IL DOSSIER
Immigrazione, i numeri del governo Meloni tra propaganda e realtà: cosa dicono davvero sbarchi, rimpatri e nuova stretta europea
Dal calo degli arrivi ai rimpatri rivendicati da Fratelli d’Italia, fino alla partita che ora si gioca a Bruxelles: dietro gli slogan c’è una fotografia più complessa, e molto più interessante, di quanto sembri
Alle 8 del mattino del 31 maggio, nel cruscotto del ministero dell’Interno, il numero fermo in alto è 11.471. Non è soltanto una cifra amministrativa: è il modo in cui lo Stato misura, giorno dopo giorno, una delle questioni più esplosive della politica italiana. Attorno a quel dato, e a quelli che lo accompagnano, Fratelli d’Italia ha costruito una nuova offensiva comunicativa: il governo di Giorgia Meloni, sostiene il partito, avrebbe ridotto gli sbarchi, aumentato i rimpatri e spinto perfino l’Unione europea verso una linea più dura. I numeri, però, meritano di essere letti per intero, non solo sventolati.
La tesi politica è chiara. Nel dossier rilanciato da FdI, il partito rivendica un calo del 43% degli sbarchi nei primi cinque mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2022, un aumento del 50% dei rimpatri nel 2025 rispetto al 2022 e 2.967 rimpatri tra gennaio e aprile 2026, con una crescita sia dei rimpatri forzati sia dei rimpatri volontari assistiti. È una narrazione politicamente efficace perché compatta in tre numeri una promessa di controllo: meno arrivi, più espulsioni, più deterrenza. Ma è proprio qui che conviene fermarsi e verificare.
Gli sbarchi: il calo c’è, ma il confronto cambia il racconto
Partiamo dal dato più forte: gli arrivi via mare. Il Cruscotto statistico giornaliero del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione indica che al 31 maggio di quest'anno i migranti sbarcati in Italia erano 11.471. Nello stesso periodo del 2025 erano 22.971; nel 2024 erano 21.113. Se il confronto è con i due anni immediatamente precedenti, il calo è netto e non discutibile: circa la metà rispetto al biennio 2024-2025.
Il punto più delicato riguarda invece il paragone con il 2022, che è il riferimento politicamente scelto dalla maggioranza perché coincide con l’anno dell’insediamento del governo Meloni. Sommando i dati mensili del Ministero dell’Interno da gennaio a maggio 2022 si arriva a 19.481 sbarchi, contro gli 11.471 registrati da gennaio a maggio 2026. Il calo esiste ed è significativo, ma sul periodo pieno gennaio-maggio risulta di circa 41,1%, non del 43%. La differenza non ribalta il quadro, ma segnala una questione importante: nella comunicazione politica anche pochi punti percentuali contano, e il modo in cui si fissano le date può modificare la resa del messaggio.
C’è poi un secondo elemento da non rimuovere. Il vero picco recente degli sbarchi non è il 2022, ma il 2023, primo anno interamente governato dal centrodestra, quando gli arrivi via mare hanno raggiunto 157.651 persone. Nel 2024 gli sbarchi sono scesi a 66.617 e nel 2025 sono rimasti sostanzialmente stabili a 66.316. Questo significa che la riduzione più vistosa si è verificata tra 2023 e 2024, mentre il 2025 non ha segnato un ulteriore tracollo ma una sostanziale tenuta su livelli molto inferiori all’anno dell’esplosione. Anche questo dettaglio è cruciale: la traiettoria non è lineare, e non racconta un crollo continuo, bensì una brusca frenata seguita da una stabilizzazione.
Perché gli arrivi sono scesi
Attribuire tutta la riduzione a una singola misura sarebbe semplicistico. La gestione dei flussi migratori dipende da fattori che superano ampiamente i confini italiani: accordi con i Paesi di origine e transito, capacità di pattugliamento, condizioni meteo, crisi regionali, rotte alternative, pressione diplomatica e ruolo delle agenzie europee. Il dossier di FdI insiste sulla strategia “a 360 gradi”: protezione dei confini, contrasto ai trafficanti, cooperazione con i Paesi africani e aumento dei rimpatri. È una lettura coerente con la linea di partito, ma non esaurisce la complessità del fenomeno.
Detto questo, un fatto politico c’è: il governo ha investito molto sulla dimensione esterna della politica migratoria, cercando di spostare il baricentro dalla sola accoglienza al contenimento delle partenze e alla collaborazione con i Paesi terzi. La stessa Commissione europea ha salutato il 1° giugno scorso l’accordo politico tra Parlamento europeo e Consiglio Ue sul nuovo regolamento sui rimpatri come un tassello per una politica migratoria “più efficace”, mentre il Consiglio ha parlato di procedure più rapide e uniformi per il ritorno delle persone senza titolo a restare nell’Unione. È qui che la maggioranza italiana vede una sponda: non tanto la prova che Bruxelles copi Roma, quanto il segnale che la cornice europea si sta spostando verso strumenti un tempo considerati troppo rigidi.
Rimpatri: il governo rivendica il salto, ma i metodi di conteggio non coincidono
Sul secondo pilastro della narrazione, i rimpatri, il terreno si fa ancora più scivoloso. In Aula, il 25 marzo scorso, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che nel 2025 l’Italia ha disposto 6.097 rimpatri forzati, ai quali si aggiungono 675 rimpatri volontari assistiti, per un totale di 6.772. Nello stesso intervento, il ministro ha parlato di un aumento del 52% rispetto all’anno di insediamento del governo. Se si assume questo conteggio come base, la rivendicazione di FdI su un aumento attorno al 50% regge.
C’è però una distinzione decisiva, spesso ignorata nel dibattito pubblico: un conto è il dato del Viminale, che somma rimpatri forzati e volontari assistiti; un altro è il dato pubblicato da Eurostat, che segue criteri statistici propri e può soffrire di ritardi o disallineamenti. Secondo un fact-checking di Pagella Politica, nel 2025 Eurostat registrava per l’Italia 4.780 persone rimpatriate, un numero inferiore ai “quasi settemila” richiamati dal ministro. Lo stesso Piantedosi, in Aula, ha sostenuto che i dati europei non fossero ancora pienamente aggiornati e che dal 2026 il problema sarebbe stato corretto. La sostanza, per il lettore, è questa: il governo rivendica un incremento reale, ma resta una zona grigia sulla perfetta comparabilità delle fonti.
Anche dentro il dato del 2025 c’è poi un’altra informazione utile. Su 6.772 rimpatri totali, i 6.097 forzati rappresentano circa il 90%, mentre i 675 volontari assistiti sono poco meno del 10%. Il cuore operativo dell’azione resta dunque coercitivo, non consensuale. I rimpatri volontari assistiti, pur spesso evocati come strumento più ordinato e sostenibile, continuano a occupare uno spazio minoritario nel totale.
I 2.967 rimpatri del 2026 e la stretta sui volontari assistiti
La cifra più fresca, e politicamente più spendibile, è quella dei 2.967 rimpatri da gennaio ad aprile 2026 rilanciata dal dossier di FdI. Il partito la accompagna con due altri indicatori: +28% di rimpatri forzati e +69% di rimpatri volontari assistiti rispetto allo stesso periodo del 2025. Su questo punto le fonti pubbliche accessibili online non permettono, al momento, la stessa verifica analitica possibile per gli sbarchi o per il dato annuale 2025 citato in Parlamento; conviene quindi trattare questi numeri come rivendicazioni politiche basate su dati interni al Ministero dell’Interno, senza trasformarli in un fatto definitivamente certificato da una serie statistica aperta e omogenea.
Il contesto normativo, però, si è mosso davvero. Il 24 aprile 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto-legge n. 55, dedicato alle “Disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti”. Il provvedimento è arrivato dopo il duro scontro politico e istituzionale sulle norme inserite nel decreto sicurezza e punta a ricalibrare il meccanismo dei RVA, confermando che il governo considera questo canale uno snodo strategico, non un dettaglio. In parallelo, il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione descrive il rimpatrio volontario assistito come uno strumento di supporto al ritorno nel Paese d’origine con accompagnamento logistico e reintegrazione, distinto dal rimpatrio forzato e fondato, almeno in teoria, su una dimensione di scelta.
La questione che resta aperta: quanti rimpatri servono davvero per parlare di svolta?
Il dato politico, per il governo, è che il rapporto tra arrivi e rimpatri è migliorato. Se gli sbarchi scendono e i rimpatri salgono, la macchina dello Stato appare più capace di intervenire. Ma qui entra in gioco una domanda meno propagandistica e più sostanziale: quando si può parlare davvero di svolta? Se si guarda alla serie lunga, i rimpatri italiani restano un terreno strutturalmente difficile, condizionato dai rapporti con i Paesi di origine, dai documenti consolari, dai ricorsi, dai posti nei CPR, dai costi di scorta e dai tempi giudiziari. Non basta annunciare l’espulsione: bisogna eseguirla.
Per questo, anche chi riconosce il miglioramento recente invita alla cautela. Pagella Politica ha osservato che l’aumento rivendicato dall’esecutivo non cancella il fatto che, rispetto agli anni precedenti alla pandemia, i ritmi medi dei rimpatri restano inferiori. Non è un dettaglio polemico: è il promemoria che la materia non si lascia risolvere con una sola stagione politica. Il governo Meloni ha certamente riportato il tema al centro dell’agenda e ha rafforzato la dimensione repressiva e diplomatica; stabilire se questo produca un cambio strutturale o solo una fase di maggiore efficienza resta, oggi, una questione aperta.