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Arriva la mozione anti-Razza: ma “papa” Nello salverà Ruggero. Ecco a quale prezzo

Politica

Arriva la mozione anti-Razza: ma “papa” Nello salverà Ruggero. Ecco a quale prezzo

Di Mario Barresi

Ruggero Razza supererà l’esame più difficile della sua vita. Oggi, o quando mai si voterà, l’Ars respingerà la mozione di sfiducia: #andratuttobene. 

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Prima che per una ragione di numeri, per una questione d’onore. Perché, nella vis pugnandi con cui Nello Musumeci combatte il Covid sin dalla prima ondata, quella all’assessore alla Salute sarebbe «come una sfiducia al ministro della Guerra col nemico ancora non sconfitto e il nostro esercito nel caos». Ma, oggi, per il governatore sarebbe anche come sfiduciare se stesso. Ed è per questo che è in campo per disinnescare la bomba a orologeria piazzata sotto la sedia dell’assessore alla Salute.

Costi quel che costi. Compreso il prezzo politico da pagare ad alcuni esponenti della maggioranza. Sia a quelli da tempo in rotta con Razza, reo, fra l’altro, di «non fare toccare palle sulle cose della sanità» a molti, big e peones, del centrodestra. Sia a quelli che, nel caotico spauracchio della mozione, provano a portare all’incasso i desiderata ora non più tabù impronunciabili. Il rimpasto? Anche, «ma non voglio che si chiami così», ripete Musumeci a chi gli evoca il tormentone di Gianfranco Miccichè. Che di fatto l’ha già strappato, alle sue condizioni, in cambio di un silenziatore al biasimo - forzista, ma soprattutto suo personale - dell’assessore.

Il viceré berlusconiano è stato, in queste ore, il terminale del “viaggio della speranza” di Mario La Rocca, a Sant’Ambrogio. Miccichè ha accolto nella sua villa cefaludese il dirigente nella bufera per l’audio sui posti Covid. Consegnandogli la sua rabbia per «alcune cazzate di Ruggero», ma, soprattutto, un elenco di cose da fare per «sistemarle». Centristi rimpiccioliti, leghisti perplessi, meloniani ostili: venghino, siori, venghino. C’è spazio (e lucro) per tutti. E, nel pantagruelico suk del centrodestra, spunta anche Raffaele Lombardo, che, pur estimatore «della testa raffinata del giovane Razza», per agevolarne la miglior sorte gradirebbe per i suoi discepoli l’Agricoltura.

Salvate il soldato Ruggero. Questa la linea che il centrodestra, più per convenienza che per convinzione, terrà a Sala d’Ercole. Dove non era scontato che entrasse, visto che fra le strategie della vigilia c’era anche chi proponeva di disertare il dibattito. «Sarebbe un segnale di presa di distanza» dall’assessore sulla graticola, è il senso del niet di Musumeci, che pretende la presenza e il voto - per fortuna palese - di tutti. Al quale si aggiungerà, l’uscita dall’aula di alcuni renziani: Nicola D’Agostino (in simbiosi con Razza, oggetto della focosa gelosia dei deputati etnei di centrodestra, musumeciani compresi) e, forse, Edy Tamajo.

L’assessore, infine, scanserà il tradimentoso fuoco amico. Ma anche per lui c’è un prezzo da pagare. Già, in parte, dolorosamente saldato. Perché riguarda la fiducia a cui tiene di più: quella di Musumeci. Che è dilaniato fra la consapevolezza di dover fare il commander in chief della sanità anti-Covid e l’atavico senso di protezione nei confronti di Razza. Per lui è più di un delfino, fra l’altro immolato nel 2008, candidato governatore a 28 anni con l’1,6% dei voti, fra le fauci dell’enorme balena (bianca) Totò Cuffaro. Temprato dalla scuola alla Nunziatella, fedelissimo, brillante e cresciuto a sua immagine e somiglianza: quasi un figlio, in un transfert freudiano della tragedia vissuta. Un figlio adorato, ma da baciare nel sonno e non quand’è sveglio. «Ruggero, continua a gghiucari...», la battuta ricorrente in pubblico a ogni report positivo sui posti letto Covid, per poi congratularsi in privato. Perché da lui pretende sempre e solo una cosa: il massimo.

Eppure ora s’avverte il Grande Gelo. Fra “papà” Nello e Ruggero. Alimentato dai sussurri di decine di testimoni - assessori, deputati e maggiorenti - del centrodestra in contatto con Musumeci. Con una doppia interpretazione. La più maliziosa è che il presidente voglia minimizzare gli effetti negativi della mozione (e non solo) su di se stesso. L’altra, più banale e forse più autentica, è che qualcosa fra i due è cambiato. «Sulle questioni sanitarie assumo io l’iniziativa», il monito lanciato da Musumeci, in un infausto venerdì 13, nel vertice con tutti i manager a Enna, e ribadito, quasi con le stesse parole ma precisando che «l’assessore sta facendo un ottimo lavoro», in una successiva riunione a Palermo. Una delegittimazione? Un commissariamento? No. «Dobbiamo creare un cordone di protezione attorno a Ruggero», la linea dettata ai potenziali “tutor”. E oggi in aula ci sarà una plateale e appassionata difesa, semmai dovesse intervenire il presidente. Che ai più intimi descrive il suo rapporto con Razza con una metafora: «Con lui uso ’a zotta (una sferza di campo attaccata a una verga, ndr), che si fa schioccare in aria per incutere timore al cavallo senza fargli male».

E di sferzate, di recente, racconta chi le ha ascoltate, ce ne sono state. Il punto di caduta, una decina di giorni fa, in una visita in Presidenza (su invito dell’inquilino, sollecitato dall’assessore Roberto Lagalla) del presidente dell’Ordine dei medici di Palermo, Toti Amato, accompagnato da Luigi Galvano, uomo forte dei medici di famiglia. «Perché ce l’avete tanto con Ruggero?», la domanda dopo l’ennesimo attacco pubblico. La risposta: i cahiers de doléances di una sanità siciliana «con un uomo solo al comando», magari enfatizzati dal rancore di Amato, fan palermitano di DiventeràBellisima alle Regionali, nei confronti dell’assessore che ha sostenuto apertamente lo sfidante all’Ordine (sconfitto) Marcello Mezzatesta.

«Ci penso io», la promessa formale di Musumeci agli interlocutori. Identica a quella rassegnata al centrodestra. Toto Cordaro, emissario presso Miccichè, ha ricevuto la un elenco delle sollecitazioni degli alleati inquieti: aspiranti primari, reparti da potenziare, cliniche e baroni universitari da consolare. Molti dei quali scontentati da Razza. «Ci pensa personalmente il presidente», la garanzia del fido assessore. Se poi a La Rocca, ambasciatore di Razza, avesse consegnato una “lista della spesa” diversa, raddoppiando il bottino, Miccichè meriterebbe ad honorem il Nobel per la Pace. O per la Poesia, fate voi.

Musumeci s’è esposto molto, per salvare il suo assessore. Che resterà, fino alla fine. A dispetto delle dispettose voci sul fatto che, non ricandidandosi a sindaco di Caltagirone, a giugno prossimo ci sarà Gino Ioppolo - un fratello, per Nello - libero su piazza. Genio e sregolatezza, l’assessore-spin doctor ha incassato i successi di mosse ritenute «geniali» dal presidente: dalla nomina del «compagno Costa» a commissario Covid alla disarticolazione del M5S con la nascita di Attiva Sicilia, fra le matrici dell’odio viscerale dei grillini.

Ma s’è sgonfiato il gruppo “razzista” di Ora Sicilia (gli ultimi due reduci, Luigi Genovese e Totò Lentini, in transito verso l’Udc), così come è abortita, per voluta inerzia di Musumeci, la federazione con la Lega, «una fissazione di Ruggero, che non mi ha mai convinto», riferisce chi è nella stanza dei bottoni. E dunque è stato testimone della più plateale sfuriata presidenziale.

Che non riguarda il Covid. Ma l’Irsap: l’impallinamento finale di Giovanni Occhipinti, voluto dal musumeciano Giorgio Assenza e bocciato in commissione col ruolo decisivo degli ex grillini, fra cui Elena Pagana, compagna di Razza. «Non si sentivano ’uciate così dai tempi di Crocetta», gli spifferi di palazzo. «Ruggero non era così stravolto da quella volta che, in campagna elettorale, sbucò a a Caltagirone dopo due giorni di eclissi», le voci del movimento, riferendosi al caso del presunto impresentabile nella lista etnea di #Db.

Sul Covid ghe pensi mi, dice Musumeci. Con Razza più per sentimento che per ragione. Già prima del caso La Rocca, che anzi, essendo giudicato da entrambi «montato ad arte dai nostri nemici interni», ha avuto - al netto della scarsa loquacità pubblica del presidente e del fastidio formalista per «comunicazioni ufficiali fatte in chat sopra le righe» - l’effetto di riavvicinarli. E così le folate di vento freddo si trasformano in uno scaldino salvavita. Per due. Per tutti. In questo duro inverno di pandemia che non è neppure cominciato.

Twitter: @MarioBarresi

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