Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
13 giugno 2026 - Aggiornato alle 15:10
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

L'intervista

Galvagno: «Schifani bis? Dovrà dircelo Forza Italia. La Vardera non si candida»

«Con De Luca alleato sonni più tranquilli Regionali anticipate? Variazioni di bilancio test decisivo per il governo»

13 Giugno 2026, 08:16

08:21

Galvagno: «Schifani bis? Dovrà dircelo Forza Italia. La Vardera non si candida»

Presidente Gaetano Galvagno, la radiografia del centrodestra siciliano, dopo il tonfo alle amministrative, mostra fratture multiple alle ossa.

«A me, più che la radiologia, piace la matematica. E la verità dei numeri dice che la sommatoria delle liste dà sempre un saldo positivo, in Sicilia siamo sempre maggioranza. Ma non bisogna nascondersi dietro a un dito: la “tumbulata” è stata forte e dobbiamo trarne un insegnamento: il centrodestra, quando è diviso, è sempre perdente».

Il che, oltre a essere una verità, è anche una banalità. Divisi, perdete. Ma il punto è: perché la coalizione in Sicilia è così dilaniata?

«Si ricorda il mio messaggio inviato alle quattro di notte, a dicembre scorso, durante l’ultima finanziaria all’Ars? Quello dato in pasto a voi giornalisti, in cui parlavo di “odio” dentro la maggioranza? Ebbene, cos’altro è se non quel sentimento negativo, alimentato da piccoli egoismi e voglia di fregare il partito o il deputato della stessa coalizione? Quell’odio era un’invenzione di Galvagno? Oppure è la ragione che poi ha portato a indebolire il centrodestra fino al punto che, come ad Agrigento o a Bronte, c’era chi sembrava godesse più nel far perdere l’alleato che a vincere lui stesso? Siamo arrivati con il freno a mano tirato, incapaci di trovare una sintesi per vincere le amministrative».

Il ragionamento rischia di essere riduttivo. A Roma, quando una coalizione perde alle elezioni locali, i leader si assumono le proprie responsabilità. Nel centrodestra siciliano sembra che la colpa sia di tutti. E quindi di nessuno...

«Basta leggere i dati e studiare le dinamiche dei comuni in cui siamo andati divisi per capire di chi sia la colpa. Ma io vorrei fare un salto di qualità: per stare assieme, e dunque vincere, è necessario fare dei passi indietro. Il tema è: chi è pronto oggi, all'interno del centrodestra siciliano, a cedere qualcosa per l’unità della coalizione?».

Saranno in pochi. E allora che succede adesso? Che farete?

«Le dico cosa vorrei che non succedesse. Adesso chiuda gli occhi e immagini la scena: si rivota, non importa quando, e il centrodestra vince senza aver cambiato nulla al suo interno. Sarebbe un altro incubo che si avvera: ma se li immagina altri cinque anni come quelli che stiamo vivendo, senza regole e senza un profondo cambiamento dello schema della coalizione? Sarebbe un in-cu-booo. Lo scriva a caratteri cubitali».

Come scaccerete questo incubo?

«Bisognerebbe chiuderci tutti in una stanza, non so dove, magari in un convento, e buttare i telefonini per qualche ora o qualche giorno, il tempo necessario per chiarirci. Un chiarimento vero, sincero, che non è l’apprezzamento, talvolta ipocrita, che si fa sul giornale. Ma un vero confronto rispetto a un programma, a un’idea di sviluppo, a un progetto di allocazione delle risorse, a una leadership».

La maggioranza sembra implodere da un momento all’altro. Si andrà al voto anticipato?

«Non lo decido certo io. Il presidente della Regione ha da poco fatto un rimpasto in giunta. A oggi non ci sono stati disegni di legge governativi che siano andati in aula, ma tra poco, a luglio, ci sarà un test importante: le variazioni di bilancio. Verrà depositato un disegno di legge prettamente governativo, sul quale il Parlamento si potrà esprimere. Se, come auspico, dovesse passare senza problemi, il problema potrà essere considerato superato. Altrimenti la crisi sarà certificata. Certamente sarà un bivio per la tenuta del governo, solo dopo si potranno valutare altre dinamiche».

A proposito di dinamiche: nel centrodestra c’è il tormentone della ricandidatura di Schifani. Anche lui, come altri predecessori, sarà vittima della “maledizione del secondo mandato”?

«Qualche tempo fa, parlando scherzosamente in ufficio, alcuni dipendenti dell’Ars mi raccontavano che, prima dell’elezione diretta, ogni qualvolta che in Assemblea una maggioranza sceglieva un presidente della Regione, la sera stessa già si parlava del prossimo presidente. Il sistema elettorale è cambiato da 25 anni, ma i complotti di palazzo restano. Come quelli che, nel 2022, impedirono la ricandidatura di Musumeci, pur non premiando chi tramava contro di lui».

Ora nello stesso tritacarne c’è Schifani. Lei appoggia il suo bis?

«Il mio coordinatore regionale si è espresso proprio in questi giorni. Tocca ai leader dei partiti, prima in Sicilia e poi a Roma. Sul primo livello mi pare che siano usciti quasi tutti i segretari regionali del centrodestra, esprimendosi, con sfumature diverse, a favore della ricandidatura. Ma manca il partito del presidente: ci vuole chiarezza da parte di Forza Italia, che presumo la farà a breve. Sarebbe meglio che lo facesse anche a livello nazionale, questo rafforzerebbe ancora di più la posizione del presidente Schifani».

Nella coalizione si fa spesso il nome di Mulè. Le piacerebbe come candidato presidente?

«Si figuri se mi permetto di dare giudizi su Mulè: dico solo che la sua storia e il suo presente lo descrivono come una straordinaria risorsa del centrodestra al netto del suo ruolo in Forza Italia. Con lo stesso rispetto dovuto agli amici azzurri - come Falcone, Tamajo, D’Agostino, Pellegrino - e al resto della coalizione, mi consenta di non aggiungere altro. Verrà il tempo…».

Potrebbe essere troppo tardi per voi. Magari ci sarà già La Vardera col vento in poppa verso Palazzo d’Orléans.

«In ogni caso, ho una certezza. Anzi: due. Il centrodestra deve stare attento alle prossime regionali perché si batterà contro un solo candidato presidente del cosiddetto campo largo che comunque non sarà La Vardera. A meno che due partiti nazionali non si pieghino a lui perché non hanno nemmeno un nome spendibile».

Perché è sicuro che La Vardera non sarà in lizza in prima persona?

«Perché le anticipo che Ismaele - che per me rimane un grande comunicatore, e sottolineo comunicatore - scenderà a patti, farà degli accordi con i leader nazionali dello schieramento, magari in nome di un altro candidato che porti alta la “loro” bandiera dell’antimafia. Anche perché, se non facesse questo accordo si assumerebbe la responsabilità di dare l’unica possibilità di vincere al centro sinistra e lui non può permetterselo. In sostanza non sarà coerente e coraggioso come De Luca nel 2022. Per ora fa bene a dire che correrà da solo, così da potere raccogliere i vari candidati per ingrossare le sue liste, ma poi, all’ultimo, vedremo... Farà un accordo, come avviene in politica in base anche alla proprie convenienze, che se si facesse nel centrodestra sarebbe un inciucio o chissà che cosa. Se le fanno loro sono delle intese elettorali, perché loro sono quelli belli, casti e puri se le facciamo noi, per carità del Cielo, non ne parliamo...».

A proposito di accordi. Lei è ritenuto il big sponsor dell’alleanza del centrodestra con De Luca. Molti suoi alleati, però, oltre a considerare “Scateno” inaffidabile, ritengono che l’apporto di Sud chiama Nord alla coalizione non sia poi così decisivo.

«Cateno De Luca, che è l’unico politico italiano ad aver fatto il sindaco quattro comuni di cui uno metropolitano, non deve certo dimostrare a me la sua capacità amministrativa, né quella politica. Se il punto è l’affidabilità, le dico solo una cosa e la può scrivere a caratteri cubitali: Cateno, con me, ha sempre rispettato la parola data. Non ha mai tradito un impegno preso. Detto ciò, c’è sempre la matematica: studiate bene i dati delle ultime elezioni e converrete con me che l’appoggio di De Luca al centrodestra è l’unico modo per dormire sonni più tranquilli».

Il suo partito non l’ha mai scaricata. E Sbardella ha detto che, se il candidato del centrodestra non dovesse essere Schifani, Fratelli d’Italia ha uomini e donne all’altezza del ruolo. C’è anche lei fra questi?

«Assolutamente no. La classe dirigente di FdI è ricca di uomini e donne di qualità, ma il primo nome da togliere da un’eventuale lista per il toto-governatore è quello di Galvagno. E sono io stesso a depennarmi, per senso di responsabilità nei confronti del partito e del centrodestra».

Sta dicendo che l’inchiesta giudiziaria a suo carico le ha sbarrato la strada per Palazzo d’Orléans?

«Sto dicendo che certamente l’ha deviata, al netto del fatto che io non abbia mai lavorato per fare il presidente della Regione, così come lei ricorderà in un'intervista che le ho rilasciato due anni fa, ho sempre lavorato per continuare a fare quello che mi piace fare: il presidente dell'Assemblea, che è un ruolo di equilibrio, di dialogo, di grandissima pazienza e di grande responsabilità. E per ora, numeri alla mano, sono riuscito a gestire al meglio i lavori di questo Parlamento, nonostante un regolamento che secondo me va assolutamente riformulato, visto e considerato che è vecchio e non più al passo con i tempi».

Il processo a suo carico, oggettivamente, s’è molto sgonfiato. Nemmeno questo cambia lo scenario?

«Beh, vede, la prima accusa di corruzione è stata definitivamente archiviata e adesso quella più grave sotto il profilo giudiziario che è rimasta in piedi è relativa al peculato. Nonostante l’Avvocatura dello Stato, e non i miei avvocati, ma l’organo che sostanzialmente mi chiede il risarcimento quantifichi in 214 euro gli eventuali danni, io vengo da una scuola in cui se sbagli meriti di essere punito, e per di più, a casa nostra non una, bensì due volte. Ma in tutti i casi oggi come detto prima, io stesso, non mi sentirei di affrontare quel tipo di campagna elettorale. Mi sento come la moglie di Cesare che deve essere al di sopra di ogni sospetto. Non basta che sia onesta, ma deve anche apparire irreprensibile, senza nemmeno essere sfiorata dal dubbio. Quindi nonostante abbia dimostrato che voglio chiarire quanto prima la vicenda, fino a quando non l’avrò fatto non mi sentirei neanche di immaginare una mia candidatura».

Oltre agli aspetti penali ci sono quelli etici. C’è una questione morale che, oltre a lei, sta travolgendo interi pezzi del centrodestra siciliano.

«La questione morale, che è un tema importantissimo, non è un reato e la lascerei giudicare agli elettori che probabilmente si sono fatti le loro idee».

Tanto per lei il problema potrebbe non porsi: di cono che andrà a Roma, dove c’è un seggio sicuro...

«Si sbaglia di grosso. Io, se il mio partito lo vorrà, sarò candidato alle Regionali nel collegio di Catania. Per rimettermi in gioco, proprio per misurare il gradimento di quello che ho fatto in questi anni. Se prenderò un voto in più del 2022, allora sarò promosso. Altrimenti ne trarrò le conseguenze».

Scusi l’insistenza: ma la sua carriera è stata comunque compromessa?

«Lei è molto insistente. Sì, la mia carriera è stata compromessa».

Poteva fare il presidente della Regione e, almeno al prossimo giro, non lo farà. Non le fa rabbia, soprattutto se la montagna mediatica dovesse partorire il topolino giudiziario?

«Bella questa domanda! Allora, io sono, e resto, un paesano. E dunque, nonostante le assicuro che non ho mai tramato per Palazzo d’Orléans, sarei bugiardo se le dicessi che, per una serie infinita di motivi, questo non sarebbe potuto accadere. Visto che mi piacciono i record, mi addolora soltanto che, dopo essere stato il più giovane presidente dell’Ars, non potrò essere il più giovane presidente della Regione. Ma mi rincuora il fatto che il primato resterà a Piersanti Mattarella, uno dei miei miti».

E dunque lei, come ci disse in quell’intervista, è pronto a ripartire dalla presidenza della commissione Randagismo all’Ars.

«No, nemmeno quello. Io, con il conforto del mio partito, posso ripartire dal ruolo di membro semplice della commissione Randagismo. Però, in ogni caso, un altro impegno ce l’avrò».

Quale impegno?

«Quello di contribuire, con tutto me stesso, a dare al centrodestra siciliano e al futuro governo della Regione un elemento che in questi anni ci è mancato. E cioè una visione. Finora non abbiamo fatto una riforma degna di questo nome: i consorzi di bonifica sono stati bocciati al primo articolo, le Province al primo comma. E allora, per fare le riforme, non si deve mercanteggiare, ma scegliere, anche a costo di sbagliare. Oggi non c’è un problema di fondi, ne abbiamo a bizzeffe. Ma dobbiamo avere le idee chiare su qual è la Sicilia che vogliamo».