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Politica

Musumeci prova a “ripescare” Razza, il gelo degli alleati

Di Mario Barresi

L’immagine più nitida della sgangheratezza del centrodestra che governa la Regione è un selfie. Scattato (e postato) mentre gli altri protagonisti inquadrati sono distratti dall’apparente sacralità dell’attimo. Il goliardico clic del meloniano Giampiero Cannella sul vertice di maggioranza arriva proprio quando Gino Ioppolo, pretoriano del governatore, cerca rassicurazioni dagli altri: «Ma di questa riunione la stampa non sa nulla, nevvero?».

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È la nemesi fra il virtuale e l’amara realtà. Un po’, anche, la sintesi di un summit-flop. Convocato, con un algido messaggino WhatsApp in cui si annuncia il tema delle «riforme», da Nello Musumeci. E poi di fatto da lui stesso involontariamente sabotato, con una clamorosa mossa che indispettisce gli alleati, dando a Lega e Autonomisti (già alquanto indecisi sulla partecipazione) l’alibi perfetto per disertare un vertice poi definito «inutile» da molti presenti.

Lo sdoganamento dei termovalorizzatori (che il governatore vuole ora si chiamino «termoutilizzatori»); un gioco di squadra per il ddl di riforma dei rifiuti sotterrato da mille emendamenti; la ricerca di «una regia d’Aula» per evitare altri scivoloni all’Ars; e infine la «necessità di comunicare meglio quello che fa il governo», a partire da una convention della coalizione in programma a Palermo a metà giugno. Solo fuffa, dunque, nell’attesissimo, ancorché segretissimo, brainstorming cominciato alle 18,20 e durato poco più di due ore.

Anche perché la vera notizia si materializza già in mattinata. Quando il governatore, quatto quatto, rende visita a Gianfranco Miccichè, con una carpetta sottobraccio. I due si appartano per un bel po’ nel soppalco dell’ufficio privato del presidente dell’Ars, sulla Torre Pisana. E qui, con la privacy necessaria per un discorso davvero delicato, Musumeci lancia al leader forzista la sua “proposta indecente”. Più o meno con queste parole: «Gianfranco, vorrei che Ruggero Razza tornasse in giunta. Ma i tempi dell’inchiesta di Palermo si allungano, perciò non posso ridargli il suo assessorato. Ho pensato che può prendere i Trasporti e mi starebbe bene che Marco Falcone andasse alla Sanità». Dopo un ghigno silenzioso, la risposta dell’interlocutore è, più o meno, questa: «Presidente, saremmo contenti del ritorno di Ruggero, per me va bene ai Trasporti. E Forza Italia è pronta ad assumersi la responsabilità di una sfida così delicata col Covid. Ma, se permetti, il nome del nostro assessore alla Salute ce lo scegliamo noi».

Il discorso, alla fine, resta in aria. E l’ultima tentazione del governaotre - ripescare il suo delfino anche a costo di cedere il “ministero della guerra” (alla pandemia) - per ora s’infrange sulla geniale contromossa di Miccichè. Che non è certo uno schizzinoso sui compromessi, ma non accetterà mai di prendersi la casella più importante del governo per piazzarci il suo nemico interno numero uno, accusato peraltro di «essere troppo schiacciato sulla fedeltà a Musumeci».

Se ne riparlerà. Ma non nel vertice del tardo pomeriggio, in cui il governatore, davanti a tutti gli altri, si limita soltanto a un passaggio che sembra buttato lì per caso: «Avrei preferito che Ruggero fosse rimasto, s’è dimesso di pancia in tre ore. Ma non è detto che non ci siano le condizioni per un suo ritorno». E poi aggiunge sibillino: «Di questo argomento ho già parlato con il presidente dell’Assemblea». Miccichè, descritto come «un agnellino» per il suo aplomb pacifista durante il vertice, abbozza.

Ma la frittata è già fatta. Perché la notizia della staffetta Razza-Falcone si diffonde già in mattinata. E gli alleati non la prendono bene. Soprattutto il nuovo Mpa. Fra il governatore e Roberto Di Mauro va in scena uno scontro durissimo, in cui il vicepresidente dell’Ars gli rinfaccia «di fare prima gli incontri bilaterali per poltrone e scelte delicate e poi i vertici con tutti». Ad accrescere il nervosismo di Di Mauro anche la recente nomina del commissario dell’ex Provincia di Agrigento, «uno sgarbo dopo il sostegno a Zambuto candidato sindaco e la sua promozione ad assessore». Da fonti lombardiane trapela anche un certo fastidio per la soluzione di Falcone alla Salute, motivato dal «profilo molto più adatto che avrebbe Antonio Scavone». Anche il musumeciano Alessandro Aricò si sfoga con qualche alleato: «Perché non uno di noi per il posto di Razza?» (frase che il diretto interessato smentisce categoricamente, ma che una fonte de La Sicilia conferma di aver ascoltato con le proprie orecchie, ndr). L’ex assessore, nel pomeriggio, incontra in Presidenza comunque i deputati di DiventeràBellissima, anticipando alcune prossime mosse. E si attacca al telefono, provando a convincere gli alleati riottosi a essere presenti a «un confronto a cui il presidente tiene molto». La Lega tace e marca visita: il segretario Nino Minardo fa sapere di «essere trattenuto a Roma da impegni parlamentari», ma condivide gli strali degli autonomisti confederati. E da una riunione preliminare del gruppo di Fdi emerge una velenosa constatazione: «Nello fa il coniglio con ricattatori e traditori e fa il leone con chi, come noi, è corretto e leale».

Su queste basi comincia il vertice. Che il governatore stesso derubrica: «Avremmo dovuto parlare anche delle prospettive per il 2022, ma, vista l’assenza di due interlocutori, ci aggiorniamo alla prossima volta». E così resta nel cassetto presidenziale un documento, limato nel pomeriggio con Razza, da sottoporre agli alleati. Una specie di “mozione di fiducia” al governo regionale, con annessa richiesta di disponibilità a Musumeci per ricandidarsi «per concludere in altri cinque anni» il suo lavoro.

Ma tant’è. «E poi quel documento non l’avrebbe firmato nessuno», sibila un big del centrodestra sul fare della sera.

Twitter: @MarioBarresi

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