il rapporto con la sicilia
Emma Bonino, l’ultima battaglia della radicale che da Cefalù portò i diritti nel cuore della politica
Dalla piazza siciliana in cui le donne ascoltavano dietro le finestre alla Farnesina e alle istituzioni europee: il percorso di una protagonista che ha trasformato battaglie minoritarie in questioni nazionali.
In piazza, a Cefalù, c’erano soltanto uomini. Le donne ascoltavano dalle case e comparvero alle finestre alla fine del comizio. Era il 1976, Emma Bonino aveva 28 anni e parlava di aborto e sessualità in una Sicilia ancora attraversata da silenzi profondi. Cinquant’anni dopo, quella scena racconta meglio di molte formule la traiettoria della leader radicale, morta a Roma oggi all’età di 78 anni: portare nello spazio pubblico ciò che la politica preferiva non vedere.
Le ultime ore e l’annuncio di +Europa
Bonino era stata ricoverata il 7 settembre 2026 all’ospedale Santo Spirito di Roma per un’insufficienza respiratoria. Le sue condizioni erano state definite gravi, sebbene fosse rimasta vigile. Dopo il passaggio in terapia intensiva aveva lasciato il reparto ed era stata trasferita in una struttura privata, d’intesa tra il medico curante e i sanitari dell’ospedale. La notizia della morte è stata diffusa da +Europa, la formazione politica che aveva contribuito a fondare e della quale era rimasta il principale riferimento pubblico.
La sua storia clinica era nota. Nel 2015 aveva annunciato pubblicamente di essere stata colpita da un microcitoma al polmone sinistro, affrontando le cure senza abbandonare la vita politica. Anche la malattia era diventata, nel suo racconto pubblico, un terreno sul quale rivendicare lucidità e responsabilità individuale: nessuna retorica eroica, nessuna rimozione, ma la scelta di continuare a lavorare e intervenire nel dibattito pubblico.
Il cordoglio ha attraversato schieramenti molto distanti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur richiamando la diversità delle rispettive storie e sensibilità, ne ha riconosciuto il peso nella vita pubblica nazionale. È un dato che aiuta a misurare la statura politica di Bonino: una figura divisiva su molte battaglie, mai neutrale, ma riconosciuta anche dagli avversari come una protagonista difficilmente sostituibile.
Cefalù, 1976: una giovane radicale davanti a una piazza di uomini
Per raccontare il suo rapporto con la Sicilia bisogna tornare al 1976, quando il Partito Radicale si presentò alle elezioni politiche e decise di affidare a donne tutte le posizioni di capolista. Bonino aveva 28 anni e alle spalle una militanza ancora breve, ma già segnata dalla lotta contro l’aborto clandestino, dalle autodenunce e dalla disobbedienza civile.
Durante la campagna elettorale partecipò a un giro di comizi nell’isola insieme a Franco Roccella e Aldo Ajello. A Cefalù le toccò parlare in una piazza nella quale, come avrebbe ricordato anni dopo, vedeva soltanto uomini. Una giovane piemontese chiamata a discutere apertamente di aborto e sessualità nella Sicilia della metà degli anni Settanta: il contrasto rende quella scena una sintesi quasi perfetta del metodo radicale, fondato sull’idea che i temi rimossi dovessero essere portati proprio nei luoghi in cui apparivano più difficili da pronunciare.
Bonino raccontò che, al termine dell’intervento, le finestre intorno alla piazza si aprirono e comparvero le donne rimaste ad ascoltare dalle case. «Ho un ricordo di tutto un giro di comizi che si fece in Sicilia con Franco Roccella e Aldo Ajello - raccontò Bonino in un'intervista al quotidiano Il Giornale nel 2022 - che avevo un po’ la sensazione che si vergognassero di portarsi dietro questa ragazzina che parlava solo di aborto e sessualità. A Cefalù, saliamo sul palco e ad un certo punto mi danno la parola, io guardo la piazza ed era tutta nera, c’erano solo uomini con la coppola. Quando ho finito di parlare la cosa che più mi ha sorpresa è che si sono aperte tutte le finestre con le donne affacciate ad applaudirmi. È stato molto emozionante».
Due anni dopo, il 22 maggio 1978, sarebbe stata approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Sarebbe scorretto attribuire a una sola persona una riforma nata da mobilitazioni collettive e da un lungo conflitto politico e sociale. È però indiscutibile che Bonino, insieme alle altre militanti radicali e femministe, contribuì a rendere visibile la realtà degli aborti clandestini e a spostare il problema dalla sfera della colpa individuale a quella della salute, dei diritti e della responsabilità pubblica.
Dalla disobbedienza civile al Parlamento
Nata a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948, Bonino si era laureata nel 1972 all’Università Bocconi. L’incontro con il mondo radicale avvenne nel 1974; l’anno successivo entrò nella segreteria del partito e si impegnò nel Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, scegliendo anche l’autodenuncia come strumento di lotta.
Nel 1976 venne eletta per la prima volta alla Camera. Iniziň così una presenza istituzionale durata, in forme diverse, quasi mezzo secolo: più mandati da deputata, l’elezione al Parlamento europeo, il Senato, la vicepresidenza di Palazzo Madama, gli incarichi di governo e la Commissione europea. Non fu, tuttavia, una conversione dalla protesta alle istituzioni. Bonino provò piuttosto a trasferire dentro le assemblee elettive gli strumenti sperimentati fuori: campagne referendarie, iniziative nonviolente, scioperi della fame, attenzione alle minoranze e uso del diritto come leva per modificare rapporti di potere consolidati.
Il legame politico più importante fu quello con Marco Pannella: un sodalizio durato decenni, attraversato anche da contrasti dolorosi nella fase finale. Insieme rappresentarono un radicalismo capace di incidere ben oltre i propri risultati elettorali. La loro forza non derivava dal controllo di grandi apparati, ma dalla capacità di imporre all’agenda nazionale questioni che i partiti maggiori preferivano rinviare: aborto, divorzio, condizioni carcerarie, giustizia, obiezione di coscienza, libertà della ricerca scientifica, pena di morte e diritti delle persone malate.
La cifra politica di Bonino rimase quella dell’individuo posto di fronte allo Stato, alle convenzioni sociali e alle organizzazioni di massa. Una visione liberale e radicale che suscitò consensi trasversali ma anche critiche profonde, soprattutto sulle politiche economiche, sulle alleanze elettorali e su alcune scelte internazionali. Ricordarla significa tenere insieme entrambe le dimensioni: la protagonista di conquiste civili entrate nella vita quotidiana degli italiani e la dirigente politica portatrice di posizioni contestate, mai riducibile a un’icona priva di conflitti.
La dimensione europea e internazionale
L’Europa non fu per Bonino un semplice livello amministrativo sopra gli Stati nazionali. Fu il luogo politico nel quale collocare la tutela dei diritti, la gestione delle crisi e il superamento dei nazionalismi. Eletta per la prima volta al Parlamento europeo nel 1979, vi tornò in diverse legislature. Tra il 1995 e il 1999 ricoprì il ruolo di commissaria europea, occupandosi di aiuti umanitari, politica dei consumatori, pesca e, successivamente, sicurezza alimentare.
In quegli anni legò il proprio nome alle emergenze umanitarie nei Balcani e in Africa, alle missioni nei luoghi di guerra e all’idea che l’Unione europea dovesse assumersi responsabilità politiche, non limitarsi a finanziare interventi. Il suo europeismo rimase esigente: difesa dell’integrazione, ma critica dell’immobilismo intergovernativo; richiesta di istituzioni comuni più forti, ma anche di maggiore controllo democratico. Gli Stati Uniti d’Europa non erano per lei uno slogan occasionale, bensì la risposta politica alla debolezza di un continente frammentato.
Sul piano internazionale promosse le campagne per i tribunali sui crimini commessi nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, per l’istituzione della Corte penale internazionale, per la moratoria universale della pena di morte e contro le mutilazioni genitali femminili. Fu tra le fondatrici di Nessuno tocchi Caino e Non c’è pace senza giustizia. Guidò inoltre missioni di osservazione elettorale dell’Unione europea in Ecuador e Afghanistan. In questa attività si vede uno dei tratti più riconoscibili del suo percorso: la volontà di trasformare principi generali in meccanismi giuridici, istituzioni e campagne verificabili.
Dai governi italiani alla candidatura al Quirinale
Nel secondo governo Prodi, tra il 2006 e il 2008, Bonino fu ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee. Dal 2008 al 2013 ricoprì la vicepresidenza del Senato. Nell’aprile 2013, nel governo guidato da Enrico Letta, arrivò alla Farnesina come ministra degli Esteri, incarico mantenuto fino al febbraio 2014. Era il punto più alto della sua carriera nelle istituzioni italiane e, nello stesso tempo, l’approdo coerente di decenni trascorsi tra politica europea, diplomazia dei diritti e crisi internazionali.
Più volte il suo nome venne associato alla presidenza della Repubblica. La campagna “Emma for President”, alla fine degli anni Novanta, fece leva sulla popolarità conquistata durante l’esperienza europea e presentò per il Quirinale una candidatura femminile, laica e dichiaratamente politica. Non ebbe i numeri dei grandi elettori, ma contribuì a rendere meno impensabile l’idea di una donna alla guida dello Stato. Alle europee del 1999, la Lista Bonino raggiunse l’8,5 per cento circa, risultato eccezionale per la storia elettorale radicale.
Con +Europa, nata alla vigilia delle politiche del 2018, Bonino cercò infine di dare una casa organizzata all’area europeista, liberaldemocratica e garantista. Tornò in Senato nella XVIII legislatura e continuò a intervenire sui dossier che considerava inseparabili: integrazione europea, immigrazione regolare, cittadinanza, diritti civili e Stato di diritto.
Lampedusa, la Sicilia e il governo delle migrazioni
Il rapporto con la Sicilia non rimase confinato alla memoria di Cefalù. Il 3 ottobre 2013, mentre Bonino era ministra degli Esteri, un’imbarcazione carica di migranti affondò davanti a Lampedusa, provocando una delle più gravi stragi avvenute nel Mediterraneo. Quel passaggio storico mostrò con drammatica evidenza la distanza tra la dimensione reale delle migrazioni e la capacità europea di governarle.
Negli anni successivi Bonino sostenne la necessità di canali legali d’ingresso, politiche d’integrazione e strumenti capaci di ridurre l’irregolarità. Nel 2017 fu tra i promotori di “Ero straniero”, campagna per una proposta di legge popolare orientata a superare alcuni meccanismi della normativa sull’immigrazione, favorire l’inserimento lavorativo e creare percorsi di regolarizzazione. Anche in questo campo le sue posizioni furono oggetto di un duro confronto politico, soprattutto con le forze favorevoli a un approccio fondato prevalentemente su restrizioni e controllo delle frontiere.
La presenza politica nell’isola proseguì attraverso iniziative e campagne elettorali a Palermo e Messina. La Sicilia fu così, nella sua biografia, qualcosa di più di uno scenario: il luogo in cui questioni centrali del suo impegno — emancipazione femminile, libertà di scelta, rapporto tra Nord e Sud, frontiere europee e migrazioni — assunsero una concretezza immediata.
Un’eredità che non coincide con un partito
La morte di Emma Bonino chiude una stagione nella quale piccole organizzazioni politiche riuscivano, attraverso referendum, mobilitazioni e disobbedienza civile, a modificare l’agenda di partiti molto più grandi. La sua eredità non coincide con il peso elettorale dei Radicali o di +Europa. Si misura piuttosto nella capacità di aver costretto istituzioni e opinione pubblica a confrontarsi con persone e problemi lasciati ai margini.
Non tutte le sue campagne vinsero e non tutte le sue posizioni conservarono lo stesso consenso. Bonino rivendicava però che una sconfitta non cancellasse la fondatezza di una battaglia e che le libertà, prima di diventare patrimonio comune, potessero richiedere anni di tentativi. È una chiave utile anche per tornare alla piazza di Cefalù: gli uomini davanti al palco, le donne dietro le finestre, una ragazza che parlava di ciò che la società preferiva non nominare.
Cinquant’anni dopo, quella scena conserva una forza politica che va oltre la memoria personale. Racconta come cambiano i costumi e le leggi: non in modo lineare, ma quando qualcuno espone pubblicamente un conflitto già presente nella vita privata. Emma Bonino ha occupato quello spazio per mezzo secolo, passando dalle autodenunce ai ministeri, dalle piazze siciliane alla Commissione europea, senza rinunciare all’idea che la politica debba anzitutto ampliare la libertà e la responsabilità delle persone.