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Comunali in Sicilia, «Uniti si vince»: è un brindisi collettivo

Politica

Il centrodestra brinda: «Uniti si vince» Ma pesano i rimorsi delle spaccature

Di Mario Barresi

Catania - «Quando siamo uniti, non ce n’è per nessuno». Un rito di autocoscienza collettiva che, nel centrodestra siciliano, tutti - dal governatore all’ultimo candidato non eletto a Valguarnera Caropepe - in queste ore vanno ripetendo. E la “Termini di centrodestra” è Barcellona: il 60% di Pinuccio Calabrò, tutti insieme appassionatamente (dalla Lega ai centristi), ha annientato il secondo (e molto meno pubblicizzato) candidato giallorosso in Sicilia, il civico Antonio Mamì. Ma è un caso più unico che raro.

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Gianfranco Miccichè esulta: «Forza Italia ribalta i dati nazionali confermandosi perno e guida del centrodestra in Sicilia». Ruggero Razza pure: «DiventeràBellissima cresce in un centrodestra che in Sicilia torna in tante città sopra il 60%». In pubblico si ostentano i successi - ognuno ha il proprio orticello, tanto con 60 comuni al voto, alcuni minuscoli, un posto dove hai vinto lo trovi - e in privato cova il rimpianto sulle spaccature. «In diversi casi, come a Milazzo, abbiamo privilegiato - rivendica Elvira Amata, capogruppo di FdI all’Ars - l’unità della coalizione, ritirando la nostra candidatura a sindaco». Sottinteso: gli altri non sempre l’hanno fatto. A Termini, certo. Ma anche Agrigento, dove Franco Miccichè, la sorpresa civico-lombardiana di Roberto Di Mauro ha surclassato sia i sovranisti sia l’inedito asse Fi-musumeciani. All’ombra dei templic’è il secondo round. E tutti (gli sconfitti) ora vogliono «azzerare le divisioni». Nascondendo sotto il tappeto la polvere dei personalismi. «Se ci fossimo schierati col centrodestra unito avremmo vinto al primo turno», la catalaniana conclusione di Miccichè (Gianfranco), mentre in un video proclama che «al ballottaggio sosterremo Micciché (Franco, ndr), abbiamo già parlato». Con chi? Forse non col candidato, che ostenta freddezza: «Non voglio parlare di apparentamenti. Ho camminato da solo, con la mia squadra, e la mia idea è quella di continuare così». Magari con Di Mauro, più propenso al gemellaggio con i forzisti, per ragioni di numeri in consiglio, ma soprattutto per «non lasciare Agrigento isolata dalla Regione».

Ed è proprio nella diaspora girgentana che, in parte, affonda le radici il tracollo della Lega in Sicilia. Con un sistema di vasi comunicanti Agrigento-Enna. La scelta di mollare il civico Miccichè («se non l’avessimo fatto, avremmo vinto al primo turno e saremmo in giunta», mastica amaro un leghista) sconfessò la linea dell’ex commissario locale, Massimiliano Rosselli. In mezzo - dicono - s’è messo il deputato nisseno Alessandro Pagano, preoccupato di mettersi in casa Di Mauro, il primo fan, fra gli ex Mpa, della federazione con Matteo Salvini. E così Pagano ha convinto Annalisa Tardino, commissaria subentrata a Rosselli. E l’eurodeputata, a sua volta, ha convinto Stefano Candiani. A quel punto anche il meloniano Raffaele Stancanelli (che aveva dato la sua parola a Di Mauro) s’è trovato spiazzato ed è nata la candidatura sovranista di Daniela Catalano, poi inchiodata al 9%. Ma gli autonomisti si sono vendicati subito dell’onta. A Enna, impuntandosi (con Paolo Colianni) sull’ingresso della Lega, «ma senza simbolo», nella coalizione che ha eletto Maurizio Dipietro. Ed è questo, al netto dello storytelling renziano, il vero motivo per cui il Carroccio è stato costretto a correre da solo, col pessimo 5,5% di Giuseppe Savoca.

Ma c’è dell’altro nella parabola, solitaria e discendente, della Lega: soltanto a San Giovanni la Punta il candidato va in doppia cifra. Per il resto è una Waterloo. Ieri mattina Candiani ha analizzato i dati con i suoi. «Da adesso si tira una linea fra il prima e il dopo». Non è in dubbio il ruolo del viceré salviniano di Sicilia. «È stato vittima di consigli e di consiglieri sbagliati», è la versione assolutoria dei mal di pancia. Ma ora chi sussurrava che «ci vuole un cambio di passo» lo dice ad alta voce. Ipotizzando di «azzerare tutti i commissari provinciali». E soprattutto di cambiare strategia: «Non dobbiamo avere paura di crescere», è il motto di chi invita il segretario regionale ad aprire il partito. Ma la federazione con DiventeràBellissima è sempre più un’utopia. E non solo per il bagno di sangue laddove s’è testato il “matrimonio” (3,7% ad Augusta), ma soprattutto perché Nello Musumeci è già a caccia dei “talenti civici” emersi dalle urne, nell’ottica di quel «partito del presidente» che è la sua nuova stella polare. Una svolta che fa gioco al “patto del ficodindia” con Miccichè. E che piace a molti leghisti. Soprattutto a quelli del nuovo rito giorgettiano. Un Carroccio moderato, senza la puzza al naso nemmeno quando stringe le mani a quei fetentoni dei centristi siculi. Gli stessi che l’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti rassicurava, incontrando peones sul divano della Vecchia Dogana di Catania. «Ci sarà spazio anche per voi». E magari, se lo volesse, pure per Raffaele Lombardo, silenzioso (e invisibile) vincitore assoluto di queste elezioni.

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