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L'intervista

Il ministro Pichetto Fratin traccia la rotta: «Sicilia centrale per le energie rinnovabili, ma serve anche il nucleare»

Il titolare dell'Ambiente, ospite della nostra redazione, afferma: «Non si può tappezzare il territorio di pale eoliche e pannelli solari. I mini reattori occupano poco spazio»

21 Maggio 2026, 09:17

Il ministro Pichetto Fratin traccia la rotta: «Sicilia centrale per le energie rinnovabili, ma serve anche il nucleare»

«L’Italia deve affrontare il trilemma energetico: sicurezza delle forniture, competitività dei costi e sostenibilità economico-ambientale. E in questa grande sfida, la Sicilia sarà decisiva, per la capacità di implementare le rinnovabili e per la sua posizione nel Mediterraneo. Ma, poiché non possiamo tappezzare il nostro Paese, che è il più bello al mondo, di pale eoliche e pannelli fotovoltaici, bisognerà pensare al nucleare». Parola di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che - intervistato nel corso della sua visita alla redazione de La Sicilia - parla di attualità e prospettive della questione energetica, una tra le più grandi sfide contemporanee per l’Italia e per l’Europa.

Il conflitto in Medio Oriente ha sconvolto le economie europee, portando a un’inflazione più elevata, a una crescita potenzialmente minore e a uno stallo per i policymaker. L'interconnessione dell'Europa e la mancanza di riserve energetiche l'hanno lasciata esposta alle oscillazioni dei mercati globali. Inoltre, le Capitali europee sono assenti dai negoziati di Washington che plasmano la stabilità energetica del Medio Oriente.

«Effettivamente l’Europa, che non si aspettava la decisione congiunta di Israele e Usa di entrare in guerra con l’Iran, è stata spiazzata ed è rimasta emarginata. Purtroppo la guerra e la crisi del Golfo Persico e la chiusura, come rappresaglia da parte di Teheran, alla navigazione nello Stretto di Hormuz delle petroliere, ha fatto venire meno circa il 20% dell’offerta di petrolio. Di questo 20% l’Europa ne riceve una minima parte, le forniture più consistenti sono per la Cina, la Corea del Sud ed il Giappone. Tuttavia, il venire meno di quasi un quarto del petrolio mondiale in costanza di domanda ha generato una lievitazione dei prezzi a livello globale perché i Paesi che vedevano diminuire le consegne si sono riversati sugli altri mercati per poter integrare l’approvvigionamento di materia prima. Aumentando la richiesta, sono cresciute le quotazioni del petrolio, che ha superato i cento dollari al barile, e del gas, il cui prezzo è stabilito nel Ttf, passato in due giorni dai 28-30 euro a MWh ai 62 euro: è raddoppiato. L’aumento delle materie prime energetiche si è riflesso sul costo dei carburanti alla pompa e dell'energia, che fa lievitare l’inflazione».

L’obiettivo dell’autonomia energetica resta lontano. Dipendevamo dalla Russia per l’import di gas, ora dall’Algeria. Al netto della diversificazione energetica interna, sempre dipendenti siamo.
«È vero. Siamo sempre esposti al rischio di essere strozzati da chiunque voglia alzare la posta in gioco. Noi utilizziamo circa 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 58 importati. Ciò che importavamo dalla Russia, dopo le sanzioni a Mosca per la guerra contro l’Ucraina, le importiamo per 20 miliardi dall’Algeria, per 10 miliardi dall’Azerbaijan, importiamo anche dalla Libia tramite la pipeline che passa dalla Sicilia, ma che viene utilizzata solo per il 20-30% della sua effettiva capacità per l’instabilità del Paese africano; 6 miliardi arrivano dalla Norvegia, attraverso la pipeline del Passo di Gries, il resto ci arriva come Gnl. Lo stesso vale per l’energia elettrica: siamo dipendenti all’80% dall'estero (40-41% dal termoelettrico e 40-41% dall’import). Poi ci sono le rinnovabili: sono per metà ancora idroelettrico, poi eolico, fotovoltaico e geotermico. Queste energie hanno avuto un incremento notevole negli ultimi tre anni: 30 miliardi di KWh, che è quasi il 10% del nostro consumo. La nostra produzione nazionale è deficitaria per almeno il 20% e suppliamo attraverso l’import di elettricità dalla Francia che la produce con le centrali nucleari».

Secondo gli ultimi dati complessivi, nel 2025 la Regione Siciliana ha concluso positivamente gli iter autorizzativi per una potenza complessiva di 3,7 GW tra fotovoltaico, agrivoltaico ed eolico. I timori di molti territori riguardano l'impoverimento e il consumo del suolo e che la ricchezza generata viaggi verso società estere. È necessario porre dei limiti? O lo sarà nel futuro, continuando con questo ritmo?
«L’energia prodotta da fonti rinnovabili sarà la spina dorsale del nostro futuro mix energetico. Serve perché contribuisce a raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione europea, che puntano ad azzerare le emissioni nette di gas serra e raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. Per la prima volta, nel 2025 la produzione di energia rinnovabile ha superato quella prodotta da fonti fossili, confermando che siamo assolutamente in linea con quanto previsto dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, che punta all’installazione di 131 GW di potenza installata da fonti rinnovabili entro il 2030. Ogni Regione è chiamata a dare il proprio contributo e la Sicilia è tra le più virtuose. Sono anch’io d’accordo sul principio che non possiamo tappezzare il nostro Belpaese di pannelli solari e di pale eoliche. L’Italia è il Paese più bello al mondo e la salvaguardia del paesaggio è una priorità per noi».

Con 1.324 progetti fra eolico e fotovoltaico per 44,5 GW di potenza, di cui autorizzati per 11,1 GW, la Sicilia è la prima regione nel permitting. La Sicilia può essere vista sempre più come un hub energetico che può fare da ponte tra Europa e Africa?
«La Sicilia vale tantissimo per l’Italia e, in prospettiva, lo sarà anche per l’Europa diventandone un fornitore. Questo si rifletterà sul costo dell’energia elettrica riducendolo significativamente. Con la zonizzazione, nel futuro ci sarà un rapporto più virtuoso tra produzione e costi. E, quindi, vedo per la Sicilia un grande futuro perché, grazie proprio all’implementazione delle rinnovabili, godrà di una condizione di forte vantaggio rispetto ad altre di cui si avvantaggeranno le famiglie e, soprattutto, le imprese che, pagando meno l’energia, potranno essere più competitive sui mercati».

Approvato dalla Camera il disegno di legge delega sul nucleare. Quanto ci vorrà prima che l’Italia torni a produrre dal nucleare?
«Il via libera delle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera al disegno di legge sul nucleare rappresenta un passaggio importante per costruire un futuro energetico più sicuro, sostenibile e indipendente per l'Italia. Potrebbe diventare un'alternativa in prospettiva futura, una volta che saranno cadute tutte le pregiudiziali del passato, in modo particolare per la Sicilia. Il quadro descritto sopra sulla situazione energetica durerà ancora per diversi anni, quindi sono necessari, da un lato, interventi più puntuali d'aiuto e, dall'altro lato, aumentare la produzione di energia per arrivare al famoso disaccoppiamento di fatto e non di formula, facendo contratti a lungo termine a prezzo inferiore da chi produce da eolico o fotovoltaico. È necessario, secondo la valutazione che stiamo facendo, integrare il sistema di produzione di energia elettrica con una quota nucleare che stimiamo tra l’11 e il 22% Che è il cosiddetto nuovo nucleare: non è più tempo di grandi centrali, ma di mini centrali modulari (Smr o Amr, ndr) che danno maggiore garanzia di sicurezza e occupano piccole superfici. Per fare un esempio, un reattore da 300 MW di potenza può occupare cinquecento metri quadri. Prevediamo che possano essere realizzati tra il 2030 e il 2034. Lo decideranno le generazioni future, che probabilmente potranno fare scelte basate sul merito piuttosto che sulle ideologie. E con il nucleare sostenibile di nuova generazione, oltre ad aumentare la produzione energetica nazionale, e rendere meno costosa l’energia elettrica, avremo, tra gli altri vantaggi, anche il risparmio del suolo e la protezione del nostro paesaggio».