LA CONFESSIONE
La morte del figlio, la solitudine a Palazzo d'Orléans e cosa significa oggi essere di Destra: Nello Musumeci si racconta
Alla festa di Gioventù nazionale il ministro mette da parte il suo ruolo e parla da uomo che ha attraversato al politica e il lutto
Non è un comizio, è una confessione a voce alta. Davanti ai giovani di Gioventù nazionale, Nello Musumeci mette da parte il ministro e parla da uomo che ha attraversato la politica e il lutto. Il filo che tiene insieme tutto è una parola sola: coraggio. «Non sempre l'altra faccia del coraggio è la paura. Spesso l'altra faccia del coraggio è la convenienza».
La convenienza, per Musumeci, ha un nome preciso: il «partito del chi te lo fa fare». Quello che ti consiglia di fare il presidente della Regione per dieci anni, senza guai e senza scelte scomode. «Ho creduto che l'impegno assunto con gli elettori siciliani inducesse, di fronte al bivio, a scegliere tra ciò che ti pare utile e ciò che ti pare giusto. Non ho avuto dubbi, ho scelto allora e sempre ciò che mi pare giusto».
Il prezzo è stato la solitudine. Il racconto va al primo giorno a Palazzo d'Orléans, quando il segretario generale lo avvertì: «Attento, presidente, qui anche le mura hanno orecchie». Un monito che si è rivelato profetico. «A Palermo nulla è come appare. Non sai se nel Palazzo hai a che fare con un detrattore o con un sostenitore. Per cinque anni mi sono mosso in una solitudine affollata di imbonitori, di ruffiani, di gente che con la politica aveva vissuto e pensava di poter continuare a farlo con me».
La ferita più bruciante, però, è il fuoco amico. «Anche fra i miei alleati non sempre ho trovato comprensione», dice. Erano gli stessi di dieci, venti, trent'anni prima: «Avevano cambiato partito, la formula, il simbolo, ma il patrimonio umano era quello. In questo contesto io ero uno straniero. Ero un problema». Glielo dissero alla scadenza del mandato: «Sei divisivo, non puoi continuare». Mentre lo dicevano, ricorda, il sondaggio del Sole 24 Ore sul gradimento dei governatori lo collocava al sesto posto su 21, a pari merito con il presidente della Lombardia. Il «problema», spiega, era il metodo: il certificato penale chiesto ai componenti degli uffici di gabinetto, i curriculum passati al setaccio, i cantieri visitati di persona, la trasparenza come parola d'ordine.
Poi la voce cambia, e il tono si fa più basso. Musumeci parla di Giuseppe, il figlio morto a 30 anni nel 2013. «Se perdi un genitore sei orfano, se perdi un coniuge sei vedovo, se perdi un figlio nella lingua italiana non c'è un termine. Perché è contro natura. Quando un padre lascia un figlio al cimitero, lì rimane anche un pezzo di genitore». Le strade, dice, sono due: «O impazzisci e ti chiudi nel silenzio, o del dolore fai energia». Lui ha scelto la seconda, e c'entra il figlio: «Voleva che facessi politica. Ho pensato che sarebbe stato felice se fossi tornato». Era stato l'unico momento in cui aveva deciso di mollare tutto. «È una ferita che non si rimargina. Per me è come se fosse accaduta ieri». Il coraggio, aggiunge, non è mai scontato: «C'è qualcuno che ti aiuta a trovarlo, purché sia un coraggio razionale».
Resta la domanda su che cosa significhi, oggi, essere di destra. Per Musumeci la risposta è netta: «Stare a destra è un atto di coraggio». Cita Giorgia Meloni, che «era uscita col coraggio delle sue idee» ed era riuscita a trasmetterlo agli altri. E torna indietro di oltre mezzo secolo, all'11 aprile 1971, quando Giorgio Almirante arrivò a Militello, in provincia di Catania, il suo paese, quello di Pippo Baudo. Il monito ai ragazzi fu: «Non fate andare il coraggio a spasso senza l'intelligenza». «Erano gli anni in cui si sparava, in cui l'avversario si configurava come nemico», ricorda. Stare a destra, oggi come allora, significa «credere nelle proprie idee».
Parlando dell’esperienza nel Movimento Sociale Italiano, Musumeci ha detto che «non ci sarebbe nulla oggi se non ci fosse stata quella stagione», «non ci sarebbe il presente se non ci fosse stato il lungo percorso nel deserto dell’Msi, e non ci sarebbe il carburante, la passione, la voglia di lavorare oggi se non ci fosse una prospettiva futura».
Guardando dunque alla destra Musumeci ha aggiunto: «Noi abbiamo il dovere di lavorare attingendo al passato, senza alcuna nostalgia, per carità, cercando di capire le pagine tragiche, quelle liete, le proficue, le pagine positive e negative del passato per attingere il meglio e per preparare il futuro».