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All’Ars si va verso il gruppo dei “diversamente grillini”

Politica

All'Ars si va verso il gruppo dei “diversamente grillini”

Di Mario Barresi

Catania. Il più caustico, nella chat dei portavoce, è il deputato nazionale Antonio Lombardo. Che va oltre la già consolidata nomea di “stampelle di Musumeci”, sui quattro astenuti a Sala d’Ercole nel voto finale sulla finanziaria. «Proprio lui che a Roma votò l’ordine del giorno della Meloni sul Mes...», il piccato déjà vu. Nell’altra chat, quella dei deputati regionali, non si fa alcun cenno «a quel fatto». Come se non fosse mai accaduto.

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Il gruppo del M5S convive - tutti “congiunti” ma senza più “affetti stabili” - sotto lo stesso tetto. Senza più chiedersi: se stiamo insieme ci sarà un perché? È già la fase 2: quanto durerà ancora questa recita? Sergio Tancredi, l’iper-musumeciano espulso, è ancora lì. Non esce, non lo cacciano. Ma lui, almeno, consuma il rito catartico di votare la manovra col centrodestra. «Marchette» incluse.

Qualcuno, fra gli altri lealisti (Angela Foti, Matteo Mangiacavallo, Elena Pagana e Valentina Palmeri), avrebbe voluto fare lo stesso, su una legge «parzialmente migliorata, nell’interesse dei siciliani nel momento più difficile della storia recente», in cui «molte dalle nostre proposte sono state condivise». Alla fine hanno detto “nì”. Per sottrarsi agli hater sui social, per rinviare lo strappo.

Qui non si lascia, si aspetta di essere lasciati per primi. Sulle restituzioni dell’indennità, la casistica è variegata: il più puntuale è Mangiacavallo (ultima rendicontazione a gennaio 2020), poi Palmeri (novembre 2019), in arretrato Foti (luglio 2019) e Pagana (febbraio 2019). Tutti al secondo mandato, tranne Pagana. Eppure, bisbigliano gli ortodossi, regolamento alla mano, una “giusta causa di licenziamento” ci sarebbe: al di là dell’astensione, i quattro «hanno votato in difformità alle indicazioni del gruppo» in almeno un’occasione a scrutinio palese. C’è davvero bisogno degli azzeccagarbugli? Basterebbe incontrarsi senza far finta di non vedersi. Parlarsi. Se, dopo quattro mesi di vacatio, fosse scelto il vice (e successore) del capogruppo Giorgio Pasqua, sarebbe un modo per riprovarci? Se i facilitatori eletti su Rousseau (Angela Raffa e Antonio De Luca) non fossero desaparecidos o “complicatori”, si potrebbe ricucire?

«Quelli lì sanno già cosa fare, da mesi: gruppo a cinque, un assessore e un presidente di commissione», dice chi - alla giusta distanza - la sa lunga. Ma non lo fanno. Aspettano: gli Stati generali del M5S, Ferragosto, Natale, la fine del Covid. Ma per il virus dell’incomunicabilità non c’è vaccino. Non si parlano, non ne parlano. Orfani della leadership carismatica di Giancarlo Cancelleri, avvelenati dall’elezione della «Pivetti di Acireale» (perfido epiteto affibbiato alla vicepresidente dell’Ars, Foti, incoronata dal centrodestra, a sua insaputa), costretti a convivere da nemici. «Non si sa come finirà», è la linea prudente dei collaborazionisti. Ma se all’Ars dovesse mai nascere un nuovo gruppo di “diversamente grillini”, «sarà per portare avanti il programma per cui siamo stati eletti e non - confessione della sera - per fare le stampelle di Musumeci». Le ultime parole famose?
Twitter: @MarioBarresi

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