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21 aprile 2026 - Aggiornato alle 16:58
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IL DIBATTITO

615 euro, un avvocato e il Quirinale: la norma che ha messo in crisi il decreto sicurezza. Meloni: «Non è un pasticcio, andiamo avanti»

Dietro la linea del “buon senso” rivendicata da Palazzo Chigi, il caso degli incentivi ai legali per i rimpatri ha fatto emergere un conflitto politico e tecnico

21 Aprile 2026, 15:41

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Decreto sicurezza, Meloni difende il testo ma apre al correttivo: il nodo del Quirinale e la corsa contro il tempo

Dietro la linea del “buon senso” rivendicata da Palazzo Chigi, il caso degli incentivi ai legali per i rimpatri ha fatto emergere un conflitto politico e tecnico che racconta molto più di una semplice correzione normativa

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Non Palazzo Chigi, non il Quirinale. La sede scelta da Giorgia Meloni per provare a mettere ordine nel caso del decreto sicurezza è quella, molto più laterale, di un capannello di giornalisti a margine del Salone del Mobile di Milano. Poche frasi calibrate, ma sufficienti a fissare la linea del governo su una vicenda che nelle ultime 48 ore aveva assunto i contorni di un corto circuito istituzionale.

«Sul decreto sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc» ha detto la premier. La motivazione è tecnica: non c'erano i margini di tempo, durante la conversione parlamentare, per correggere la norma contestata. Ma la filosofia del testo, ha insistito Meloni, resta intatta.

Il punto più esplosivo è la disposizione aggiunta al Senato che prevede un compenso di 615 euro per il legale che assiste il cittadino straniero nel rimpatrio volontario assistito — ma solo «ad esito della partenza». Pagare il difensore esclusivamente se il proprio assistito lascia il Paese ha scatenato le critiche dell'avvocatura e acceso un faro al Quirinale: un legale incentivato verso un esito coincidente con l'interesse dello Stato, sostiene chi contesta la norma, non è più davvero un garante del cliente.

Meloni respinge l'impostazione senza mezzi termini. «Francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni» ha tagliato corto. «Non mi è esattamente chiara la ragione per la quale noi che riconosciamo il gratuito patrocinio all'avvocato che assiste il migrante che fa ricorso contro un decreto di espulsione non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato

Il ragionamento della premier punta a separare il piano giuridico da quello politico: il correttivo serve a sanare un rilievo tecnico, non a sconfessare il principio. «Almeno su questo mi pareva che fossimo d'accordo» ha aggiunto riferendosi allo strumento dei rimpatri volontari assistiti, invocato anche dall'Unione europea. «Ora scopro che non siamo d'accordo più neanche sul rimpatrio volontario assistito. Ma noi andiamo comunque avanti.»

Il calendario spiega l'urgenza della mossa. Il decreto-legge n. 23 del 24 febbraio 2026 — approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio e firmato da Mattarella il 24 — deve diventare legge entro il 25 aprile, altrimenti decade. Modificarlo alla Camera avrebbe quasi certamente imposto un nuovo passaggio al Senato, con il concreto rischio di superare la scadenza. Da qui la soluzione del provvedimento correttivo separato: salvare l'impianto, isolare l'incidente.

Anche il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha difeso alla Camera l'istituto dei rimpatri volontari assistiti, ricordando che si tratta di uno strumento già previsto da norme europee e nazionali — pur ammettendo la necessità di intervenire sulla norma contestata. Il segnale è chiaro: il governo ha preso atto che il testo uscito dal Senato non può rimanere intatto, ma non intende farlo passare come una ritirata.

Quella frase — «non è un pasticcio» — non chiude la vicenda, semmai ne fissa il terreno della battaglia. Per le opposizioni e per una parte del mondo giuridico, il bisogno di un correttivo last minute dimostra esattamente il contrario di quello che sostiene la premier. Nel mezzo, il lavoro silenzioso delle istituzioni per trasformare una frizione in una soluzione prima che diventi uno scontro.