la sentenza
"Salvini ministro della malavita", Roberto Saviano assolto dal Tribunale di Roma
Non fu diffamazione ma legittima critica storica: cade l'accusa dell'ex ministro dell'Interno per i post del 2018. Una sentenza che fa giurisprudenza e ridisegna i confini tra insulto e diritto di opposizione
Il Tribunale di Roma ha delineato un confine netto tra diffamazione e libertà di manifestazione del pensiero: Roberto Saviano è stato assolto dall’accusa di aver diffamato l’attuale vicepremier Matteo Salvini.
Al centro del procedimento figurava l’espressione “ministro della mala vita”, impiegata dallo scrittore in alcuni post sui social nel giugno 2018 per attaccare frontalmente l’allora titolare del Viminale.
La vicenda affonda nelle tensioni di un’estate politicamente rovente. In quel periodo, Salvini aveva annunciato che la scorta assegnata a Saviano dal 2006, a seguito delle gravi minacce del clan dei Casalesi, sarebbe stata “valutata”.
In un clima già esasperato dal dibattito sui soccorso in mare e sulla gestione dei flussi migratori, lo scrittore lesse quelle parole non come un semplice scontro personale, bensì come il segnale di un’ostilità aperta del potere verso chi denuncia i meccanismi criminali.
L’iter processuale è stato lungo, accidentato e segnato da forti tensioni. L’apice si è registrato all’udienza del 25 giugno 2025, quando Salvini si è presentato in aula rifiutandosi di ritirare la querela, innescando un durissimo confronto, verbale e prossemico, con l’autore di “Gomorra”.
Per il leader della Lega, quell’appellativo non rientrava nei confini della legittima critica politica, ma costituiva un’intollerabile allusione a una sua presunta vicinanza alla ’ndrangheta.
La difesa di Saviano non ha mai arretrato, rivendicando la matrice storica della formula e il cosiddetto “paradigma di Salvemini”. Fu infatti Gaetano Salvemini, nel 1910, a coniare l’espressione “Il ministro della mala vita” in un saggio polemico contro il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti.
I legali hanno inquadrato la frase non come un insulto personale, ma come una categoria polemica della tradizione democratica italiana, utile a denunciare reti di consenso distorte e abusi del potere.
La pronuncia assolutoria di primo grado afferma un principio di rilevanza giurisprudenziale: una critica anche aspra, se organicamente inserita in un contesto politico e culturale preciso, non si traduce automaticamente in diffamazione penale.
Saviano ha accolto il verdetto parlando di una persecuzione durata anni, ha ringraziato il suo avvocato Antonio Nobile e ha dedicato la decisione proprio a Gaetano Salvemini.
Non è mancato, a caldo, un ultimo affondo: secondo lo scrittore, avendo agitato per anni il tema della revoca della scorta, Salvini avrebbe di fatto preso in considerazione l’ipotesi di “consegnarlo ai clan”.