Il caso
L'ex sottosegretario Delmastro condannato anche in appello: "Il fatto costituisce reato"
Il caso Cospito continua a pesare sull'ex esponente del governo, dimessosi a marzo. In aula l'annuncio della difesa: "Andiamo in Cassazione"
La Terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna a otto mesi nei confronti di Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, imputato per rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda relativa all’anarchico Alfredo Cospito.
I giudici hanno respinto la richiesta della Procura generale, che anche in appello, come avvenuto in primo grado, aveva sollecitato l’assoluzione con la formula "perché il fatto non costituisce reato".
Dopo oltre due ore di camera di consiglio e la lettura del dispositivo, Delmastro — dimessosi dall’incarico di governo dopo il caso "Bisteccheria" — ha lasciato la Corte d’Appello senza rilasciare sostanzialmente dichiarazioni. "Sicuramente faremo ricorso in Cassazione", ha affermato uscendo da piazzale Clodio, aggiungendo in una nota di "non condividere la decisione. Non ho intenzione di fermarmi qui. Con quattro richieste assolutorie, nella certezza di riuscire finalmente a dimostrare la correttezza del mio operato, senza se e senza ma".
Il suo legale, l’avvocato Andrea Milano, si è detto "deluso e stupito della sentenza: andremo fino in fondo", sostenendo che, come "detto anche dalla Procura generale, le presunte notizie rivelate non erano segrete".
Al centro del processo vi sono alcune dichiarazioni rese in Parlamento da Giovanni Donzelli, all’epoca vicepresidente del Copasir e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, nel febbraio di tre anni fa. In Aula, Donzelli riferì il contenuto di conversazioni avvenute durante l’ora d’aria nel carcere di Sassari tra Cospito — poi protagonista di un lungo sciopero della fame contro il regime del 41 bis — e detenuti di camorra e ’ndrangheta, anch’essi sottoposti al carcere duro.
Secondo gli atti, Donzelli aveva ottenuto quelle informazioni proprio da Delmastro, che aveva la delega al Dap. Il materiale condiviso dall’allora sottosegretario proveniva da un’informativa dell’amministrazione penitenziaria, contrassegnata dalla dicitura "a limitata divulgazione", redatta sulla base dell’osservazione dei detenuti e che lo stesso Delmastro aveva chiesto di consultare. Dai colloqui emergeva l’auspicio che la protesta contro il 41 bis diventasse una battaglia comune tra i capi mafiosi e l’anarchico.
Nella requisitoria in appello, il sostituto procuratore generale Tonino Di Bona, motivando la richiesta di assoluzione, aveva sostenuto che "non vi era certezza sulla segretezza" degli atti divulgati, sui quali "c’era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalata la riservatezza".
Una tesi già respinta dai giudici di primo grado, che nelle motivazioni avevano scritto che "la comunicazione di tali notizie" aveva "comportato un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità", aggiungendo che Delmastro "non può essere ritenuto tanto leggero e superficiale, come per certi versi vorrebbero difesa e procura, da non aver considerato e non essersi reso conto della valenza e delicatezza, e in definitiva della segretezza, di quelle informazioni."