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il caso

"Giù le mani dal nome di famiglia": gli eredi di Enrico Mattei lanciano un ultimatum al governo Meloni

Pietro invia una diffida formale a Palazzo Chigi per fermare lo sfruttamento del cognome nel Piano Africa. La famiglia accusa il governo di voler deformare la memoria del fondatore dell'Eni: "Siamo in totale antitesi, è un uso puramente propagandistico"

22 Aprile 2026, 19:28

19:30

"Giù le mani dal nome di famiglia": gli eredi di Enrico Mattei lanciano un ultimatum al governo Meloni

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Un freddo atto notarile inviato via PEC si è trasformato in un ordigno politico: la famiglia di Enrico Mattei ha intimato al governo guidato da Giorgia Meloni di fermarsi.

Il 27 marzo 2026, Pietro Mattei, nipote del fondatore dell’Eni, ha notificato una diffida formale alla Presidenza del Consiglio chiedendo l’immediata cessazione dell’uso del celebre cognome per il “Piano Mattei”.

In assenza di un passo indietro da parte di Palazzo Chigi, gli eredi annunciano un’offensiva legale senza precedenti, prefigurando azioni in sede civile e penale.

La disputa non riguarda una mera controversia su diritto d’autore o marchio di famiglia, ma investe il significato storico e politico dell’eredità di Enrico Mattei.

Secondo i discendenti, l’iniziativa del governo sarebbe in “totale antitesi” con la visione originaria, piegando il nome a finalità meramente propagandistiche e riducendo il progetto a una “scatola vuota”.

Per l’Esecutivo, il nodo è particolarmente sensibile. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, l’Esecutivo ha istituzionalizzato per legge il Piano Mattei, dotandolo di un fondo strategico da 5,5 miliardi di euro destinato a interventi in più ambiti, dallo sviluppo all’energia.

Solo poche settimane fa, al Vertice Italia-Africa di Addis Abeba del 13 febbraio 2026, la presidente del Consiglio Meloni ne aveva rivendicato con orgoglio i risultati sul piano internazionale, definendolo l’asse portante della propria strategia.

Il cuore dell’accusa mossa dai familiari risiede nel presunto tradimento della visione terzomondista e anticolonialista che rese celebre Mattei, l’uomo che sfidò le “Sette sorelle” offrendo ai Paesi produttori africani relazioni economiche paritarie e vantaggiose.

A loro giudizio, l’attuale impianto – bollato con durezza anche dalle opposizioni come operazione “predatoria” e di “messa in scena” – sarebbe in realtà subordinato all’interesse nazionale di contenere l’immigrazione irregolare, snaturando la promessa di una cooperazione realmente alla pari.

A complicare il quadro, si aggiunge un contenzioso parallelo con l’Eni per il recupero del patrimonio storico personale di Mattei. Gli eredi hanno adito il tribunale di Macerata per rivendicare documenti, corrispondenza e opere d’arte, tra cui due nature morte di Giorgio Morandi del 1919 e del 1941. La società, che di recente ha esposto tali lavori a Palazzo Esposizioni a Roma, li considera parte integrante del proprio nucleo storico aziendale.

Di fronte a Palazzo Chigi, ora, si profilano tre strade: ignorare la diffida e prepararsi allo scontro giudiziario; tentare una rapida mediazione politica; oppure incassare il pesante contraccolpo d’immagine di dover ribattezzare la sua principale strategia geopolitica.

I simboli, in politica, non sono mai neutri: spetta all’esecutivo dimostrare che invocare il nome di Mattei non sia stata un’appropriazione indebita della memoria, ma un atto di autentica continuità storica.