l’intervista
D’Agostino: «Rimpasto? Non cambia granché Occasione persa, colgo diffidenza su Catania»
Il forzista catanese critico: «Schifani mi aveva chiesto la disponibilità e io avevo accettato. E poi... boh? Oggi mi è passata la voglia»
Onorevole Nicola D’Agostino, come si sente dopo le titaniche fatiche del travagliato rimpasto nel governo regionale? Dica la verità: quanto c’è rimasto male?
«Ho letto il suo fondo: molto duro, forse andava meglio bilanciato con le positività che pure non mancano. Ma comprendo che dopo quattro mesi di dichiarazioni contraddittorie e due anni di faide parlamentari possa emergere questo quadro di tristezza. La verità è che questo rimpasto era una occasione favorevole per trovare nuovi equilibri, rinnovato vigore, ma non mi pare sia cambiato granché. Probabilmente nella mente di Schifani, coerentemente, è giusto così».
Non ha colto il senso della domanda. O magari ha fatto finta di non coglierlo. Il riferimento, per la verità, era alla nomina di Caruso ad assessore alla Salute.
«Capisco a cosa voglia alludere... Schifani aveva in effetti annunciato il cambio dei due assessori tecnici a gennaio, davanti a Tajani e a tutto il gruppo, con due parlamentari del gruppo. Ci ha ripensato, peccato per l’impegno disatteso. Ma tant’è. Consentitemi però una battuta: dopo di me, Caruso è il miglior assessore alla Sanità che può esserci! Dunque, lo aiuteremo a fare il meglio».
Al meglio non c’è mai fine. Così come al peggio. Ma, sia sincero, alla Regione le cose vanno bene o male?
«Beh, i conti sono a posto, nulla da ridire. Così come alcune scelte infrastrutturali sono state effettivamente avviate, ma gli effetti li vedremo nel tempo. Alcune norme e diversi bandi incoraggiano lo sviluppo economico, il Cts funziona ora con efficienza, altri interventi mirano a rilanciare l’immagine della Sicilia. Questa è però una narrazione a uso interno».
Una definizione alquanto criptica. Sia più esplicito: cosa vuole dire?
«Se parliamo con le persone ci dicono che il lavoro non è cresciuto, che l’impoverimento medio è aumentato, che i giovani continuano a fuggire anche per studiare, che le strade vanno asfaltate, che tangenziali e autostrade sono un incubo, che gli scandali sono troppi e riguardano tutti i partiti di maggioranza, che in agricoltura c’è molta insofferenza, che la burocrazia continua a essere un dramma, che manca trasparenza nelle procedure, e soprattutto che la sanità è sulla soglia del disastro».
Descrive una situazione preoccupante. E cosa bisogna fare?
«Intanto non fare finta di nulla, poi cambiare i sistemi e avere coraggio di dare anche segnali di discontinuità. Il vento sta cambiando, sarebbe un peccato mortale andare a elezioni e perdere per insipienza. I problemi sono enormi, facciamo emergere energie e competenze».
È una nuova autocandidatura ad assessore regionale?
«No, la prego... Mi è bastato esserlo in pectore, ma servono un cuore sincero e altri talenti di cui non dispongo. In effetti poteva essere il mio turno già dopo le Europee, per mantenere un presidio catanese di Forza Italia. Mi sbaglierò, ma colgo diffidenza verso la nostra provincia. Schifani di recente mi ha convocato e chiesto nei giorni scorsi se fossi disponibile. E per la verità avevo anche accettato volentieri, viste le difficoltà della Sicilia, per dare una mano, avendo in questi venti anni maturato buone competenze. Poi, boh? Mi è dispiaciuta questa inutile esposizione mediatica. Oggi mi è passata la voglia».
Proviamo a fargliela tornare. Pensiamo al futuro?
«Pensiamo al presente, a chiudere meglio possibile questa legislatura, per non avere troppi rimpianti e sfruttare al meglio le risorse che ci siamo ritrovati anche per gli effetti benefici degli ultimi tre presidenti. Il futuro poi si vedrà. Certo, serviranno visione e metodi differenti. Sono certo che una rinnovata Forza Italia guidata da Nino Minardo sarà all’altezza del compito».