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Primi scricchiolii nel Campo largo, Schlein a Conte: «Prima il programma, poi le primarie»

Centrosinistra in posa unita ma senza bussola: la segretaria del Pd punta a un programma comune prima delle primarie

03 Agosto 2026, 19:58

20:00

Schlein frena la corsa alle primarie e rilancia la sfida al governo: prima il programma, poi il leader

Nel centrosinistra il vero nodo non è soltanto chi guiderà la coalizione, ma quale idea d’Italia saprà tenere insieme culture politiche diverse senza implodere alla prima prova di governo

Il punto, ormai, non è se l’alleanza progressista debba esistere. Il punto è se riesca a darsi un baricentro politico prima ancora che un volto da spendere in campagna elettorale. Ed è su questo terreno che Elly Schlein ha scelto di fermare la tentazione della scorciatoia: prima un programma condiviso dall’intera coalizione, poi eventualmente le primarie. Una linea che è insieme politica e tattica, perché evita di personalizzare troppo presto il confronto con Giuseppe Conte e sposta il baricentro della discussione dai rapporti di forza interni ai contenuti.

La segretaria del Partito Democratico risponde così a un ragionamento che nelle ultime settimane era riaffiorato con insistenza: l’idea che il dossier più divisivo, quello dell’Ucraina, possa essere sciolto affidandolo al verdetto delle primarie. È un’impostazione che Schlein non condivide, e non solo per prudenza. Nella sua lettura, una competizione tra leadership non può sostituire un chiarimento politico. Le primarie possono selezionare una guida, non cancellare per magia le divergenze su politica estera, difesa europea, welfare, lavoro, fisco e politiche industriali. Il messaggio è netto: nessuna investitura popolare potrà reggere se prima non si definisce l’architettura dell’alleanza.

Il messaggio di Schlein: niente scorciatoie, serve una grammatica comune

La posizione della leader dem non nasce nel vuoto. Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia del 23 marzo 2026, Schlein si era detta “assolutamente disponibile” alle primarie, ma quel segnale andava letto come apertura a uno strumento, non come disponibilità a usarlo al posto della politica. Col passare delle settimane, il quadro si è fatto più chiaro: prima di discutere nomi, la coalizione deve decidere cosa vuole essere. La stessa area dirigente del Pd ha progressivamente insistito sul fatto che le primarie hanno senso solo se servono ad allargare e consolidare il perimetro, non a scaricare su un voto popolare contraddizioni irrisolte.

È una distinzione cruciale. In altre stagioni del centrosinistra, la personalizzazione della contesa ha preceduto la definizione del progetto politico; il risultato, spesso, è stato un equilibrio fragile, esposto ai veti reciproci e alle tensioni di governo. Schlein sembra voler evitare proprio questo: costruire una coalizione che si presenti agli elettori come somma di identità incompatibili tenute insieme da una gara di leadership. Da qui la scelta di ribadire che il confronto vada spostato sui temi sociali, sui salari, sulla sanità, sulla scuola, sul diritto alla casa, sul lavoro povero, sulle diseguaglianze territoriali e generazionali. È lì, nella sua impostazione, che il centrosinistra può provare a costruire un’identità alternativa credibile.

La replica a Conte e il nodo Ucraina che continua a dividere

Le parole di Giuseppe Conte hanno avuto il merito, o l’effetto, di rendere esplicito ciò che da mesi covava sotto traccia: il tema dell’Ucraina resta la principale linea di frattura tra le opposizioni progressiste. Il Movimento 5 Stelle continua a insistere su una postura molto più critica verso il sostegno militare a Kiev, mentre il Pd di Schlein, pur con accenti diversi rispetto alla tradizione più atlantista del partito, non ha rotto con la linea del sostegno all’autodifesa ucraina dentro il quadro europeo. Il contrasto è riemerso più volte in Parlamento e nei passaggi pubblici più delicati. A marzo, per esempio, l’ipotesi di una risoluzione unitaria delle opposizioni si è fermata proprio davanti all’impossibilità di trovare una formula condivisa sugli aiuti militari.

La distanza non si è chiusa neppure nei mesi successivi. A fine luglio 2026, Ansa ha ricostruito il persistere dello stop del M5S e di Alleanza Verdi e Sinistra rispetto alla linea dem sul sostegno a Kiev, segnalando come il tavolo programmatico annunciato per settembre debba ancora misurarsi con questo nodo decisivo. Sullo sfondo c’è anche il quadro europeo: il Consiglio europeo, nelle conclusioni del 18 giugno 2026, ha ribadito che l’Unione Europea continuerà a fornire all’Ucraina sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico. Un contesto che rende la questione ancora più sensibile per chi ambisce a governare un grande Paese fondatore dell’Unione.

Per Schlein, però, proprio questa complessità dimostra che le primarie non possono essere usate come una specie di tribunale semplificatore. Affidare agli elettori della coalizione una scelta di leadership senza prima chiarire la linea su guerra, sicurezza europea e ruolo dell’Italia significherebbe scaricare sulle persone una responsabilità che spetta ai partiti. In altre parole: prima bisogna sapere che cosa si candida a governare, poi chi lo rappresenta. È un ragionamento che restituisce alla politica il compito della mediazione e rifiuta l’idea, sempre seducente ma spesso fallace, che un leader forte basti a sciogliere divergenze sostanziali.

Dai rapporti interni ai problemi reali: la strategia della segretaria dem

C’è anche un altro elemento, meno dichiarato ma decisivo: Schlein sa che una discussione permanente sulle primarie rischia di trasformarsi in un logoramento interno, mentre la sua scommessa politica è accreditare il centrosinistra come alternativa sociale prima ancora che come cartello elettorale. Per questo insiste nel chiedere che il focus venga spostato dai rapporti tra alleati ai fallimenti dell’attuale esecutivo. Non è soltanto una linea comunicativa: è la consapevolezza che un’opposizione che parla solo di sé consegna al governo un vantaggio prezioso, quello di poter apparire, nonostante le proprie contraddizioni, come l’unico soggetto davvero in campo.

Negli ultimi mesi la segretaria del Pd ha ripetuto più volte che le priorità del Paese sono altrove. A metà luglio 2026, contestando la riforma della legge elettorale, ha accusato il governo di voler concentrare il dibattito sulle regole del gioco invece che sui bisogni concreti delle persone. È un passaggio politicamente rivelatore: nella narrativa di Schlein, la maggioranza sceglie di blindare il proprio potere mentre il Paese affronta problemi materiali sempre più pesanti. Qui si salda la sua replica a Conte: se il centrosinistra vuole essere competitivo, non può dare l’impressione di discutere per mesi di candidature e geometrie mentre famiglie e lavoratori chiedono risposte.

Le amministrative come laboratorio: dove l’unità ha funzionato, e dove non basta ancora

A rafforzare la linea della segretaria dem c’è anche l’argomento più concreto di tutti: nei territori, quando l’alleanza progressista si costruisce attorno a candidati credibili e piattaforme riconoscibili, i risultati arrivano. Dopo i ballottaggi dell’8 giugno 2026, Schlein ha rivendicato una “chiara affermazione” del centrosinistra, ricordando che nei comuni sopra i 15 mila abitanti il primo turno aveva già visto il campo progressista avanti per 37 vittorie a 25, e che nei capoluoghi il dato finale fotografava un 10 a 6 a favore del centrosinistra. Al di là della propaganda reciproca, il punto politico resta: un’alleanza larga, quando si organizza attorno ai bisogni locali, può essere competitiva.

Ma proprio l’esperienza amministrativa suggerisce anche il limite di ogni lettura troppo ottimistica. Le coalizioni che vincono nelle città non sono automaticamente trasferibili su scala nazionale. Nei comuni pesano i profili civici, le reti territoriali, la qualità delle candidature, il radicamento delle liste. A livello nazionale, invece, esplodono le questioni identitarie: la politica estera, l’Europa, il rapporto con il mercato, la fiscalità, le alleanze internazionali. Per questo Schlein insiste nel dire che l’alleanza progressista esiste già in molte realtà locali, ma deve ancora trasformarsi in un’offerta politica nazionale coerente. Non basta la formula del “campo largo”; serve una piattaforma capace di reggere l’urto di una campagna elettorale e, soprattutto, di un eventuale governo.

Il calcolo di Conte e la partita per la leadership

Dal canto suo, Conte si muove con una logica diversa ma non irrazionale. Il leader del M5S vuole evitare che il suo partito venga assorbito dentro una coalizione indistinta, e insiste sulla necessità che il progetto progressista mantenga “coerenza, solidità e concretezza”, senza diluirsi per accogliere “di tutto di più”. È una linea che punta a difendere l’autonomia del Movimento e a negoziare il peso politico dei 5 Stelle da una posizione di forza. Le primarie, in quest’ottica, possono diventare uno strumento di legittimazione della leadership ma anche una leva per ridefinire i rapporti interni alla coalizione.

Qui si apre il nodo più delicato. Per il Pd, le primarie sono tradizionalmente un meccanismo di mobilitazione democratica, ma anche un terreno rischioso se il quadro politico non è maturo. Per il M5S, che non ha mai avuto nelle primarie di coalizione il proprio habitat naturale, la loro eventuale convocazione potrebbe essere utile solo se accompagnata da una ridefinizione degli equilibri e del profilo programmatico. In mezzo restano gli altri attori del perimetro progressista: Avs, l’area liberal-democratica, i mondi civici, il cantiere del centro. Tutti osservano, tutti trattano, nessuno vuole essere ridotto a comparsa.

Il vero banco di prova sarà settembre

Molto, dunque, si giocherà sul tavolo politico-programmatico annunciato per settembre. Lì il centrosinistra dovrà verificare se esiste davvero un lessico comune su alcune questioni decisive: sostegno al potere d’acquisto, salario e qualità del lavoro, sanità pubblica, scuola, politiche industriali, conversione ecologica, diritti civili, rapporto con l’Europa, politica estera. Se quel cantiere produrrà un impianto credibile, il discorso sulle primarie potrà forse riaprirsi in termini più ordinati. Se invece le divergenze resteranno troppo profonde, il rischio è che la gara per la leadership diventi un acceleratore di fratture, non uno strumento di sintesi.

Ed è proprio qui che la mossa di Schlein acquista senso strategico. Chiedere di parlare meno del recinto e più del contenuto non è una fuga dal confronto con Conte; è il tentativo di arrivarci in un momento meno tossico e più produttivo. La segretaria dem sembra scommettere sul fatto che, se il centrosinistra saprà presentarsi come forza capace di parlare del carovita, dei salari fermi, delle liste d’attesa, dei servizi pubblici, della precarietà e delle diseguaglianze, allora anche la questione della leadership diventerà più gestibile. In assenza di questa cornice, ogni discussione sulle primarie rischia di apparire come un esercizio autoreferenziale.