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Le reazioni

L'ombra della corruzione sul Ponte dello Stretto: proteste di No ponte e politici, ma c'è anche chi lo sostiene

Inchiesta per presunta corruzione sul Ponte sullo Stretto: magistrato, imprenditore e un ex consigliere indagati, scoppiano proteste e richieste di dimissioni alla Stretto di Messina spa, da un lato, ma non manca chi all'indomani dell'inchiesta rinnova sostegno

10 Giugno 2026, 12:11

12:20

Ponte sullo Stretto

Ponte sullo Stretto

«Non si può ignorare che, qualora le indagini dovessero portare alla luce prove inconfutabili dell'esistenza di un tentativo di corruzione finalizzato a influenzare decisioni della Corte dei conti, ci troveremmo di fronte a fatti di eccezionale gravità, capaci di mettere in discussione la trasparenza e la correttezza delle azioni poste in essere per realizzare uno dei più importanti e controversi progetti infrastrutturali del Paese», così commentano gli ambientalisti di Messina e Villa le recenti notizie sull'indagine che ha coinvolto un imprenditore di Reggio Calabria, un magistrato della Corte dei conti, e un ex del Cda della Stretto di Messina spa. Una notizia che non poteva non generare reazioni di comitati ed esponenti politici.

Il comitato No Ponte Capo Peloro (la zona dove dovrebbe essere realizzato il pilone sul lato siciliano), ha lanciato una protesta per il prossimo sabato proprio a Capo Peloro e una raccolta firme per chiedere le dimissioni del Cda della società guidata da Pietro Ciucci. Quest'ultimo ieri ha sottolineato che la Stretto di Messina spa non è coinvolta nelle indagini. A lui hanno però risposto gli ambientalisti in una nota, sottolineando che «uno degli indagati (Giacomo Saccomanno, ndr), infatti, ricopriva all'epoca dei fatti la carica di consigliere di amministrazione della società stessa. Se le eventuali condotte illecite fossero state poste in essere nell'interesse o a vantaggio della società, sarebbe inevitabile interrogarsi sulle responsabilità della struttura societaria e sui meccanismi di controllo interno che avrebbero dovuto prevenire comportamenti di tale natura».

Saccomanno, ex commissario della Lega in Calabria, assieme all'imprenditore Vincenzo Virgiglio, sono accusati dalla Procura di Roma di avere «avvicinato il giudice contabile (Tommaso Miele, indagato pure lui, ndr) promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinando alla sua fattiva azione il concretizzarsi dell'esigenza citata. I due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell'opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei conti indagato»», così si legge nel comunicato diramato dalla stessa procura. «Per queste ragioni – continuano gli ambientalisti -, qualora gli elementi investigativi trovassero conferma, la Procura non potrebbe esimersi dal valutare anche l'applicazione del Decreto Legislativo 231/2001 nei confronti della società Stretto di Messina Spa., verificando se ricorrano i presupposti previsti dalla normativa sulla responsabilità delle società per reati commessi dai propri amministratori o dirigenti», scrivono Rossella Bulsei Enzo Musolino Domenico Marino Alberto Ziparo Aurora Notarianni Anna Giordano e Giuseppe Fedele.

Per Angelo Boenlli, parlamentare dei Verdi, «L’unica cosa certa, oggi, è che la Società Stretto di Messina è diventata una grande macchina mangiasoldi: 114 dipendenti, 21 dirigenti e una spesa per il personale di circa 6 milioni di euro, con stipendi che superano i 300mila euro e violano i tetti previsti. Mentre il Sud ha bisogno di sanità, ferrovie, scuole, sicurezza del territorio e infrastrutture vere, il governo continua a buttare miliardi in un’opera sbagliata».

Per il capogruppo del M5s all'Ars, il messinese Antonio De Luca, si tratta di «una vicenda di gravità assoluta e aprono interrogativi politici enormi. Una simile azione non può non avere avuto coperture o mandanti politici di primissimo livello». Minimizza, invece il vice premier Antonio Tajani: «Non voglio interferire nella vicenda giudiziaria però insomma non mi pare che sia granché. Il Ponte dello Stretto è un grande progetto che deve andare avanti, una grande infrastruttura che deve andare avanti, poi la giustizia deve fare il suo corso però non strumentalizziamo. Tutto questo che è accaduto non ha avuto un grande effetto perché poi la decisione della Corte dei Conti non andò come speravano».

Serena, invece, la Lega: «Accogliamo con assoluta serenità la notizia relativa all'indagine della Procura di Roma su presunte condotte corruttive legate all'iter del Ponte sullo Stretto. Da parte nostra c'è la massima e totale fiducia nell'operato della magistratura, che ha il compito e il dovere di fare chiarezza e attendiamo la conclusione dell'inchiesta. Al tempo stesso, esprimiamo pari e incrollabile fiducia nella trasparenza e nella correttezza dell'azione del governo, che ha sempre operato nel pieno e rigoroso rispetto di tutte le normative vigenti, senza che sia stata commessa alcuna irregolarità»», interviene così, in una nota, la senatrice della Lega Tilde Minasi.

Sull'indagine, pure il commento dell'architetto Massimiliano Fuksas. E pure lui minimizza: «Dove ci sono i soldi gira tutto. Ma non sono gli architetti che devono combattere la mafia. C'è la magistratura? Se ne occupi. Non si batte la mafia rinunciando allo sviluppo civile». «C'è sempre qualcuno che dice: ma non è la priorità. Con questa mentalità non si farà mai nulla», dice Fuksas parlando col Giornale.