il dibattito
Forza Italia non è più l'alleato silenzioso: la sfida garantista che fa tremare gli equilibri
Dallo scontro sui reati spia al nodo dei sistemi di voto, il partito di Tajani rivendica la sua identità moderata e frena gli alleati
Sotto l’ombrellone della pausa estiva, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni attraversa una fase di marcata fragilità politica.
A Palazzo Chigi si lavora per rinviare il confronto vero all’autunno, nel tentativo di disinnescare due ordigni capaci di incrinare gli equilibri della maggioranza: la riforma della legge elettorale e le nuove regole sulle intercettazioni.
In questo tempo sospeso, l’obiettivo è impedire che i due dossier si saldino, trasformandosi in un’unica, pericolosa crisi che potrebbe mettere a rischio il rapporto tra la premier e gli alleati, in particolare Forza Italia.
Il primo fronte aperto riguarda il sistema di voto. Concepite per rafforzare la governabilità con un impianto proporzionale corretto da un premio di maggioranza (70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42%), le modifiche hanno finito per esporre tutte le crepe della coalizione.
Il nodo cruciale è l’introduzione delle preferenze: a Montecitorio, un emendamento sostenuto da Fratelli d’Italia è stato bocciato per un solo voto (188 a 187), certificando che la premier non dispone, su questo terreno, di una maggioranza coesa e automatica.
Di fronte alla battuta d’arresto, è prevalsa la linea del rinvio tattico: congelare il pacchetto fino a fine agosto per evitare che un’accelerazione moltiplichi i rischi in vista del passaggio decisivo a Palazzo Madama.
Il secondo fronte, ancor più incandescente, è quello della giustizia. Fratelli d’Italia spinge per reintrodurre un emendamento che ampli l’uso delle intercettazioni per i reati “spia”.
La mossa risponde alle richieste del fronte securitario e investigativo, dando seguito all’allarme del procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, che ha avvertito del rischio di indebolire il contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo.
Su questo terreno, però, emerge una profonda divergenza culturale con Forza Italia: il partito azzurro, storicamente baluardo del garantismo, teme che un intervento simile metta in discussione principi cardine come la presunzione di innocenza e il contrasto all’abuso della custodia cautelare.
È proprio il ruolo di Forza Italia a fungere da vero “termometro politico” della maggioranza. Sotto la guida di Antonio Tajani, gli azzurri hanno deciso di smettere i panni del socio di complemento per riaffermarsi come componente moderata, europeista e liberale, prevenendo uno scivolamento definitivo dell’asse di governo verso posizioni esclusivamente sovraniste e securitarie.
La capogruppo al Senato, Stefania Craxi, ha tracciato linee invalicabili: sulla legge elettorale, preferenza per l’approvazione del testo uscito dalla Camera senza ulteriori ritocchi, così da evitare prove di forza dagli esiti destabilizzanti; sulla giustizia, ha chiarito che Forza Italia “non voterà mai quelle norme così come sono”.
Per Giorgia Meloni la posta è altissima: portare a casa una riforma che assicuri stabilità senza provocare una frattura irreparabile con i partner.
Il nesso tra preferenze e intercettazioni è squisitamente politico: Palazzo Chigi sa di non potersi permettere due atti di dissenso ravvicinati dallo stesso alleato, evitando che l’autunno si trasformi in una sorta di referendum interno sulla leadership della premier.
La sospensione attuale non equivale a una pace, ma solo a una “tregua armata”.
A settembre, quando il dibattito abbandonerà la dimensione tattica per tornare nel merito — incluse le perplessità costituzionali già sollevate sul premio di maggioranza — il Senato diventerà il luogo della verità.
Lì si capirà se l’estate sarà bastata a raffreddare lo scontro, oppure se la coalizione dovrà confrontarsi con la nuova consapevolezza di Forza Italia: un’alleanza regge solo se guidata dalla mediazione, e non per semplice trazione.