultato e definito “duce” e “fascistello”, e di aver ricevuto l’invito, rivolto a lui e alla moglie, di “tornare da dove sono venuti”, con espressioni apertamente offensive verso le loro origini meridionali.
A intervenire sulla vicenda sono due amministratori che, come Infurna, provengono dal Sud: il ragusano Enrico Battaglia, capogruppo di opposizione ma della stessa area politica del sindaco di Certosa, e la molisana Alberta Samuele, sindaca di Borgarello. Entrambi ritengono necessario chiarire alcuni passaggi e quindi dare la loro versione dei fatti.
Nel post del sindaco – spiegano – si fa riferimento a una presunta campagna di ostilità attribuita a “soggetti ben precisi, tra cui anche esponenti istituzionali”. «Si tratta di un’affermazione generica che, in assenza di indicazioni puntuali, si presta
a interpretazioni allusive. Da chi ricopre incarichi istituzionali ci si aspetta che le responsabilità non si evochino, ma si indichino con chiarezza e si dimostrino con elementi oggettivi», affermano i due amministratori.
Battaglia aggiunge di condannare «ogni forma di insulto o aggressione, anche verbale», ma invita a non utilizzare episodi isolati «per delegittimare chi sta portando avanti, con correttezza, una battaglia politica e amministrativa legittima e trasparente». Rivendica la propria identità meridionale (da ragusano si definisce più meridionale di Infurna) e respinge «ogni tentativo di ricondurre il dissenso politico a categorie connotate da razzismo», un’impostazione che – sottolinea – «non appartiene né alla mia persona né all’opposizione, né al confronto istituzionale».

Il capogruppo contesta inoltre la rappresentazione della comunità certosina che, a suo avviso, emerge dal racconto del sindaco: «L’immagine che ne deriva è distorta: una comunità eterodiretta, pronta allo scontro fisico, incapace di formarsi un’opinione autonoma o attraversata da logiche discriminatorie». Una lettura che contrasta, sostiene, con la storia recente del territorio: «Certosa di Pavia ha eletto per dodici anni un sindaco di origine siciliana e oggi esprime rappresentanti istituzionali con origini meridionali. È una comunità aperta, matura, pacifica e inclusiva, che non può essere ridotta a rappresentazioni semplificate o strumentali».