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legge elettorale

Il doppio gioco di Salvini e i timori di Tajani: perché le preferenze spaventano la destra

Dietro le aperture pubbliche dei leader si nasconde il terrore di alimentare nuove micro-correnti e rivalità territoriali nei partiti

13 Luglio 2026, 21:56

22:00

Il doppio gioco di Salvini e i timori di Tajani: perché le preferenze spaventano la destra

Alla vigilia del voto cruciale alla Camera dei deputati, fissato per domani, 14 luglio, la maggioranza di governo affronta una delle prove più difficili del suo percorso, mostrando una profonda spaccatura proprio sulle regole del confronto elettorale.

Il dato politico più clamoroso non risiede nei dettagli tecnici della riforma, bensì nell’assenza delle firme di Lega e Forza Italia sotto l’emendamento sulle preferenze depositato da Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Udc. In un Parlamento dove le defezioni pesano quanto le dichiarazioni ufficiali, questa crepa espone il centrodestra al rischio che il voto segreto trasformi un dissenso controllabile in un incidente istituzionale.

Il cuore del conflitto è lo scontro tra liste bloccate e la possibilità per gli elettori di scegliere i candidati. L’impianto della legge prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per chi supera il 42% dei consensi: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Nella versione base restano le liste bloccate, ed è su questo punto che si concentra la contesa. L’emendamento di FdI introduce il cosiddetto “meccanismo toscano”: il capolista rimane bloccato e deciso dal partito, mentre dal secondo nome in poi l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto dell’alternanza di genere. Un compromesso che, tuttavia, non ha fugato i timori degli alleati.

Le perplessità di Lega e Forza Italia sono meno ideologiche: sia Matteo Salvini sia Antonio Tajani temono che il ritorno alle preferenze alimenti conflitti interni tra candidati e rafforzi micro-correnti territoriali, riducendo il controllo delle segreterie sulle liste. Il leader leghista gioca su due piani: in pubblico si dice favorevole alle preferenze, ricordando le sue esperienze elettorali, ma sul piano interno lascia che i suoi, come il capogruppo Igor Iezzi, liquidino la questione come un semplice “dettaglio” che non deve compromettere l’obiettivo della governabilità

Antonio Tajani si muove su una linea analoga: in un partito con forte radicamento amministrativo, le preferenze rischiano di sbilanciare i poteri locali. Il leader forzista definisce il tema “non essenziale”, schermando un timore più profondo: che i franchi tiratori trasformino la votazione in un test sulla sua leadership. La vera minaccia per l’asse di governo è la “roulette” del voto segreto, richiesta dalle opposizioni, che pur con qualche frizione tattica legata a un contro-emendamento del M5S restano compatte nel contestare l’impianto generale.

Per Fratelli d'Italia il rischio è duplice e politicamente doloroso: se l’emendamento venisse bocciato, Giorgia Meloni incasserebbe una sconfitta sul punto più qualificante della sua proposta; se passasse grazie a consensi esterni, emergerebbe che la maggioranza non è più autosufficiente e non governa pienamente le proprie riforme.