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Caos Sanità, la maggioranza si spacca sul destino del medico di base

Forza Italia frena l'ipotesi di trasformare i dottori in dipendenti del Ssn. Tajani avverte: "Non va snaturato il rapporto di fiducia con le famiglie"

05 Giugno 2026, 21:16

21:20

Caos Sanità, la maggioranza si spacca sul destino del medico di base

Un tempo rifugio rassicurante e primo presidio per i cittadini, lo studio del medico di famiglia si è trasformato in un terreno minato. Oltre alla gestione delle cronicità e alla funzione di filtro rispetto agli accessi impropri al pronto soccorso, oggi dietro la porta dell’ambulatorio si consuma una delle partite più delicate della sanità italiana.

La riforma dell’assistenza territoriale, spinta dalle scadenze del PNRR, si è arenata tra Ministero della Salute, Regioni, sindacati e una maggioranza di governo divisa. Emblematico il caso delle Case di Comunità, individuate dal D.M. 77/2022 come perno della sanità di prossimità.

Secondo l’ultimo monitoraggio AGENAS aggiornato a fine 2025, su 1.715 strutture programmate solo 66 risultano pienamente operative con l’intero ventaglio di servizi medici e infermieristici previsti, mentre appena 781 offrono almeno un servizio. Una rete che, di fatto, rimane più sulla carta che nella quotidianità dei cittadini.

Invece di affrontare con decisione i ritardi infrastrutturali, il confronto politico si è incagliato sullo status giuridico dei camici bianchi. Il ministro della Salute Orazio Schillaci difende una bozza che introduce un “doppio canale”: alla tradizionale convenzione si affiancherebbe la possibilità di un rapporto di dipendenza dal Servizio sanitario nazionale, in particolare per operare nelle Case di Comunità.

I sindacati di categoria denunciano il rischio di una frattura irreparabile. La FIMMG, guidata da Silvestro Scotti, ha alzato i toni minacciando lo sciopero e paventando un sistema a due velocità, con ulteriore burocrazia, disparità retributive e l’erosione del rapporto di fiducia con i pazienti più fragili. Anche il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, ha contestato la fretta di nuovi decreti, sottolineando che i medici possono già operare nelle Case di Comunità e che il vero problema è la mancata attuazione delle norme esistenti, non la loro assenza.

A incrinare ulteriormente l’impianto riformatore è l’emorragia di professionisti: a inizio 2025 i medici di medicina generale attivi erano scesi a 37.000, con una carenza stimata dalle società scientifiche in oltre 5.700 unità. Riorganizzare i servizi e trasferire i dottori in nuove strutture non genera personale dal nulla. Il pericolo concreto è la cannibalizzazione interna tra studi, continuità assistenziale e nuovi poli, con il risultato di ritrovarsi con “strutture nuove ma senza personale sufficiente per renderle davvero operative”.

Nel frattempo, anche la maggioranza di governo mostra crepe. Forza Italia, guidata da Antonio Tajani, si oppone a una riforma che spinga verso la dipendenza, chiedendo di preservare l’equilibrio della medicina generale e il rapporto fiduciario fondato sulla convenzione.