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Regione, la “scalata” incompiuta delle Cenerentole

Di Mario Barresi |

Alzi la mano chi, anche fra i melomani più appassionati delle oper(ett)e liriche della Regione, ha memoria di Francesca Basilico D’Amelio. Assessora all’Economia della giunta più rosa della storia di Sicilia (sette su dodici), in principio della «rivoluzione» gracchiata da Rosario Crocetta. Nominata il 23 novembre 2012, in carica cinque giorni. Magari per un sesto senso tutto femminile, Basilico D’Amelio, già allora quotatissima sherpa dei ministeri, rinuncia. «Non potrà assicurare la sua presenza a Palermo nell’immediato», la giustificazione ufficiale del subentro di Luca Bianchi.

Ma che c’azzecca la prima delle amazzoni, molte delle quali “usa&getta”, di Crocetta con Bernardette Grasso, monacale e miracolosa (nomen omen) ultima particella di sodio femminile della giunta di Nello Musumeci? Niente. O tutto.

L’azzeramento virtuale delle donne dal governo regionale è l’ultimo capitolo di un romanzo tutt’altro che rosa, scritto quasi sempre dagli uomini, in cui le poche protagoniste e le tante comparse hanno compiuto una scalata a tutt’oggi incompiuta. Il peccato originale, con tanti Adamo senza un’Eva, è già nell’elenco dei padri costituenti dello Statuto. Tutti padri, appunto – e nessuna madre – i saggi nominati nel 1945 dall’alto commissario per la Sicilia, Salvatore Aldisio. Eppure due anni dopo, nel primo governo di Giuseppe Alessi, c’è già una donna in giunta, seppur come «assessore supplente» al Lavoro, previdenza, assistenza sociale e sanità: Paola Verducci Tocco, classe 1903, farmacista messinese eletta all’Ars nel collegio di Palermo con 7.482 voti. Una allora a fronte di zero oggi, se Musumeci confermasse i desiderata di Forza Italia sul doppio cambio in giunta, silurando Grasso, unica superstite dopo l’addio dell’autonomista Mariella Ippolito.

Un cruccio per il primo post-missino a Palazzo d’Orléans, facile bersaglio delle critiche delle opposizioni. Con Claudio Fava che, evocando una «virile rimembranza del ventennio fascista in cui alle donne non era neppure concesso votare», ricorda che «era dai tempi del governo Fanfani che non accadeva una cosa del genere in Italia». Uno spiraglio che si fa voragine, quando Vincenzo Figuccia (a dispetto del destino di un cognome che sembra vezzeggiare inviolabili intimità) la tocca piano: «Ciò che conta non è ciò che gli assessori hanno in mezzo alle gambe ma ciò che hanno in mezzo alle orecchie». Uno spunto di riflessione, ma con lessico da celodurismo d’antan, quello del deputato regionale neo-leghista. Che presta il fianco anche al Pd, con un intervento di Anthony Barbagallo sparato sui social nazionali del partito: «Solo se tra le orecchie hai poco o nulla puoi pensare di escludere le donne dalle partecipazione politica», s’accende il segretario siciliano dei dem che definisce «indecente» il rimpasto di Musumeci.

La Regione-matrigna e le Cenerentole in via d’estinzione: una favola vecchia, prima che triste. Scandita dai numeri. Dal 1947 al 2007, su 1.260 deputati seduti sugli scranni di Sala d’Ercole, le donne all’Ars sono appena 23. L’1,82%. In sessant’anni. Né l’elezione diretta del presidente della Regione, né il cambio (apparente) di cultura politica mutano il quadro del nuovo millennio. Il primo governo di Totò Cuffaro è un circolo per soli uomini, con l’unico ingresso in corsa di Marina Noè all’Industria. Tre assessore nel VasaVasa-bis (Giovanna Candura, Agata Consoli e Rossana Interlandi), per poi spianare le quote rosa all’alba del lombardismo. Descritto come sospettoso e misogino nelle biografie non autorizzate, Raffaele Lombardo si converte però presto – più per convenienza che per convinzione – al rito delle nomine iconiche. Come quella, femminile, di Caterina Chinnici (figlia di Rocco, il magistrato ucciso dalla mafia), assessora alle Autonomie locali dal 2010 al 2012, prima di fare per due volte l’eurodeputata a suon di voti nella lista del Pd. Il politically correct linguistico di «assessora» e «sindaca» è ancora futurismo. Quella del centrodestra al governo è l’era della fallocrazia al potere, fra tabù post dc e sessismi da osteria. Eternati da quel quasi liberatorio «le donne non ci devono scassare la minchia!» pronunciato da Pippo Gianni durante il dibattito sulle quote rosa alla Camera, con Stefania Prestigiacomo, vestale delle pari opportunità del berlusconismo pre-olgettine, in lacrime.

E poi si entra nel meraviglioso mondo di Saro. Il pantagruelico primo governatore gay dichiarato, con voto di castità ostentato, colorando di rosa i grigi palazzi della politica regionale. Nel 2012 la Sicilia diventa l’ombelico delle donne con i pantaloni a vita bassa. Un esercito di donne in giunta: ben 23 nella giostra dei 58 assessori. Dalla studentessa Nelli Scilabra alle nuove icone della legalità (Lucia Borsellino, figlia di magistrato-martire, e Vania Contrafatto, pm palermitana di ferro), dalla segretaria bergamasca Michela Stancheris alla confindustriale Linda Vancheri, finita indagata con la collega Mariella Lo Bello in un filone del Montante-Gate. Alcune delle assessore di Crocetta dimostrano competenza e sopravviveranno a vita propria: oltre a Borsellino e Contrafatto, anche Sara Barresi, Patrizia Valenti, Cleo Li Calzi ed Ester Bonafede faranno ancora parlare di loro. Ma fu vera gloria? La stagione crocettiana lascia il retrogusto amaro di un femminismo di facciata, maciullato nel tritacarne per farne fast food mediatico. Il caso più eclatante riguarda Maria Rita Sgarlata, compianta (anche dai serpenti che in vita provarono a darle i morsi più velenosi) assessora ai Beni culturali, invisa al cerchio magico e defenestrata col dossieraggio farlocco della «piscina abusiva», poi rivelatasi una vasca dell’Ikea. Una storia ancor più clamorosa della silenziosa solitudine a cui viene condannata Borsellino, al netto dell’intercettazione (mai trovata) di Crocetta con Matteo Tutino, prima delle dimissioni.

Si arriva a Musumeci. Il presidente-gentleman non si circonda di donne in giunta. Ma ne sceglie molte in posti-chiave. A partire da Maria Mattarella segretaria generale della Presidenza, dopo la cacciata di Patrizia Monterosso, sacerdotessa di Lombardo e ancor più di Crocetta. E poi Vitalba Vaccaro capo di gabinetto, dopo la nomina di Carmen Madonia a dirigente generale come Lucia Di Fatta, Letizia Di Liberti, Margherita Rizza e la stessa ex assessora Valenti, con Daniela Faraoni al vertice dell’Asp più importante, quella di Palermo. E così, pur in un’Ars con 17 donne su 70, le lacrime di Grasso nell’ultima seduta di giunta sembrano pioggia nel bagnato. Nella legislatura che vota la legge sulle quote rosa al governo regionale (almeno il 33% di assessore), ma boccia – col voto segreto – il medesimo obbligo, ma al 40%, per i sindaci. «Siete omofobi», attacca indignata la capogruppo dell’Udc Eleonora Lo Curto tradendo un clamoroso lapsus. «Semmai misogini», la correggono i franchi tiratori. «Non ci vuole una legge per fare entrare le donne in politica, per farle fare le riempilista. In realtà basta candidarle», dice Giancarlo Cancelleri, allora portabandiera grillino all’Ars, lasciando l’impronta digitale sulla bocciatura. Un prequel della crociata odierna di Jose Marano contro i «maschietti alfa» pentastellati che all’Ars sfornano soltanto capigruppo uomini. E sembra un contrappasso di vendetta, quello di Elena Pagana, ex M5S più volte impallinata dal fuoco (anche amico) del chiacchiericcio sessista per la sua relazione con l’assessore Ruggero Razza: da ieri la deputata ennese è capogruppo di Attiva Sicilia, nel giorno in cui sui social ufficializza, raggiante, che lei e l’assessore alla Salute avranno presto un figlio.

E ora la Sicilia è condannata a un governo senza donne? Gianfranco Miccichè si tira fuori dall’obbligo: «Finora la presenza femminile è stata garantita dal mio partito». E «da qui ai prossimi due anni» se la sbriga Musumeci. Il governatore prende tempo. Sospendendo la nomina di Toni Scilla e Marco Zambuto. Se ne riparla fra qualche giorno. Sperando che i sussurri del Pizzo Magico – e cioè che «non è detto che non ci siano più donne in giunta» – diventino realtà, magari con un ritocchino last minute e una crocerossina centrista a curare le ferite dell’esercito del ColonNello. Ma sarebbe un rattoppo. L’ennesimo, in una coperta rabberciata che in Sicilia serve a scaldare soltanto la libido di potere. Degli uomini.

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