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il caso

Cuffaro, i fedelissimi e il divieto di incontrare i politici: «Patteggiamento? Come un daspo»

Dall’ex segretario regionale Dc Cirillo all’ex guida della Sas Pantò: critiche ai magistrati dopo il provvedimento che impone all'ex governatore una serie di prescrizioni

18 Maggio 2026, 07:41

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Cuffaro, i fedelissimi e il divieto di incontrare i politici: «Patteggiamento? Come un daspo»

«Sentenza inquietante», «lettera scarlatta», «daspo politico». Dirigenti di partito, fedelissimi, semplici amici. Sono tanti i “cuffariani” che non hanno mandato giù le modalità con le quali l'ex governatore ha patteggiato una pena di tre anni, nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Palermo su Regione e sanità. E hanno deciso di uscire a poco a poco allo scoperto, attraverso post, note e lettere inviate ai giornali.

In realtà già l'assessora Nuccia Albano, in occasione del suo rientro in giunta e prima del patteggiamento, aveva parlato di un partito «vittimizzato senza un motivo». Ma l'ex segretario regionale del partito, Stefano Cirillo, usa parole molto nette: «La sentenza di patteggiamento – dice - non rappresenta soltanto una condanna penale. Rappresenta qualcosa di molto più profondo, inquietante e politicamente pesante. Non siamo davanti alla sola punizione di un reato. Siamo davanti all’introduzione di un vero e proprio “daspo politico e sociale” che non ha precedenti nella storia recente della Repubblica».

Cirillo, in particolare, contesta il divieto per Cuffaro di incontrare politici e amministratori: «Come se la sua sola presenza – prosegue - fosse considerata pericolosa. Come se fosse diventato una sorta di soggetto “radioattivo”, capace di contaminare chiunque gli stia vicino. Ed è proprio questo il punto più grave della vicenda. Perché una democrazia può condannare un uomo per ciò che ha fatto, ma nel momento in cui pretende di isolarlo dalle relazioni politiche e sociali entra in un terreno estremamente delicato, quello della limitazione indiretta della partecipazione democratica. Secondo Cirillo, la sentenza non «colpisce soltanto il cittadino Cuffaro. Il messaggio è chiaro, chi entra in contatto con lui rischia di essere guardato con sospetto. Da quando – si chiede - una sentenza può stabilire con chi un uomo possa parlare politicamente? Il messaggio che arriva è semplice e durissimo, non viene giudicato soltanto un uomo, ma rischia di essere marchiato un intero mondo di relazioni, amicizie, percorsi politici e umani».

Parole rilanciate da un altro fedelissimo. Mauro Pantò ha guidato a lungo la mega azienda Sas, prima che le polemiche su presunti favoritismi nelle assunzioni lo portassero alle dimissioni: «Mi sovviene la lettera scarlatta di Hawthorne – scrive - un marchio indelebile, una musica costante direbbe Paolo Maurensig». E dopo avere lodato «la parte migliore del Cuffaro uomo» che «resterà sempre un esempio», conclude: «Non si può trasformare una pena in isolamento politico e umano».

Ma non sono in pochi ad avere mostrato solidarietà in privato, o nelle chat dei dirigenti democristiani. Anche Andrea Piazza, avvocato e fratello di Emanuele, vittima di mafia, è stato un responsabile del dipartimento “Giustizia e legalità” della Dc siciliana. Dopo essersi presentato come un «amico " reiterato " di Totò Cuffaro», Piazza contesta «la misura limitativa comminata», considerata «assolutamente illegittima, ovverosia in palese violazione dei principi generali che regolano i diritti della persona, come i diritti civili, la libertà di espressione, il diritto di autodeterminarsi, una vera e propria violazione dei principi fondanti alla base della nostra carta costituzionale, nonché della convenzione dei diritti dell'uomo. In senso lato – conclude - sarebbe come imporre ad un essere umano di non respirare non appena ritornato in superficie».