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Tutti- innamorati-tutti di Draghi ma i politici siciliani sanno quel che fanno?

Politica

Tutti-innamorati-tutti di Draghi ma i politici siciliani sanno quel che fanno?

Di Mario Barresi

Chissà che faccia farà lui - sì, proprio lui: SuperMario - quando, alla prima finanziaria del suo governo prossimo venturo, gli arriverà il tradizionale emendamento trasversale per stabilizzare i Pip di Palermo. Col dovuto rispetto per tutte le specie e sottospecie di precari - figli derelitti di decenni di promesse dei trinariciuti politicanti regionali - il punto è che in queste ore di innamoramento collettivo del premier incaricato, nessuno ha il coraggio di fare (né di farsi) una domanda. Questa: ma davvero Mario Draghi sarà disposto a fare «whatever it takes» per il Sud e per la Sicilia nel senso in cui le nostre classi dirigenti traducono, a loro uso e consumo, la parola «necessario»?

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E così ci siamo risvegliati tutti-draghiani-tutti. Nei giorni dello spread che si fa mignon e delle Borse in eccitazione, anche nell’Isola si levano voci di giubilo per l’ex capo della Bce. Esultano i corleonesi, intesi come vertici istituzionali di Corleone: un ordine del giorno votato all’unanimità in consiglio per dire alla nazione che «si riconoscono nelle scelte del Presidente Mattarella e auspicano il rapido formarsi del Governo Draghi». Tutti, o quasi, i politici di casa nostra si dicono favorevoli alla svolta. Con formule e parole diverse. Per Carmelo Miceli, «creare una maggioranza attorno a Draghi è un dovere, una necessità». Il collega Alessandro Pagano è tanto orgoglioso della svolta collaborazionista della Lega da spingersi già nei libri di Storia: «Quella di Salvini è una dichiarazione degna di De Gasperi».

Mentre, ben prima che Draghi sciolga la riserva, le Api di Salvo Fleres si portano già avanti col lavoro: dall’alveare del movimento Unità siciliana è partita una lettera indirizzata a Palazzo Chigi per riassumere «una serie di indicazioni programmatiche relative ai principali interessi della Sicilia e del Mezzogiorno».

Eccoci al punto. Siamo davvero sicuri che la Questione Meridionale del governo Draghi sarà la stessa che hanno (e che hanno sempre avuto) in testa i nostri politici? Il presidente del Consiglio incaricato - la cui madre, persa da giovanissimo, era di origini avellinesi - sembra avere un’idea chiara. Anche se per metterla a fuoco bisogna risalire al 2009: «Finché il Mezzogiorno diventi questione nazionale, non retoricamente ma con ragionato pragmatismo, ogniqualvolta si disegni un intervento pubblico nell’economia o nella società occorre avere ben presenti i divari potenziali di applicazione nei diversi territori e predisporre ex ante adeguati correttivi. Interventi di politica regionale tradizionale potranno dare un contributo solo se congegnati in coerenza con gli interventi generali». quando Draghi, da governatore della Banca d’Italia, aprì un convegno su “Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”. Con un postulato, «senza il Mezzogiorno il Paese intero non ha futuro, abbiamo tutti bisogno dello sviluppo del Sud»», che, al di là del qualunquistico senso di déjà vu, sembra toccare le corde del governo regionale. Una sinfonia armonica, per l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, convinto che «solo la competenza può salvare questo Paese». Mentre il governatore Nello Musumeci, più tiepido, chiarisce: «Abbiamo bisogno di un governo, e spero in quello Draghi, che sia attento alle esigenze di abbattere il dualismo esistente nel sistema Italia».

Draghi, in quel convegno, fu tranchant su un punto: il Sud rimane il territorio arretrato più esteso e più popoloso dell’area dell’euro. Da governatore di Bankitalia, tra il 2005 e il 2010, ripeteva il ritornello che il divario di Pil pro capite rispetto al Centro-Nord è sostanzialmente immutato da 30 anni. E aggiungeva: «Da lungo tempo i risultati economici del Mezzogiorno sono deludenti, per questo servono più politiche generali e meno regionali». Nel 2009 ricordò che al di sotto della Capitale si è indietro in servizi essenziali quali istruzione, giustizia civile, assistenza sociale, trasporti e sanità, mettendo in risalto come «su ampie parti del nostro Sud gravi il peso della criminalità organizzata che ostacola il libero mercato».

Ma come si riduce il gap? Il premier incaricato ha dato più di un indizio molto di recente. Prima, il 26 marzo scorso, dalle colonne del Financial Times, affermando in tema di crisi Covid che «la priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che lo hanno perso ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita dello stesso». Una bocciatura del reddito di cittadinanza, con il solo ciàuro del quale l’Isola alle scorse Politiche si tinse tutta di giallo pentastellato, ribadita anche lo scorso giugno al Meeting di Cl, quando Draghi chiarisce che «i sussidi servono a sopravvivere, a ripartire, ma ai giovani bisogna dare di più, altrimenti resteranno senza una qualificazione professionale, sacrificando la loro libertà di scelta e il loro reddito futuro». E allora è qui, magari, che casca l’asino. Perché forse arriverà il giorno in cui, a luna di miele abbondantemente archiviata, i peones di quest’Isola - che vivacchia su sussidi e precariati eterni e che s’è sostenuta col Pil del Rdc (con il record dei furbetti, mafiosi compresi) - si troveranno alla resa dei conti con il loro idolo. Che potrà accontentarli, come hanno dovuto fare tanti predecessori per sopravvivere. O magari dovrà deluderli, contrabbattendo con parole oscure - merito, capitale umano e sociale, ordinarietà (e lo Statuto? Orrore...) di politiche generali da declinare - ai pragmatici dell’ha da passa’ a nuttata.

Non è nemmeno una questione di Ponte sì o Ponte no. Cosa succederà quando l’eroe del “Quantitative easing” dovrà rispondere alle legittime esigenze dell’elettorato di Vincenzo Figuccia? Il deputato regionale leghista, adorato paladino delle migliaia di precari siciliani, sembra aver mangiato la foglia. «L’appello che lancio da siciliano è che sin da subito venga chiarito come il nuovo governo intenda affrontare la questione sbarchi nella mia terra», si distingue nel pieno rispetto dell’Almanacco delle Giovani marmotte salviniane. Lui sì che è sempre avanti.

E magari ha ragione Julia Unterberger, senatrice della Südtiroler Volkspartei e presidente del Gruppo per le Autonomie (in cui c’è pure un uomo, sardo, di Raffaele Lombardo): «In Germania Draghi ha la fama di essere più tedesco dei tedeschi, con i sud tirolesi non può quindi che avere un feeling particolare». Ecco il Sud che fa festa per SuperMario. Il Sud Tirolo.

Twitter: @MarioBarresi

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