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il caso

Elezioni anticipate sì, ma dopo aver salvato il vitalizio: i calcoli segreti dei parlamentari neoeletti

La regola di “4 anni, 6 mesi e 1 giorno” terrorizza gli onorevoli al primo mandato. Il Quirinale osserva le mosse dei partiti, mentre nei palazzi romani si fa di conto

28 Giugno 2026, 21:21

21:30

Elezioni anticipate sì, ma dopo aver salvato il vitalizio: i calcoli segreti dei parlamentari neoeletti

Nel delicato scacchiere della politica italiana, più che sondaggi o crisi di governo, a segnare il destino di una legislatura sono spesso i freddi calcoli del calendario. Da settimane, nei corridoi dei Palazzi romani, prende corpo l’ipotesi di un ritorno anticipato alle urne nella primavera del 2027, con i fine settimana dell’11-12 o del 18-19 aprile indicati come possibili finestre.

La logica è trasparente: evitare il logoramento di fine mandato e presentarsi al voto prima di eventuali flessioni nei consensi. C’è però un ostacolo tanto silenzioso quanto determinante: il 14 aprile 2027. Non una data qualunque, bensì il giorno in cui scatta la cosiddetta clausola di salvaguardia previdenziale per centinaia di parlamentari.

Calcolando a partire dal 13 ottobre 2022, data della prima seduta delle Camere, il 14 aprile 2027 segna il superamento della soglia di 4 anni, 6 mesi e 1 giorno, requisito temporale necessario nel sistema contributivo introdotto nel 2012 per maturare il diritto al trattamento pensionistico, liquidabile al compimento dei 65 anni. Sciogliere le Camere prima di quella scadenza significherebbe, per molti, rinunciare all’assegno.

Non si tratta di pochi casi isolati, ma di un vero “esercito” trasversale: 265 parlamentari al primo mandato su 605 complessivi, pari al 43,8% dell’intero Parlamento. Un eletto su due rischierebbe di rientrare a casa senza tutele.

La situazione è resa ancor più delicata dalla riforma costituzionale che ha ridotto i seggi a 400 deputati e 200 senatori: con un’aula più ristretta, la rielezione diventa oggettivamente più ardua, spingendo molti a difendere con determinazione il traguardo previdenziale del primo (e forse unico) mandato.

Ne deriva un cortocircuito perfetto: da un lato l’interesse strategico dei partiti, orientati a staccare la spina nel momento ritenuto più propizio; dall’altro, le esigenze individuali di quasi metà degli eletti, intenzionati a resistere almeno fino a metà aprile.

Nessuno, prevedibilmente, lo ammette in pubblico. Dichiarare che il voto debba slittare per “salvare le pensioni” sarebbe un suicidio mediatico in un Paese già attraversato da una profonda sfiducia verso le istituzioni.

La narrazione ufficiale evoca altri argomenti — “finestra più favorevole”, “coerenza del mandato” — ma dietro le quinte la variabile previdenziale pesa eccome.

Esistono, peraltro, alcuni precedenti giurisprudenziali che potrebbero consentire il versamento dei contributi mancanti in caso di scioglimento anticipato; tuttavia, l’eventualità stessa di un contenzioso rischierebbe di alimentare l’indignazione dell’opinione pubblica.

A fungere da arbitro in questa partita resta il Presidente della Repubblica, cui l’articolo 88 della Costituzione attribuisce lo scioglimento delle Camere come prerogativa autonoma, non riducibile a un atto notarile su richiesta della maggioranza. Finché il Quirinale osserva, nei palazzi si continuano a fare i conti.