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E' scontro a Cernobbio tra Vannacci e Monti: "Unanimità come scudo contro un'Europa che perde sovranità". L'ex premier: "Basta con la retorica fascista"

L'intervento del leader di Futuro Nazionale al Forum TEHA ha sollevato non poche polemiche

05 Settembre 2026, 12:40

12:41

Vannacci a Cernobbio sfida l’Europa dei veti superati: «L’unanimità difende gli Stati, il vero problema è una Ue che non convince più»

Cernobbio: Vannacci: ’Non tutti scalpitano per entrare nella Ue’. Monti replica: ’Combatterò la retorica fascista’

Nel salotto più vigilato dell’establishment italiano, Roberto Vannacci porta una sfida frontale all’idea stessa di integrazione europea come processo inevitabile. A Cernobbio, davanti al Forum TEHA e nel faccia a faccia con Mario Monti, il leader di Futuro Nazionale ha difeso l’unanimità come argine a un’Europa che, a suo giudizio, rischia di schiacciare gli interessi nazionali e di smarrire coerenza politica, a partire dal nodo del gas russo.

A Cernobbio, dove ogni parola viene pesata davanti a imprenditori, finanzieri e istituzioni, Roberto Vannacci ha scelto di non smussare nulla. Anzi, ha portato nel cuore del dibattito sull’Europa una tesi che tocca un nervo scoperto dell’Unione: l’idea che l’unanimità non sia un ostacolo da rimuovere, ma l’ultima barriera a tutela della sovranità nazionale. È da lì che è partito il suo intervento al Forum TEHA, nel confronto con Mario Monti, e da lì si capisce anche il messaggio politico più profondo: l’Europa, nella sua lettura, ha smesso di convincere perché pretende di uniformare senza riuscire più a persuadere. 

Il leader di Futuro Nazionale, arrivato al forum lariano già alla vigilia del confronto, aveva annunciato che avrebbe parlato di integrazione e sovranismo. Non era una formula di circostanza. Il panel in cui è intervenuto era stato costruito proprio attorno alla domanda su quale debba essere, oggi, il punto di vista italiano sul progetto europeo. Un terreno politicamente delicato, tanto più in una fase in cui il dibattito sull’Unione è segnato insieme dalla guerra in Ucraina, dalla competitività industriale, dall’energia e dall’allargamento a Est. 

L’unanimità come linea di confine

Il punto più netto dell’intervento è stato la difesa del voto all’unanimità nelle decisioni europee considerate più sensibili. Per Vannacci, il meccanismo non rappresenta una patologia istituzionale, ma una garanzia: se una proposta non convince tutti, ha sostenuto in sostanza, il problema non è la regola del voto ma la qualità della proposta stessa. Dietro questa formula c’è un’idea precisa di Europa: un’Unione che non possa imporre a uno Stato membro una scelta ritenuta contraria al proprio interesse nazionale.

Sul piano tecnico, la sua argomentazione si innesta su una realtà istituzionale esistente, anche se più circoscritta di quanto la polemica politica lasci talvolta intendere. Nel Consiglio dell’Unione europea, la regola ordinaria è la maggioranza qualificata, utilizzata per circa l’80% del lavoro legislativo. L’unanimità resta però obbligatoria in una serie di materie considerate sensibili dagli Stati membri: politica estera e di sicurezza comune, allargamento dell’UE, alcune questioni di fiscalità, elementi della giustizia e affari interni, finanze dell’Unione e attribuzione di nuovi diritti ai cittadini europei. In questi ambiti ogni Stato conserva, di fatto, un diritto di veto. 

È proprio su questo crinale che si colloca la battaglia politica di Vannacci: non una contestazione astratta dell’architettura europea, ma l’opposizione a ogni tentativo di estendere il principio maggioritario a dossier in cui i governi nazionali temono di perdere l’ultima leva decisionale. Il ragionamento parla anzitutto all’elettorato sovranista, ma intercetta anche una preoccupazione più larga e meno ideologica: l’idea che l’Europa possa diventare più efficiente solo al prezzo di essere percepita come più distante.

I Paesi che non hanno scelto Bruxelles

Per sostenere questa impostazione, Vannacci ha elencato una serie di Paesi che, per ragioni diverse, sono rimasti fuori dall’Unione oppure hanno interrotto il percorso di avvicinamento. L’argomento, in sé, non prova che il modello europeo sia in crisi; segnala però che l’adesione non è vissuta ovunque come un approdo inevitabile. È una distinzione importante, soprattutto mentre Bruxelles spinge sull’allargamento come risposta geopolitica alle tensioni del continente.

Il caso più recente, evocato dallo stesso Vannacci, è quello dell’Islanda. Il 29 agosto 2026 gli elettori islandesi hanno respinto con il 52,8% dei voti la proposta di riprendere i negoziati di adesione all’Unione europea. Il governo di Reykjavik ha preso atto dell’esito annunciando che non riaprirà il percorso negoziale. È un passaggio politicamente rilevante: non equivale a un referendum immediato sull’ingresso nell’UE, ma mostra che, anche in un Paese integrato nello spazio economico europeo, il salto verso la piena adesione continua a suscitare forti resistenze.

Poi ci sono i casi di Norvegia e Svizzera, spesso citati come modelli di cooperazione esterna. La Norvegia non fa parte dell’UE ma è nello Spazio economico europeo; la Svizzera resta fuori dall’Unione ma partecipa, come la Norvegia e l’Islanda, all’area Schengen. Questo significa che esistono forme di integrazione molto avanzata anche senza adesione piena: accesso a pezzi importanti del mercato, cooperazione regolatoria, libertà di movimento in specifici quadri giuridici. Non è la dimostrazione che l’UE sia superflua, ma conferma che in Europa convivono modelli diversi di rapporto con Bruxelles. 

Il richiamo al Regno Unito segue invece una logica differente: Londra non è rimasta fuori, ma ha scelto di uscire. La Brexit ha avuto costi economici, commerciali e politici rilevanti, e continua a dividere analisti e opinione pubblica; tuttavia, nel discorso di Vannacci, il caso britannico vale come prova del fatto che perfino una grande democrazia europea ha ritenuto preferibile riappropriarsi integralmente della propria sovranità decisionale.

Più sfumato, ma non meno significativo, il riferimento alla Turchia. Ankara è formalmente un Paese candidato da molti anni, ma il negoziato di adesione è da tempo in una sostanziale fase di stallo. Il Consiglio dell’UE ricorda che già dal 2006 alcuni capitoli negoziali sono congelati e che il processo resta condizionato, fra l’altro, dagli obblighi turchi legati al protocollo addizionale dell’accordo di associazione con l’Unione. Anche qui il senso politico del richiamo è chiaro: l’orizzonte dell’allargamento non coincide automaticamente con una traiettoria lineare verso l’ingresso. 

Il cuore dell’attacco: declino economico, industria, natalità

L’altro asse del discorso di Vannacci è stato quello del declino. Nel suo intervento ha collegato il tema istituzionale a un bilancio fortemente critico delle performance europee: peso economico relativo in calo, deindustrializzazione, crisi del settore automobilistico, immigrazione e crollo della natalità. È un impianto retorico coerente con la sua proposta politica: se l’Europa appare meno forte di ieri, allora la spinta verso “più integrazione” non può essere presentata come una cura autoevidente. 

Dal punto di vista strettamente giornalistico, è utile distinguere tra il dato politico e il dato fattuale. Che l’Unione europea stia affrontando una fase di forte pressione competitiva è difficilmente contestabile: il confronto con Stati Uniti e Cina su energia, tecnologie, materie prime e capacità industriale è diventato il vero sfondo delle scelte europee. Ma è altrettanto vero che molte delle difficoltà citate da Vannacci derivano da processi complessi e non riducibili a un’unica causa: shock energetici, rialzo dei tassi, transizione verde, guerra, strozzature commerciali, debolezza demografica e ritardi negli investimenti.

Il passaggio sulla fertilità, con il richiamo al dato di 1,41 figli per donna, rientra in questa costruzione politica del problema. La denatalità è reale ed è un nodo centrale per quasi tutto il continente, ma Vannacci la usa come argomento identitario prima ancora che economico: senza nuove generazioni, sostiene, il futuro dell’Europa si accorcia. Da qui anche la provocazione simbolica sullo slogan “Reborn Europe” al posto di “Rearm Europe”, con l’idea che la priorità non debba essere il riarmo ma la ricostruzione demografica e civile del continente. 

Il paradosso del gas russo

La critica più tagliente ha riguardato l’energia. Vannacci ha definito “schizofrenica” la strategia europea che, mentre sostiene militarmente e politicamente l’Ucraina, continua a importare gas dalla Russia, contribuendo così — questa la sua accusa — a finanziare l’economia del Paese aggressore. La formula è volutamente dura, ma intercetta una contraddizione che Bruxelles stessa ha dovuto riconoscere.

I dati ufficiali mostrano infatti che il disaccoppiamento energetico dalla Russia è avanzato molto, ma non è stato lineare né completo. Eurostat segnala che nel primo trimestre 2026 la Norvegia è stata il principale fornitore di gas naturale allo stato gassoso dell’UE con il 54,4%, seguita da Algeria con il 18,5% e dalla Russia con il 9,8%. In parallelo, l’ACER, l’Agenzia europea per la cooperazione dei regolatori dell’energia, ha rilevato che le importazioni di gas russo sono aumentate nella prima parte del 2026, soprattutto sul lato del GNL, anche per effetto delle consegne anticipate prima dell’entrata in vigore delle restrizioni più severe. 

Nello stesso tempo, però, l’Unione ha già messo nero su bianco una stretta normativa. Il 26 gennaio 2026 il Consiglio dell’UE ha adottato in via definitiva il regolamento che introduce un divieto progressivo alle importazioni di gas russo, sia via gasdotto sia in forma di GNL. La tabella di marcia prevede una proibizione completa per il GNL dall’inizio del 2027 e per il gas via tubo dall’autunno 2027, con periodi transitori per i contratti esistenti e deroghe temporanee legate alla sicurezza degli approvvigionamenti. In altre parole, la contraddizione indicata da Vannacci non è inventata; ma è una contraddizione che l’UE sta cercando di chiudere con un percorso graduale, non immediato.

La sfida a Monti e il nodo politico italiano

Il confronto con Mario Monti dava a tutto questo un significato ulteriore. Non solo perché l’ex presidente del Consiglio rappresenta una tradizione apertamente europeista, ma perché il dialogo di Cernobbio ha messo in scena due visioni opposte del rapporto tra interesse nazionale e costruzione comunitaria. Da una parte, l’idea che l’Europa debba rafforzarsi proprio superando i veti. Dall’altra, la convinzione che togliere i veti significhi svuotare la sostanza della sovranità democratica. Durissima la replica di Monti, sintetizzata nella volontà di combattere quella che definisce “retorica fascista”, segno che lo scontro è andato ben oltre il merito tecnico delle regole di voto. 

Per la politica italiana il passaggio conta più di quanto possa sembrare. L’ingresso di Vannacci nel salotto di Villa d’Este non è stato un semplice episodio di colore. La sua presenza al forum ha già provocato polemiche nei giorni precedenti, con contestazioni da parte di Carlo Calenda e la difesa degli organizzatori, che hanno rivendicato la legittimità di ospitare un eurodeputato su un tema come la sovranità europea. Cernobbio, in questo senso, ha funzionato come un test: non tanto sulla rispettabilità personale del leader di Futuro Nazionale, quanto sulla sua capacità di portare le proprie tesi davanti a un pubblico che non coincide con la sua base naturale. 

Il risultato politico dell’operazione sta proprio qui. Vannacci ha usato la tribuna di Cernobbio per trasformare una critica d’opinione in una piattaforma più ampia: unanimità come scudo degli Stati, allargamento non più visto come destino inevitabile, energia come prova delle incoerenze di Bruxelles, demografia come misura del declino occidentale. Sono temi che non nascono a Cernobbio, ma che a Cernobbio acquistano un peso diverso perché entrano nel lessico del confronto fra classi dirigenti.

Resta da capire se questa operazione produrrà effetti duraturi o se rimarrà il gesto simbolico di una giornata. Di certo, il leader di Futuro Nazionale ha ottenuto ciò che cercava: spostare la discussione dall’etichetta al contenuto, e costringere il campo europeista a difendere non soltanto l’Unione in astratto, ma le sue procedure, le sue lentezze e le sue contraddizioni concrete. In tempi normali sarebbe già molto. Nel pieno di una stagione in cui l’Europa deve decidere come difendersi, come crescere e come allargarsi, è ancora di più.