Il caso
Legge elettorale, il muro delle firme: ecco chi rischia di più (spoiler: può spazzare via i civici)
Il blitz a Palazzo Madama quadruplica le sottoscrizioni necessarie e divide la politica in tre categorie di privilegio lasciando le forze nate dal basso senza paracadute
La revisione della legge elettorale in discussione al Senato ha innescato un confronto che travalica i calcoli su seggi e alleanze. Con l’innalzamento del tetto per le sottoscrizioni per collegio dalla forbice di 1.500-2.000 al nuovo range 6.000-7.000 firme, l’accesso stesso alla competizione rischia di diventare una prova di forza organizzativa alla portata di pochi.
Il disegno di legge n. 1971, già approvato alla Camera il 16 luglio 2026, ha incassato a Palazzo Madama il via libera a un emendamento decisivo della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda, passato con 87 voti favorevoli.
La versione originaria, voluta dal centrodestra, prevedeva soglie fino a 9.000-10.000 firme per collegio; dopo il muro delle opposizioni e un negoziato interno alla maggioranza, l’asticella è stata abbassata, ma resta comunque quadruplicata rispetto al minimo vigente.
A ciò si aggiunge un vincolo di copertura territoriale: ogni lista dovrà presentarsi in almeno metà delle circoscrizioni nazionali, raddoppiando l’estensione richiesta dal testo uscito da Montecitorio.
Tre corsie di accesso: chi è al riparo e chi no - Partiti esentati: non devono raccogliere firme le forze già rappresentate in Parlamento con un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025. La clausola mette in sicurezza i partiti consolidati e, tra i minori di centro, anche Azione e Italia Viva.
- Fascia intermedia del Misto: per le formazioni prive di gruppo autonomo ma con una componente riconosciuta nel Misto in almeno un ramo del Parlamento, resta il requisito tradizionale (1.500-2.000 firme per collegio). In questa fascia rientrano, tra gli altri, +Europa e il movimento Futuro Nazionale promosso da Roberto Vannacci.
- I più penalizzati: fuori dal Parlamento, movimenti locali e reti civiche sono chiamati al nuovo tetto di 6.000-7.000 firme. Per realtà come Progetto Civico Italia, guidata da Alessandro Onorato, e Rifondazione Comunista, prive di una macchina partitica capillare, la soglia diventa una barriera d’ingresso quasi insormontabile.
L’impatto operativo della stretta è evidente. Per una presenza completa nei 75 collegi plurinominali (49 alla Camera, 26 al Senato) servono complessivamente tra 450.000 e 525.000 firme. Nel valore massimo si supera persino il limite di 500.000 sottoscrizioni previsto dall’articolo 75 della Costituzione per i referendum abrogativi.
Per i movimenti civici l’ostacolo non è solo quantitativo, ma anche procedurale e temporale. Onorato stima in 378.000 le firme necessarie per posizionare Progetto Civico Italia nei collegi chiave, con una finestra operativa di appena 10-15 giorni: moduli cartacei vidimati, presenza di autenticatori abilitati, certificati elettorali allegati. Un qualsiasi vizio formale può azzerare interi pacchetti di sottoscrizioni.
Il centrodestra difende l’inasprimento. La senatrice di Forza Italia Stefania Craxi e il vicepremier Antonio Tajani sostengono che l’aumento delle soglie serve a contrastare la proliferazione di “liste civetta”, costruite per sottrarre consensi, confondere l’elettorato e destabilizzare le coalizioni.
Sul fronte opposto, i leader dell’opposizione hanno invocato un intervento del Quirinale. Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e i vertici di Rifondazione Comunista hanno chiamato in causa il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein definisce “esorbitante” il carico di firme richiesto, mentre Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto al Senato, denuncia un tentativo di cancellare le esperienze nate dal basso.
Nel testo approdato al Senato è stato inoltre rimosso il vincolo che escludeva dal calcolo del premio di maggioranza (assegnato con il 42% dei voti e pari a 70 deputati e 35 senatori) le liste collegate sotto la soglia del 3%. La mediazione raggiunta in maggioranza preserva così l’utilità “porta-voti” dei piccoli alleati, ma al contempo alza un muro contro nuovi soggetti esterni.
Iter ancora in corso La partita non è conclusa. Il provvedimento deve completare l’esame a Palazzo Madama per poi tornare a Montecitorio in terza lettura conforme.
In caso di scioglimento anticipato delle Camere, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che per legge le firme richieste vengono dimezzate, fermo restando l’irrigidimento dei tempi di raccolta. Per realtà come Progetto Civico Italia e per l’arcipelago extraparlamentare, la distanza tra 1.500 e 6.000 firme segna il confine tra partecipazione democratica ed esclusione preventiva dalla competizione.