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Governo

Decreto ponte: via libera del Senato con voto di fiducia, ora tocca alla Camera

L'approvazione con 95 sì, 58 no e un astenuto; la conversione prevista entro il 10 maggio

29 Aprile 2026, 21:23

22:52

Decreto ponte: via libera del Senato con voto di fiducia, ora tocca alla Camera

Via libera del Senato al cosiddetto decreto ponte, con il voto di fiducia. L’aula l’ha approvato con 95 voti favorevoli, 58 contrari e un astenuto. Ora il provvedimento dovrà passare alla Camera per la conversione in legge che scade il 10 maggio.

Il nome con cui il provvedimento è entrato nel dibattito pubblico — “Dl Ponte” — racconta solo una parte della storia. Il decreto-legge 11 marzo 2026, n. 32, pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 marzo 2026 ed entrato in vigore il 12 marzo 2026, reca infatti “Disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari e concessioni”. Dentro ci sono il Ponte sullo Stretto, certo, ma anche il riassetto di funzioni commissariali su A24, A25 e Gran Sasso, misure che riguardano RFI, interventi legati a infrastrutture strategiche e una norma sulle concessioni demaniali marittime. È, in sostanza, un decreto-ombrello per opere sensibili, scadenze ravvicinate e procedure da rendere più rapide.

Il cuore politico del provvedimento: rimettere in carreggiata il dossier Ponte sullo Stretto

Il baricentro del decreto resta l’articolo 1, dedicato alla “Prosecuzione dell’iter approvativo del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria”. La ratio è esplicita: il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti deve compiere gli adempimenti necessari per conformarsi ai rilievi della Corte dei conti sugli atti che hanno segnato il rilancio del progetto. Non si tratta quindi di una semplice accelerazione politica, ma di un intervento costruito per ricucire il percorso amministrativo dopo i passaggi critici già emersi nei controlli di legittimità.

La norma prevede, in particolare, che il MIT proceda su più binari: sottoporre l’accordo di programma al controllo della Corte dei conti; istruire una nuova delibera del CIPESS; aggiornare il piano economico-finanziario della società concessionaria; acquisire il parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sulle tariffe di pedaggio; coinvolgere il Consiglio superiore dei lavori pubblici sui profili tecnici più complessi; e proseguire il dialogo strutturato con la Commissione europea sulla compatibilità del progetto con il diritto dell’Unione. È un impianto che punta a rendere più robusto il fascicolo prima del salto successivo.

Un altro passaggio cruciale riguarda la fase successiva: solo dopo l’efficacia dell’accordo di programma e della nuova delibera CIPESS, il MIT potrà sottoscrivere con la società concessionaria un atto aggiuntivo alla convenzione, allegando il piano economico-finanziario aggiornato. Anche quell’atto dovrà poi tornare davanti alla Corte dei conti per il controllo preventivo di legittimità. È il segno di una procedura che, almeno sulla carta, tenta di conciliare spinta politica e presidio giuridico.

Non solo il ponte: commissario anche per le opere ferroviarie a terra

Dentro il decreto c’è poi un elemento meno mediatico ma decisivo: l’amministratore delegato pro tempore di RFI viene nominato Commissario straordinario per la realizzazione degli interventi infrastrutturali ferroviari complementari al collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. In altri termini, il ponte non viene trattato come un oggetto isolato: il governo lega espressamente l’opera principale ai raccordi ferroviari e alle connessioni di sistema, cioè al punto che più spesso decide la reale utilità di una grande infrastruttura.

Il commissario potrà nominare subcommissari interni a RFI, senza nuovi oneri per la finanza pubblica, e l’incarico durerà fino all’entrata in esercizio effettiva degli interventi. È una scelta che sposta il baricentro operativo verso il gestore della rete ferroviaria nazionale, nel tentativo di ridurre la frammentazione decisionale e accelerare la parte meno visibile ma più sostanziale del progetto: gli innesti, i collegamenti, la funzionalità complessiva.

Il rilievo dell’ANAC: “serve una nuova gara”

Il fronte più critico, tra quelli istituzionali, è arrivato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione. In audizione al Senato sul decreto, il presidente Giuseppe Busia ha sostenuto che il nuovo impianto normativo non risolverebbe il nodo della necessità di una nuova gara per il Ponte sullo Stretto, richiamando il rischio che la spesa prevista superi il 50% di quella originariamente posta a base. Secondo ANAC, per un’opera di questa portata servirebbero un progetto esecutivo unitario, maggiore chiarezza sui costi complessivi, una piena coerenza con la normativa europea e controlli rafforzati, anche in funzione antimafia e di presidio sui subappalti.

La posizione dell’Autorità è tutt’altro che marginale. Non blocca automaticamente il percorso legislativo, ma segnala che il rischio non è soltanto politico: è giuridico, regolatorio e perfino reputazionale. ANAC insiste sul fatto che un’infrastruttura simile, per scala economica e complessità tecnica, dovrebbe poggiare su un progetto unitario e su un quadro di responsabilità più trasparente. È un messaggio che tocca il cuore della discussione: non se il ponte sia desiderabile in astratto, ma se l’architettura scelta per realizzarlo sia sufficientemente solida per resistere a ricorsi, aumenti di costo e possibili attriti con Bruxelles.

Le obiezioni non cancellano il dato politico

Eppure, il voto del Senato consegna al governo un risultato politico pieno. La fiducia ottenuta mostra che la maggioranza considera il decreto una leva strategica, non soltanto sul piano infrastrutturale ma anche sul terreno dell’indirizzo politico: riaffermare che le grandi opere non possono restare ostaggio di stop, rinvii e sovrapposizioni burocratiche. In questo senso, il Dl Ponte diventa quasi un manifesto di metodo: più commissari, più centralizzazione, più concentrazione dei poteri decisionali.

Resta però una tensione di fondo. Da un lato l’esigenza di accelerare; dall’altro la necessità di non comprimere troppo le garanzie. Ogni volta che il legislatore prova a semplificare per correre, una parte delle istituzioni di controllo ricorda che la velocità, se mal costruita, può trasformarsi in fragilità procedurale. E il ponte, in Italia, ha una memoria lunga: ogni passo in avanti porta con sé il fantasma del passo indietro successivo.