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Difesa, conti pubblici e crepe nella maggioranza delle idee: la mozione unitaria delle opposizioni riapre il nodo Nato

Alla Camera, Pd, M5s, Avs e Italia Viva provano a trasformare una convergenza difficile in una linea politica: non solo sulle spese militari

03 Giugno 2026, 18:10

18:20

Difesa, conti pubblici e crepe nella maggioranza delle idee: la mozione unitaria delle opposizioni riapre il nodo Nato

C’è un numero che pesa come un macigno e un altro che suona come un avvertimento. Il primo è 5%: la nuova soglia di riferimento fissata in ambito Nato per investimenti in difesa e sicurezza da raggiungere entro il 2035. Il secondo è 137,1%: il rapporto debito/Pil dell’Italia nel 2025, secondo gli ultimi dati Istat. In mezzo, c’è la politica. E c’è soprattutto una domanda che nessuno, a Roma, può più permettersi di eludere: quanto può costare, a un Paese già stretto tra crescita debole, servizi pubblici sotto pressione e vincoli europei, l’adeguamento alla nuova stagione del riarmo occidentale? È dentro questo varco che si inserisce la mozione unitaria presentata alla Camera dei deputati da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva: un testo che chiede di “riconsiderare urgentemente” gli impegni assunti in sede Nato sulle spese per la difesa e di aprire, parallelamente, una “revisione integrale del patto di stabilità”.

Il cuore politico del documento è tutto qui, ma sarebbe riduttivo leggerlo come l’ennesima presa di posizione pacifista o come un semplice esercizio di testimonianza parlamentare. La mozione ha un significato più profondo: prova a mettere in fila, in un’unica cornice, tre questioni che finora hanno viaggiato spesso separate. La prima è la tenuta dei conti pubblici italiani. La seconda è il nuovo salto di qualità richiesto agli alleati dell’Alleanza Atlantica. La terza è il tentativo di ridefinire le priorità europee, contestando l’idea che l’emergenza sicurezza debba tradursi automaticamente in una corsa lineare alla spesa militare nazionale. Non a caso, il testo insiste sul fatto che un eventuale scostamento di bilancio dovrebbe essere destinato non agli armamenti, ma al contrasto della povertà assoluta, al rafforzamento della sanità pubblica e al sostegno di famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica. E aggiunge un altro tassello: la richiesta di promuovere una vera difesa comune europea, fondata su pianificazione, acquisizione e gestione condivisa delle capacità, per evitare duplicazioni e sfruttare economie di scala.

Che cosa chiede davvero la mozione

Il dato più rilevante, sul piano politico, è la natura unitaria dell’iniziativa. Mettere insieme Pd, M5s, Avs e Iv su un testo che tocca insieme Nato, Patto di stabilità, spesa militare e difesa europea non era affatto scontato. Le differenze restano, e sono note: nel campo largo possibile convivono culture molto diverse, dal riformismo atlantista alla critica strutturale del riarmo. Eppure il testo trova un punto di caduta comune su una formula precisa: l’Italia deve rivedere la traiettoria degli impegni presi in sede internazionale, valutandone la sostenibilità reale per la finanza pubblica. In altre parole, l’opposizione prova a spostare il baricentro del dibattito: non più “quanto dobbiamo spendere per non scontentare gli alleati”, ma “quale equilibrio è compatibile con l’interesse nazionale, con il welfare e con i margini fiscali del Paese”.

Dentro questa impostazione c’è anche una critica indiretta alla postura del governo. Per mesi Giorgia Meloni ha provato a tenere insieme lealtà euro-atlantica e rassicurazione interna, sostenendo che l’aumento delle spese per la sicurezza non avrebbe sottratto risorse alle priorità sociali. Ma il nodo si è fatto più stretto dopo il vertice Nato dell’Aja del 25 giugno 2025, dove gli alleati hanno assunto l’impegno a investire il 5% del Pil annuo entro il 2035, articolato in almeno il 3,5% per le esigenze strettamente militari e fino all’1,5% per spese legate a sicurezza, resilienza, infrastrutture e industria della difesa. È una soglia profondamente diversa dal vecchio obiettivo del 2%, deciso nel 2014, e cambia radicalmente la scala del confronto politico.