IL RETROSCENA
Schifani maglia nera, il "dopo di lui" per i leader non è più un tabù
«La Sicilia gli è sfuggita di mano». A Roma nel centrodestra si ragiona già sui nomi e date: la "maledizione del secondo mandato". Ma per ora tutto rimandato a dopo le Amministrative
Chissà se gli saranno fischiate le orecchie. Mentre a Fiumicino Renato Schifani sale sull’aereo che lo sta per riportare a Palermo, in uno dei palazzi più influenti della politica romana si parla di lui. E non tanto per il sondaggio di Swg che lo vede ultimo in Italia nella classifica dei governatori, confermando posizione e gradimento al 25%. «In Sicilia la situazione gli è sfuggita di mano da un bel pezzo», sentenzia un leader nazionale del centrodestra finora lealista con l’attuale inquilino di Palazzo d’Orléans.
Senza girarci troppo attorno: il caso Sicilia, a Roma, è sul tavolo da qualche tempo. E il “dopo di lui” non è più un tabù. Il punto, nei dialoghi sempre meno segreti fra i pezzi grossi della maggioranza, non è più se Schifani sarà ricandidato. Ma chi dovrà esserci in campo al suo posto. E quando si tornerà al voto.
È la “maledizione del secondo mandato”, che ha colpito tutti i presidenti della Regione (tranne Totò Cuffaro, rieletto e poi affondato da “ben altri palazzi”) da quando c’è l’elezione diretta. Sembra il progressivo materializzarsi di una beffarda legge del contrappasso: così come, in quelle tormentate ore di agosto del 2022, furono i vertici nazionali della coalizione, in un gioco di prestigio fra Roma, Villa Certosa e Ragalna (in “provincia” di Paternò), a tirare fuori dal cilindro l’ex presidente del Senato, adesso saranno gli stessi leader a decidere il destino di Schifani. Due sono ancora lì: Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Ma Silvio Berlusconi non c’è più. E la debolezza di Antonio Tajani, messo in discussione dagli eredi del Cav, diventa un’altra zavorra per il governatore forzista uscente. «Marina e Pier Silvio gli chiedono di rinnovare il partito - ragiona a voce alta un azzurro di peso - e Tajani è già in difficoltà a mantenere il suo ruolo nel partito, figuriamoci se può spendersi per il presidente di Regione più anziano d’Italia». Che, a 76 anni appena compiuti, è pure il meno apprezzato per il secondo anno consecutivo. In questo senso, anche il commissariamento del partito siciliano, con Nino Minardo al posto di Marcello Caruso (segretario particolare di Schifani, poi ristorato con l’assessorato alla Salute), è un segnale molto preciso.
Ma non è soltanto una questione di Forza Italia. La Sicilia aveva già raccontato, senza alcuna smentita, del “mal di Sicilia” sofferto soprattutto dalla premier. «Non me ne occupo», il mantra meloniano, legato soprattutto alla raffica di scandali giudiziari (alcuni anche riguardanti FdI). Dopo i risultati disastrosi del referendum sulla Giustizia nell’Isola, la premier ha capito che delle cose sicule non può lavarsene le mani. Anche perché, in un sondaggio planato in Via della Scrofa qualche tempo fa, il dato sulla Sicilia era «preoccupante»: se il campo progressista si presentasse unito, per il centrodestra sarebbero a rischio 8 collegi uninominali su 12 alla Camera e 4 su 6 al Senato. Si accelera dunque sulla modifica della legge elettorale, ma c’è anche un piano per “riconquistare il Sud” (con una «cabina di regia» affidata al sottosegretario Luigi Sbarra) e la Sicilia. Dove, ragionano gli sherpa romani della coalizione, «i buoni dati economici vengono oscurati dalla litigiosità di una maggioranza che Schifani non controlla più». Come peraltro dimostra l’ennesima sconfitta di ieri all’Ars sulla norma “blocca-assunzioni”, con l’intervento di Giorgio Assenza, capogruppo di FdI, che suona come il de profundis della legislatura. A Palazzo d’Orléans non basta più l’asse di ferro con la Lega di Luca Sammartino e ciò che resta della Dc di Cuffaro. Tanto più che anche Salvini è molto «laico» sul bis. «Se qualcosa non va, si cambia», il senso della linea data ai suoi.
Allora che si fa? E quando? L’unica scadenza sin qui fissata dal centrodestra è «ne parliamo subito dopo le amministrative». Ma a Roma, da settimane, ricorre una profezia: «In Sicilia si voterà a ottobre». Un passaparola talmente diffuso da essere ironicamente esorcizzato dallo stesso Schifani: «Ha indovinato il mese, ma ha sbagliato l’anno», la risposta a Cateno De Luca. Su cosa sia fondato lo scenario di elezioni regionali anticipate non è dato saperlo. Qualcuno confida in un’altra «picconata» della magistratura (con voci, tanto incontrollate quanto non confermate, di inchieste a Palermo e a Catania), altri vagheggiano di mozioni di sfiducia da concordare con pezzi dell’opposizione per poi uscire allo scoperto con la copertura dei partiti nazionali. Ma i più realistici sussurrano di una trattativa già avviata sottotraccia con il presidente della Regione a cui sarebbero garantite «un’uscita di scena a testa alta e una buonuscita politica a cui non potrà dire di no». Ma questo, più che a ottobre prossimo, potrebbe avvenire nella primavera del 2027.
E se questi discorsi sembrano ancora nebulosi, molto più nitido è il ragionamento sul candidato da mettere in campo al posto di Schifani. Anche se ora il toto-nomi ha poco valore. In un contesto in cui, proprio come nel 2022, peseranno molto più gli equilibri di forza fra i partiti nazionali che le preferenze locali. Forza Italia punta a tenersi la Sicilia. E Tajani, prima che il suo potere interno s’incrinasse, aveva bisbigliato a qualcuno l’idea di Caterina Chinnici. Ma oggi il nome più in voga è quello di Giorgio Mulè. Molto apprezzato dai figli di Berlusconi e in particolare da Marina. Fino al punto da far arrivare il gradimento fino a Meloni? Magari non sarà così, eppure il vicepresidente della Camera - e l'endorsement di Pietrangelo Buttafuoco non c'entra - da qualche settimana non risponde più col solito «grazie, non mi interessa» a chi prova a stuzzicarlo sulla candidatura. Mulè, invece, sarebbe tanto più interessato quanto prima si andasse alle urne. Segnali di attenzione sulla sua discesa in campo arrivano da ambienti di FdI, ma anche De Luca potrebbe essere della partita. I meloniani, però, non abbandonano l’idea di una loro scalata. Soprattutto se, come va ripetendo il commissario Luca Sbardella, «Forza Italia, che ha fatto scelte divisive alle amministrative, si confermasse un alleato poco affidabile». FdI tiene le carte coperte. E, se Gaetano Galvagno sembra convinto di voler restare fuori dalle nomination (ma non dai giochi), nel partito sembra profilarsi un derby sottotraccia: da una parte i nostalgici, soprattutto catanesi, sostenitori del gran ritorno di Nello Musumeci; dall’altro i futuristi, perlopiù palermitani, convinti che Carolina Varchi sarebbe «il miglior segnale di discontinuità». E la Lega? Se dovesse cedere a FdI la Lombardia, potrebbe rivendicare la Sicilia. Ma Salvini si limita a ripetere: «Diremo la nostra». Nello scegliere chi sarà il candidato migliore o magari, come quattro anni fa con il «ColonNello», nel decidere la bocciatura di quello sgradito.