Direzione nazionale
Unanimità senza i riformisti: approvata la relazione di Schlein che chiede peso nella guida del Campo largo
L'approvazione all'unanimità ma senza l'adesione dei riformisti: il Pd vuole scrivere il programma comune e non esclude primarie
Un voto unanime, ma senza l’adesione dell’ala riformista. La direzione nazionale del Pd oggi approva la relazione di Elly Schlein e fotografa insieme la forza della segretaria e una tensione ancora aperta. Dal Nazareno arriva un messaggio agli alleati: i democratici vogliono costruire il programma comune, ma chiedono che il loro peso elettorale conti anche nella scelta di chi guiderà la coalizione.
Il peso del Pd al tavolo dell’alleanza
Il messaggio rivolto agli alleati parte da una distinzione: scrivere insieme il programma non significa attribuire a ogni forza lo stesso peso politico. Schlein rivendica il lavoro con cui i democratici hanno consolidato la propria posizione nell’opposizione e chiede che quel consenso conti nella definizione delle scelte comuni. L’apertura alla coalizione, dunque, non equivale alla rinuncia a una proposta riconoscibile del Pd. La formula usata al Nazareno, «Generosi sì, ingenui no», riassume questa impostazione.
Un riferimento verificabile è il risultato delle elezioni europee del 2024: secondo i dati pubblicati dal Parlamento europeo, il Pd ottenne il 24,11%, contro il 9,98% del Movimento 5 Stelle. In quella consultazione, quindi, i democratici raccolsero più del doppio dei voti dei pentastellati. È un precedente concreto a sostegno della rivendicazione di Schlein, ma non una misura automatica degli equilibri attuali né una previsione delle prossime politiche: elezioni diverse non sono direttamente sovrapponibili.
La segretaria lega il peso elettorale alla responsabilità di guidare l’intero schieramento. Nella sua impostazione, la leadership non deve rappresentare soltanto il partito che la esprime: deve farsi carico anche delle altre componenti. Resta però ferma la richiesta che la forza maggiore dell’opposizione non venga trattata come un interlocutore equivalente a tutti gli altri, indipendentemente dal consenso raccolto.
Primarie disponibili, regole ancora da discutere
Schlein non chiude la porta alle primarie di coalizione. Le presenta come una strada praticabile qualora non si raggiunga un’intesa sulla guida, accompagnando la disponibilità con la convinzione di poterle vincere. La sequenza proposta resta comunque precisa: prima definire gli impegni comuni, poi scegliere chi dovrà rappresentarli. È una rivendicazione della candidatura democratica, non l’annuncio di una procedura già concordata con gli alleati.
Dentro il Pd, il nodo riguarda anche quante candidature presentare e con quali modalità votare. Già il 28 settembre, il responsabile organizzativo Igor Taruffi aveva richiamato lo statuto, indicando nella segretaria la candidata del partito sia direttamente a Palazzo Chigi sia in eventuali primarie. L’ipotesi di un secondo nome democratico, secondo la ricostruzione dell’ANSA, richiederebbe una deroga e una decisione dell’assemblea. La maggioranza del partito aveva manifestato freddezza verso questa possibilità.
È qui che emerge il significato dell’unanimità sulla relazione: non coincide con il superamento del dissenso interno. I riformisti non hanno partecipato all’approvazione, mentre alcuni loro esponenti sono intervenuti nel dibattito. Non si tratta, dunque, di un’assenza dell’area dalla discussione, ma di una mancata adesione al voto favorevole. Il Foglio riferisce che il gruppo si è astenuto sulla relazione.
Giorgio Gori ha contestato la prospettiva di una sola candidatura democratica, sostenendo che valorizzare il pluralismo del partito possa ampliare la partecipazione. Simona Malpezzi ha difeso primarie aperte, in presenza e articolate su due turni, con l’obiettivo di raggiungere una sintesi più ampia. Il contrasto riguarda quindi non soltanto i nomi, ma il modo in cui il Pd intende rappresentare le proprie culture politiche nella competizione di coalizione.
Nella relazione, la proposta politica non si esaurisce nella leadership. Schlein indica tra le priorità la sanità pubblica, la ricerca, l’ampliamento dei servizi per l’infanzia e la scuola. Sul diritto alla casa propone il recupero del patrimonio di edilizia popolare e una legge sugli affitti brevi. Sono temi che la segretaria porta nel confronto con gli alleati: non vanno confusi con un programma di coalizione già approvato.
La politica estera rimane un terreno sul quale costruire una convergenza. Schlein conferma il sostegno al popolo ucraino e chiede un’iniziativa diplomatica europea, con un negoziatore unico. Sul versante degli investimenti distingue inoltre un piano comune per la difesa dal riarmo dei singoli Stati. Pur riconoscendo sensibilità differenti tra le opposizioni, si dice fiduciosa nella possibilità di trovare una sintesi: una disponibilità al confronto, non la certificazione di un accordo raggiunto.
La sfida a Meloni e il limite delle larghe intese
All’esterno, il bersaglio resta Giorgia Meloni. Schlein contesta il bilancio del governo su fisco, salari, servizi e crescita; la presidente del Consiglio replica sui social, respingendo le accuse e definendole false. È uno scontro politico a distanza: le valutazioni della leader democratica e la risposta della premier vanno attribuite alle rispettive protagoniste, senza trasformarle in una verifica indipendente dell’andamento del Paese.
Schlein esclude infine le larghe intese, legando l’accesso al governo alla vittoria dell’alleanza progressista. Il mandato rivendicato dalla segretaria tiene così insieme tre passaggi: costruire un programma vincolante, far valere il peso del Pd e scegliere una guida capace di rappresentare tutta la coalizione. La direzione sostiene la relazione; le regole delle primarie e la ricomposizione del dissenso riformista restano questioni distinte da quell’approvazione.