politica
L'aut-aut di Salvini a Vannacci e la finta tregua con i governatori: la ritirata strategica del leader
Nel tradizionale raduno trentino il segretario della Lega attacca chi disfa il lavoro e cerca rifugio nella propaganda identitaria
Davanti a circa 350 persone, Matteo Salvini ha trasformato il tradizionale comizio estivo in un fortino politico.
Quello che di norma è un appuntamento di mobilitazione territoriale si è convertito in un intervento a trazione difensiva, in cui il segretario della Lega ha cercato di contenere al tempo stesso le crepe interne e la pressione elettorale proveniente da destra.
Sul versante organizzativo, il passaggio più rilevante riguarda la gestione della catena di comando. Salvini si è detto esplicitamente “disponibile a condividere le mie responsabilità”, annunciando un coinvolgimento più ampio della squadra di governatori, ministri e sindaci.
Un’apertura che suona come una concessione di ripiego, funzionale a ricomporre il fronte leghista dopo giorni di “distinguo e malumori” innescati da figure di primo piano come Lorenzo Fontana e Massimiliano Romeo. A misurare la tensione interna ha contribuito anche la pesante assenza di Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento, dettaglio che non è passato inosservato.
Di fronte a questa fronda silenziosa, il leader offre inclusione ma fissa paletti severi: c’è spazio solo per chi “dà un valore aggiunto”, mentre restano fuori — o si autoescludono — quanti “invece di fare disfano”. Un monito che, dietro l’enfasi sulla collegialità, riafferma un principio non negoziabile: la guida del partito resta saldamente nelle mani del segretario.
La seconda linea di difesa guarda all’esterno e, in particolare, all’area alla destra della Lega, oggi incarnata da Roberto Vannacci, eurodeputato di Futuro Nazionale e membro del gruppo “Europa delle Nazioni Sovrane” a Strasburgo. Vannacci rappresenta per Salvini una minaccia concreta, capace di intercettare l’elettorato leghista più radicale anche senza un radicamento territoriale strutturato. Da Pinzolo, il segretario ha cercato di disinnescare l’ambiguità del generale con un aut-aut: Vannacci può scegliere di stare con Conte e Schlein oppure “dare una mano al centrodestra”.
Ha rivendicato il peso della Lega nei ministeri, nelle regioni e nei comuni, citando il “piano casa” del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: oltre un miliardo di euro di fondi PNRR per recuperare 60.000 alloggi inutilizzati, a cui si sommano altri 900 milioni ministeriali.
Per blindare l’identità e impedire sorpassi a destra, Salvini ha poi alzato i toni su immigrazione e sicurezza, rifugiandosi in parole d’ordine fortemente divisive. Ha affermato che l’immigrazione accettabile deve provenire “solo da Paesi cristiani”, aggiungendo che il “pericolo islamico” gli fa “più paura” dei missili russi di Putin. Il decreto flussi però per il triennio 2026-2028 (497.550 ingressi regolari per lavoro, 164.850 nel solo 2026) si fonda su quote e fabbisogni produttivi, non su appartenenze religiose. Anche i dati del “cruscotto statistico” del Viminale descrivono un fenomeno strutturale governato da procedure di legge, che il leader leghista tenta però di ricondurre a una narrazione emotiva per riallacciare il legame con il suo zoccolo duro.
Persino i simboli sul territorio rispecchiano questa fase di riposizionamento: la vendita lampo di circa 200 magliette con Alberto da Giussano, ora declinate nel rosso e nel blu anziché nel tradizionale verde, segnala il tentativo di aggiornare il brand della “Lega per Salvini Premier” senza recidere il filo con le radici identitarie.