lo scenario
Il fronte del Nord sfida Salvini: chi sono i ribelli che vogliono riprendersi la Lega
Da Romeo ai governatori Zaia e Fontana, la fronda territoriale chiede meno personalismo e il ritorno alle origini autonomiste
Sul pratone di Pontida la tensione non resta più dietro le quinte: ai fischi rivolti al capogruppo al Senato Massimiliano Romeo rispondono gli applausi dei militanti bergamaschi, mentre a pochi metri s’innalza il coro opposto “Matteo, Matteo”. È l’istantanea di una Lega giunta alla resa dei conti sulla propria identità.
I cosiddetti “ribelli” non hanno ancora costituito una corrente organica né indicato un leader condiviso; controllano però le aree economicamente più forti del Paese, dominano le strutture territoriali e chiedono con forza a Matteo Salvini una svolta netta e il recupero delle radici originarie del movimento.
A dare cornice politica al malcontento è Massimiliano Romeo, capogruppo a Palazzo Madama e segretario della Lega Lombarda. Forte dell’appoggio di amministratori e sezioni nella culla storica del Carroccio, Romeo ha coniato la formula “meno io e più noi”, criticando l’eccessiva personalizzazione della guida e paventando il rischio di un “imborghesimento” del partito.
La sua proposta non è un semplice ritorno alle origini, bensì la trasformazione della Lega in una struttura confederale: una federazione capace di mantenere una presenza nazionale garantendo al contempo piena autonomia operativa alle articolazioni del Nord, del Centro e del Sud, così da tornare a essere un vero “sindacato del territorio” senza inseguire le altre forze della destra radicale.
Accanto a Romeo si colloca la componente istituzionale guidata da Attilio Fontana, presidente della Lombardia, riconfermato nel 2023 con il 59,65% dei voti. Fontana ha dato voce al disagio di amministratori e base lombarda, sottolineando che, di fronte alla perdita di centralità del federalismo, non vada esclusa alcuna ipotesi, incluso il rinnovamento del vertice. Il governatore promuove inoltre la creazione di un’associazione del Nord, rete interna per coordinare i dirigenti locali che, nei fatti, assumerebbe i contorni di una corrente organizzata. In Veneto, il nome più evocato dalla base per il “dopo Salvini” resta quello di Luca Zaia. Pur mantenendo un profilo prudente e ricordando che “un segretario esiste già”, il presidente del Veneto ha ribadito con chiarezza l’esistenza di una questione settentrionale irrisolta, insistendo su infrastrutture, fisco e competitività per la “locomotiva” del Paese. A completare il fronte dei governatori figurano Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (Provincia autonoma di Trento). Fedriga sollecita una gestione più collegiale e una reale valorizzazione della classe amministrativa; Fugatti ha segnato la distanza anche attraverso assenze di peso agli appuntamenti promossi dalla segreteria.
In questa fase di assestamento, figure storiche come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il senatore Roberto Calderoli svolgono un ruolo di mediazione e richiamo all’unità. Giorgetti ha invitato il partito a cercare i rivali all’esterno e non al proprio interno, nel tentativo di evitare scissioni o conte traumatiche. Le richieste rivolte a Salvini dagli avversari interni si condensano in quattro punti: ritorno ai territori, con priorità a imprese, fisco e percorso verso l’autonomia; guida collegiale, riducendo l’accentramento sul segretario a favore di vere deleghe agli amministratori locali; ridefinizione dell’identità politica, per evitare l’appiattimento su Fratelli d’Italia e sulla destra sovranista europea; ripristino del metodo democratico, restituendo a congressi e assemblee la funzione effettiva di confronto e decisione.
Salvini ha raccolto la sfida annunciando la convocazione di un congresso straordinario per ottobre 2026. La sua linea resta quella di una Lega autonomista su scala nazionale e “patriottica” in Europa, con l’obiettivo di confermare la propria leadership attraverso una conta interna che coinvolga l’intero territorio nazionale.