LA RIUNIONE
Una stanza, 7 segretari, un documento sull'unità. Il centrodestra siciliano fa i conti con le urne: «Non possiamo fingere che il problema non esista»
Il testo prova a salvare l'essenziale: i risultati complessivi confermano il consenso di cui la coalizione continua a godere tra i siciliani
Sette segretari regionali in una stanza, un documento che parla di unità, e la sensazione che qualcosa di imbarazzante sia stato sepolto appena sotto la superficie. Il centrodestra siciliano si è riunito a Palermo e ha fatto quello che i partiti fanno quando perdono: ha scritto che bisogna stare più uniti.
Al tavolo c'erano Nino Minardo per Forza Italia, Luca Sbardella per Fratelli d'Italia, Nino Germanà per la Lega, Marianna Caronia per Noi Moderati, Fabio Mancuso per Grande Sicilia, Decio Terrana per l'Udc e Carmelo Pace per la Democrazia Cristiana. Il vertice era stato convocato da Minardo - che ieri aveva già precisato che l'agenda sarebbe rimasta strettamente circoscritta alle ultime amministrative - e i lavori si sono svolti attorno a quell'unico tema, almeno formalmente.
Il documento finale, diffuso a vertice concluso, non gira intorno alla sostanza: «Non possiamo ignorare il messaggio che arriva dalle urne, sarebbe un errore fingere che questo problema non esista o negare che gran parte della responsabilità vada attribuita all'esserci presentati divisi in tante realtà locali». Una frase che vale un'intera stagione di candidature litigiose, di accordi saltati all'ultimo, di veti incrociati che hanno consegnato alla sinistra città che il centrodestra considerava già proprie.
Il testo prova poi a salvare l'essenziale: i risultati complessivi «confermano la forza del centrodestra e il consenso di cui continua a godere tra i siciliani», ma subito dopo arriva la cura, formulata nella prosa istituzionale che i partiti usano quando vogliono dire una cosa senza dirla troppo chiaramente: serve «rafforzare il coordinamento politico, la programmazione condivisa e la capacità di tradurre l'unità dell'alleanza in una proposta sempre più coesa e competitiva sui territori». Traduzione: la prossima volta ci presentiamo insieme oppure perdiamo ancora.
Sul chi ha fatto cosa, e chi ha rotto cosa, il documento tace. Eppure la mappa dei conflitti era nota prima ancora che cominciasse il vertice: le tensioni più aspre hanno riguardato il rapporto tra l'Mpa di Raffaele Lombardo e l'asse Lega-Dc, con Sammartino e i cuffariani accusati di aver sabotato accordi che avrebbero potuto rivelarsi vincenti. La versione dei leghisti siciliani è opposta, e altrettanto circostanziata. Su questo punto specifico, il documento preferisce l'armonia alla verità.
Rimane aperta - e non menzionata, perché Minardo l'aveva già definita «dibattito giornalistico» - la questione dei prossimi passaggi politici: le variazioni di bilancio all'Ars con la prima quota del tesoretto sbloccato dalla Corte dei conti, il calendario elettorale, e quella domanda sul destino di Renato Schifani che nessuno nel centrodestra siciliano chiama ancora con il suo nome.
Il documento si chiude con la retorica dell'unità elevata a quasi-dogma: «Ciò che unisce l'identità del centrodestra è più forte di ciò che può dividerlo». Lo si ripete da vent'anni. Qualche volta è stato vero.