il dibattito
Lo "strappo" della Versiliana: Giuseppe Conte lancia l'ultimatum sulle armi all'Ucraina e scuote la coalizione
Il leader del M5s dichiara non negoziabile lo stop agli aiuti militari all'Ucraina: caos nel Campo Largo
Dal palco della Versiliana, Giuseppe Conte fissa una linea invalicabile che attraversa l’intero centrosinistra, elevando il rifiuto del Movimento 5 Stelle a nuovi invii di armi all’Ucraina a pregiudiziale politica inderogabile.
L’ex presidente del Consiglio ha scandito che, per il M5S, la stagione degli aiuti militari a Kyiv è giunta al termine e che su questo versante il Movimento non compirà passi indietro al tavolo dell’opposizione. Dopo oltre quattro anni di guerra, ha argomentato, è necessario cambiare impostazione e concentrare gli sforzi su un’offensiva diplomatica capace di scongiurare un’ulteriore escalation. In quest’ottica, Conte ha chiarito che i pentastellati non potranno avallare un programma comune che riproduca l’impostazione del governo guidato da Giorgia Meloni.
Le ragioni addotte dal M5S si fondano su due capisaldi, uno strategico e uno economico-sociale. Sul primo versante, il leader grillino sostiene che il flusso ininterrotto di armamenti non abbia prodotto i presupposti per porre fine al conflitto, con il pericolo di coinvolgere direttamente l’Europa in uno scontro con la Russia. Sul secondo, denuncia che l’aumento del budget militare stia drenando fondi a comparti essenziali come sanità, istruzione, politiche industriali e sostegno alle fasce più deboli.
La fermezza di questa posizione, ha rivendicato, è in continuità con la linea seguita dal Movimento sin dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, a presidio dell’elettorato pacifista e contrario al riarmo. L’iniziativa di Conte costringe Elly Schlein a misurarsi con il nodo più intricato del cantiere dell’alternativa: l’assenza di una politica estera condivisa.
Il Partito Democratico continua a considerare il supporto militare all’Ucraina parte integrante del diritto all’autodifesa del Paese aggredito. Tra i sostenitori dell’assistenza a Kyiv si sottolinea come interrompere le forniture senza adeguate garanzie esporrebbe l’Ucraina a un indebolimento fatale, riducendo la sua forza nei futuri negoziati. In Parlamento, vari esponenti dem hanno richiamato la piena coerenza dell’assistenza militare con l’articolo 11 della Costituzione e con il diritto internazionale.
Il senatore Filippo Sensi ha stigmatizzato la scelta di utilizzare la crisi ucraina come leva di pressione politica sugli alleati. Lia Quartapelle, vicepresidente dem della Commissione Esteri alla Camera, ha accusato Conte di indebolire il progetto unitario, evocando il rischio di “<strong;sabotaggio< strong="">” e rimarcando come il sostegno a un Paese invaso sia una questione di principi e di collocazione internazionale, non assimilabile a un normale dossier amministrativo o fiscale. </strong;sabotaggio<>Alla frattura sulla politica estera si somma il confronto sulle regole di selezione della leadership di coalizione. Conte propone di affidare agli elettori, tramite primarie, non solo il nome del candidato premier ma anche l’indirizzo politico dell’alleanza.
Schlein difende invece una traiettoria opposta: prima definire una piattaforma programmatica condivisa, poi individuare chi la dovrà incarnare. Un recente pranzo estivo tra i due leader aveva raffreddato i toni, senza però colmare le distanze. La segretaria dem ha ribadito che il vincitore delle primarie deve guidare l’intera coalizione senza imporre automaticamente al programma comune le tesi identitarie del proprio partito.
Il dossier ucraino resta così il banco di prova decisivo per misurare la tenuta del cosiddetto campo largo. Se su temi socio-economici come salario minimo, sanità pubblica, tutela del lavoro e contrasto all’autonomia differenziata le convergenze tra Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra appaiono possibili, la dimensione internazionale mette a nudo visioni divergenti sulla difesa europea e sul rapporto con la Nato. Schlein è chiamata a bilanciare l’unità della coalizione con la sensibilità della propria area riformista, evitando al contempo di cedere consensi alle forze dichiaratamente europeiste come Azione, Italia Viva e +Europa.