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26 aprile 2026 - Aggiornato alle 03:13
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l'intervista esclusiva

Buttafuoco: «Schifani lasci adesso, sia generoso e vada a Roma. Regione, il futuro è Mulè»

La proposta: «Nel 2027 saranno 1.200 anni dall’Emirato di Sicilia. Si vada subito a elezioni: più che un governatore serve un ministro degli Esteri plenipotenziario in stile Nicolosi per costruire un ponte con il Maghreb e il Medioriente»

26 Aprile 2026, 01:28

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Buttafuoco: «Schifani lasci, sia generoso e vada a Roma. Regione, il futuro è Mulè»

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«Il 2027 sarà un anno importantissimo per la Sicilia. Irripetibile, oserei». Quando chiacchieri con Pietrangelo Buttafuoco - e questa è una grazia laica che ricorre con una certa assiduità - devi abituarti a travalicare l’ovvietà. La realtà, talvolta. E quando il giornalista e scrittore, presidente della Biennale di Venezia, disegna un cerchio rosso sul calendario, la mente, corrotta dal logorio dei tempi (siculi) moderni, vola basso. Sulle cusuzze di casa nostra: le Regionali prossime venture, magari avvinghiate agli scenari romani in un succulento election day.
E invece no.
«Nel 2027 ricorrono i 1.200 anni dall’Emirato di Sicilia».
Ah, bene.
(Chiediamo l’aiuto da casa; anzi a Google: l'Emirato di Sicilia fu uno stato musulmano insulare, con capitale Palermo, nato dalla conquista islamica iniziata nell'827 e conclusa nel 902)

E questo che significa?
«Significa che l’asset fondamentale, strutturale, economico - e non stiamo parlando né di filologia, né di storiografia, né di organizzare un palinsesto di eventi culturali - è proprio quello di proiettare la Sicilia in una dimensione fondamentale, che è quella della politica estera, e quindi immaginare che diventi la piattaforma dove, ad esempio, davanti alla facciata meravigliosa del palazzo della Zisa, tutti i rappresentanti del Maghreb, dei Paesi del Golfo e del Medio Oriente possano ritornare per sentirsi a casa. Ricordo il fondamentale libro di poesia, I poeti arabi di Sicilia, quello di Francesca Corrao, figlia di Ludovico Corrao. Le connessioni sono tutte perfette. Non si tratta di fare biblioteche, si tratta di costruire futuro, perché se noi abbiamo avuto quella meraviglia che fu la rinascita di Gibellina, questa ebbe a determinarsi attraverso il genio di Corrao».


Sembra di capire che non si parli della celebrazione dell’anniversario con photo opportunity dei capi di Stato.
«Non sto proponendo di fare l'anniversario, sto proponendo una strategia, una visione, un progetto. Approfittare di questi 1.200 anni per far arrivare i piccioli veri, per un investimento che possa consentire di portare il mondo di domani, il mondo del futuro. È fondamentale che il futuro governo siciliano abbia questa consapevolezza. E ciò significa la realizzazione di tutta una serie di strutture, infrastrutture e progetti. Oltre al Ponte di Messina, che potrebbe rappresentare per le generazioni future ciò che la Statua della Libertà a New York rappresentò per l'infinità di immigrati che arrivarono per trovare l'avvenire, allo stesso modo ci sono progetti realizzabilissimi, quali il tunnel sotterraneo che dalla Sicilia arrivi alla Tunisia. E significa accelerare e dare una possibilità di prospettiva futura alla dinamo fondamentale della contemporaneità che è l'Africa».

In Sicilia si voterà alla fine dell’anno prossimo. Quindi l’incombenza celebrativa tocca al governo Schifani.
«Ora, tutto ciò presuppone anche una consapevolezza: io sono sicuro che Renato Schifani, nella statura che accompagna la sua personalità, capisca che è importante anticipare i tempi, perché tanto per lui c'è un orizzonte meritevole che è quello di Roma, qualunque sia la collocazione nazionale».

Schifani deve andarsene a Roma?
«La Sicilia, essendo io siciliano, la vivo proprio con gli occhi, col cuore, col sangue. In questo momento sto parlando affacciandomi sul Canal Grande. Ma quando torno a casa ho l'Etna e il concerto delle Madonie, dei Nebrodi, perché abitando negli Erei vedo tutta questa meraviglia e quindi so perfettamente cosa significhi restituire la Sicilia al suo avvenire. E c’è urgenza di andare alle elezioni subito. Individuare la personalità che possa fare innanzitutto politica estera».

Ora Zaia è un po’ più libero...
«Io lanciai quell’idea, in un’intervista di qualche tempo fa, ed era una bella idea. Oggi io e Zaia abbiamo un rapporto continuo, ci vediamo spesso nel suo fienile. Ma non penso a lui».

A chi, allora? E quando, come?
«Io immagino che un galantuomo come Schifani lo capisca e per un atto di generosità dia la possibilità di andare alle elezioni e di individuare le personalità che possono fare questo lavoro. Io credo che oggi l’unica personalità giusta, a leggere i giornali, sia quella di Giorgio Mulè».

Perché proprio Mulè?
«Perché lui conosce quelle realtà nell'orizzonte che ha a disposizione la Sicilia. Noi sappiamo di tutti quelli che volevano essere presenti e molto spesso non sono stati ricevuti perché non si capiva che cosa potessero apportare. Mulè, invece, con la sua esperienza, non fosse altro quella di viceministro alla Difesa, li ha conosciuti tutti e quindi ha la capacità di immaginare la creazione di istituti di cultura siciliani che siano presenti in tutte queste realtà».

Ma per governare la Sicilia ci vuole ben altro che un ponte culturale con Maghreb e Medioriente.
«Noi siciliani - tutti, siciliani di scoglio e di mare aperto, siciliani dell'entroterra e siciliani delle città, siciliani dei tre Valloni - abbiamo un spina conficcata: il fatto di essere periferia. Di essere considerati residuali e la tenaglia che la può togliere è la generosità di una personalità matura come Schifani, consapevole che sarebbe geniale secondo me che lui stesso, cedendo il passo, dia la possibilità di aprire una nuova stagione, trasversale. E poi Mulè è l’unico che può raccogliere un’eredità politica. È l'unico che può ricollegarsi alla grande tradizione di Rino Nicolosi, figlio della stagione della sinistra Dc, di personaggi del calibro di Mattarella, Lillo Mannino, Bernardo Alaimo...».

In tutto questo Fratelli d'Italia dovrebbe convincersi di saltare un altro giro per Palazzo d’Orléans.
«No, non ne faccio una questione di schieramenti politici, perché veramente bisogna andare oltre. Se il risultato del referendum ha dato un segnale, e il segnale l'ha dato, è che questo andazzo ormai si è esaurito. Liberandosi di tutte le logiche partitiche, politiche, di schieramento, veramente si può fare un’operazione trasversale».

Mulè potrebbe anche parlare al campo largo?
«Campo largo? In Sicilia certi meccanismi non funzionano: il successo a suo tempo del M5S sfasciava qualunque ideologia. Non stava certo vincendo la sinistra, anzi. Per questo accanto a Mulè ci starebbe benissimo uno come Mirello Crisafulli. Stiamo parlando di personalità che giustamente se ne fottono di queste logiche».

Dovremmo essere bravi a spiegarlo anche a Roma, perché le scelte molto spesso le fanno lì a tavolino.
«Io parlo da Venezia e posso assicurare che la Serenissima sta bene proprio perché evita accuratamente di trattenersi troppo con le vicende romane. Ci sono degli esempi belli. Io credo che uno come Mulè queste cose le colga perfettamente. Ci ricordiamo cosa fu la prima stagione di Nichi Vendola, le esperienze di Michele Emiliano, dello stesso Vincenzo De Luca. Non è che De Luca non mandasse a quel paese il Pd. Non è che tu vai a chiedere a loro: siete stati di campo largo, siete stati di centro-sinistra? E lo stesso vale anche dall’altra parte: Zaia non era prigioniero degli steccati o degli schemi. E l’entusiasmo che ha portato alla elezione del suo successore Alberto Stefani è coerente con il progetto di un territorio e non certo con le formule romane. Per questo sto dicendo qualcosa che non è un paradosso, ma una grande verità».

E qual è questa grande verità?
«Ci sono dei luoghi nell'immaginario italiano dove la sovranità si dà attraverso la decisione. In Sicilia noi abbiamo bisogno di generosità e questa generosità, secondo me, la coltiva una personalità come Schifani. Perché aspettare la fine della legislatura significa esaurire questa possibilità. E in una formula giornalistica dico: più che di un presidente di Regione abbiamo bisogno di un ministro degli Esteri, di un plenipotenziario che abbia la visione del futuro. Uno che lo può fare è Mulè, perché Mulè queste cose le capisce, le conosce e le ha praticate».

Chi altro potrebbe esserci nell'arca di Mulè?
«Il centrodestra siciliano ha avuto dei campioni di intelletto come Gianfranco Miccichè, che nella sua eccentricità è materia viva, ma anche teste libere come Fabio Granata, il cui lavoro da assessore alla Cultura è rimasto canone. Poi personalità importanti anche nella burocrazia: uno come Salvo Taormina, che ora è in pensione, possiede capacità e finezza. E poi, perché no, Cateno De Luca: noi siciliani abbiamo bisogno di tutta quella meravigliosa follia che abbiamo a disposizione».

Quasi quasi manca solo Crocetta...
«Eh sì, il ricordo di Crocetta volge in tenerezza...».

E Buttafuoco, in tutto ciò, che farà?
«In tutto questo, noi, dal fienile veneto, con Luca Zaia osserveremo, compiaciuti, la scena».