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Musumeci: «Sicilia si prepari al peggionegli ospedali precedenza a malati covid»

Politica

«Che dobbiamo fare con Nello?»

Di Mario Barresi

«Che dobbiamo fare con Nello?». La domanda - appena sussurrata, sia per la delicatezza del momento, sia per l’imbarazzo della risposta - comincia a circolare giovedì sera. Meno di una decina di telefonate incrociate, fra alcuni “savi” del centrodestra. Qualche ora dopo l’ira funesta di Musumeci su Luca Sammartino, con la tetra evocazione del tintinnio di manette sul deputato renziano, additato a simbolo degli inciucisti del voto segreto.
«Non facciamo troppa pubblicità alla cosa, ma del futuro - è il patto fra i pochi che si sono posti la questione, fra cui leader di forze politiche e anche qualche assessore - dobbiamo cominciare a riparlarne. Presto». Nel centrodestra siciliano c’è già il tema del “dopo di lui”. Cioè: Musumeci. Ci sono le condizioni per un mandato-bis? Un argomento da maneggiare con cura, al quale però qualcuno ha già messo mano. E testa. Magari con una tempistica prematura. Eppure partendo da un dato di fatto: dopo che lo scranno dell’inquilino di Palazzo d’Orléans è rimasto vuoto, per tutti i successivi lavori d’aula, la finanziaria regionale è andata avanti come un Frecciarossa.

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Quasi al punto di far pensare che, se quello di Musumeci fosse stato un coup de théâtre studiato, il risultato sarebbe uno “sblocca-Ars” da genio del male. «Ma non è così, basta vedere - certifica un deputato di maggioranza - il colorito paonazzo e le vene rigonfie sul collo del presidente, per capire che è stata un’uscita di pancia. Sarà pure sotto pressione per il corovirus, ma è andato fuori di testa...». E, aggiunge un altro “senatore” (nel senso esperienziale, non della carica) della coalizione, «il risultato è stato ottenuto, non “per” Musumeci, ma “nonostante” lui», attribuendo lo scampato pericolo «alla straordinaria performance di Gianfranco Miccichè». La prova della spontaneità dell’ira è anche nel fallimento di tutti i tentativi diplomatici per far tornare il governatore a Sala d’Ercole per «chiedere scusa, se non a Sammartino, almeno al parlamento». Proprio mentre le colombe svolazzano in cerca di un segnale, Musumeci rilancia con un a nota contro «gli intrighi coperti dal voto segreto».

Ed è impossibile, nella tarda serata, uscire con un documento di tutti i capigruppo del centrodestra. Il riferimento ai «modi» con cui il presidente della Regione «ha argomentato le proprie ragioni» e soprattutto un altro passaggio («che il Presidente abbia lasciato l’Aula ci dispiace») fanno venire meno la firma di Alessandrò Aricò di DiventeràBellissima. Il movimento del governatore avrebbe gradito un «sostegno incondizionato». Non gliel’hanno accordato.

Proprio in quei momenti si accendono i caminetti fra chi, magari con un secondo fine, pone la domanda: «Che dobbiamo fare con Nello?». I più attendisti prendono per buoni gli impegni che Musumeci ha assunto in un vertice di maggioranza di dieci giorni fa, in cui, in piena emergenza Covid, s’è trovata qualche ora di tempo per approfondire «le solite questioni». Ovvero: i mal di pancia dei partiti sulla «mancanza di dialogo del presidente con gruppi e deputati». Un tormentone che «si trascina ormai da più di due anni, fino ad aver incancrenito la situazione». Musumeci, però, in quella sede «è stato molto più conciliante del solito». Assumendo degli impegni sul rimpasto e sul cambio di alcune deleghe degli attuali assessori, ma anche su una specie di cabina di regia politica con un incontro al mese.«Lo stiamo monitorando», ammette un influente pezzo della maggioranza. Eppure le pressioni degli alleati perderebbero molto del potere ricattatorio, se Musumeci godesse, dopo il sostegno ad personam di Ora Sicilia, di un’altra raffinata invenzione di Ruggero Razza: il gruppo dei “diversamente grillini”. Quattro-cinque deputati in uscita dal M5S, non organici ma soprattutto non ostili al governatore, che renderebbero la sua legislatura più blindata dell’Isola ai tempi del lockdown.

C’è chi, a denti strettissimi, confessa che «la questione del futuro per ora è nel cassetto, perché il tavolo è occupato da carte più urgenti». Ma dove vuole arrivare, semmai avesse consistenza e durata, la fronda anti-Musumeci? Soltanto i nemici più acerrimi esplicitano la ragione sociale: «Non dobbiamo lasciare la Sicilia a lui e a Razza per i prossimi sette anni e mezzo». I più riflessivi si guardano attorno: «Non si deve arrivare alla fine del mandato con la sua ricandidatura come scelta obbligata. Se esiste un’alternativa, costruiamola, facciamola crescere». Il problema, però, è proprio questo: chi può aspirare alla leadership della coalizione? Il più gettonato resta Salvo Pogliese. Ma il sindaco di Catania (che piace, per forza di cose, a Giorgia Meloni, e non dispiace a Matteo Salvini) dovrebbe uscire indenne dal processo sulle spese pazze dell’Ars, prima di essere abile e arruolato. Comunque, aggiunge qualcuno, «Salvo in questi mesi di Covid poteva ritagliarsi una sua visibilità regionale e invece è stato troppo timido». Il pensiero, freudianamente, va subito all’estremo opposto: Cateno De Luca. Che con i signori del “caminetto” ci parla, eccome. Sms, telefonate, invio in chat di fanta-ordinanze della serie «se fossi io al posto di Musumeci». “Scateno” è popolare nel suo populismo guascone. Ma è l’uomo giusto? Potrebbe essere lo stuntman ideale per colpire la rigidità del ColonNello, ma c’è chi non si fida di chi «potrebbe diventare il Crocetta di centrodestra». E si arriva persino a invocare «una specie di Draghi siciliano». Che, per ora, non ha un’identità.

Allora il rischio è di fare i conti senza l’oste. Anzi: i caminetti senza fuoco. A Musumeci, per consuetudine, spetterebbe l’opzione sulla ricandidatura. «E poi, con la linea dura sul Covid, ha preso mille punti», è l’ammissione di chi ricorda l’ultimo sondaggio in cui il governatore fra i siciliani gode quasi della stessa fiducia di Giuseppe Conte, con percentuali fra l’80 e il 90% di consenso sulle misure antivirus. «Ma quelli non sono voti», obietta un vecchio materialista della coalizione. Lo stesso che fa notare come «Nello si senta già candidato, tant’è che le sue sfuriate più sguaiate, all’Ars, sono state contro due che considera rivali, entrambi catanesi». Cioè: Claudio Fava, ipotetico candidato di un centrosinistra che parlerebbe anche ai 5stelle, e lo stesso Sammartino, lanciato da Matteo Renzi in persona prima di essere azzoppato dall’indagine per corruzione elettorale. «Ma Luca - sussurra un ideologo del trasversalismo - continua a parlare con molti di noi. E potrebbe essere il partner di un progetto alternativo a Musumeci che parta proprio dai moderati». La stessa famiglia in cui qualcuno vorrebbe proprio il governatore «alla guida di un partito regionale con cui impostare il rapporto con Roma». Mentre altri ne temono la svolta leghista. «Se Nello chiude con Salvini non c’è partita: sarà lui il candidato. E rivincerà». Pronostico smozzicato con sincera preoccupazione. Da uno dei big sponsor del “Musumeci I”. Il che è tutto dire.
Twitter: @MarioBarresi

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