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Quinta elementare e cervello fino, ecco a voi il poeta del carretto...

Giovanni Virgadavola, 78 anni, è cuntastorie apprezzato in tutt'Italia e patrimonio per le nuove generazioni non solo di siciliani. E la sua collezione di carretti siciliani lascia senza fiato: «I catanesi li tagliavano a pezzi e li vendevano per souvenir a Giarre e Taormina...»

Quinta elementare e cervello fino, ecco a voi il poeta  del carretto...

VITTORIA - Scarpe grosse, cervello fino e memoria d’elefante. «Atturi di bagghiu sugnu, figghiu di atturi di bagghiu». Così ama descriversi Giovanni Virgadavola, agricoltore sin dall'età scolare, quinta elementare conseguita a fatica ma capace di trasmettere emozioni con carretti siciliani e la sua immensa arte: scrive e recita poesie in dialetto nelle scuole e nelle piazze. “Un contadino geniale”, cantore del carretto, cuntastorie apprezzato in tutt'Italia, patrimonio per le nuove generazioni. Specchio fedele della civiltà di ieri, capace di trasmettere pulsioni e sentimenti popolari in via d’estinzione grazie alla sua voce e ai decori tipici dell’artista che s’è fatto da solo. A 78 anni compiuti lo scorso 14 agosto, ecco un Virgadavola inedito, partendo dal 1965, quando cominciò a collezionare carretti siciliani.

Come nasce questa passione?
«Quando ho visto Nanè, con cui zappavamo la terra…».

Scusi, chi è Nanè?
«Un contadino che aveva il carretto e il cavallo. Un giorno andò a Vittoria col carretto e tornò in campagna con la motoape, con mio grande stupore. Mi spiegò che aveva venduto il carretto perché i mezzi a motore stavano soppiantando i carretti. Mi si accese la scintilla di raccogliere carretti per farne un museo».

Se li faceva regalare?
«C’era un mercato florido, altro che regali! I catanesi li tagliavano a pezzi e li vendevano per souvenir a Giarre e Taormina come pezzi ornamentali. Per me il carretto deve essere intero, per dimostrare a cosa serviva. Ho comprato carretti a 5, 7 e 20mila lire».

Ma sua moglie accettava queste spese per l’acquisto dei carretti?
«Sono stato fortunato, mia moglie Tina Incardona e i miei 3 figli, Franca, Pippo e Silvana, mi hanno sostenuto in questo progetto. Altrimenti sarebbe stata una guerra in casa. Solo i miei fratelli mi prendevano per pazzo… Ma come, mi dicevano, i carretti non si usano più, e tu li compri? Me li volevano bruciare, tanto che ho acquistare una campagna tutta mia dove potevo li custodire».

E sua madre cosa le diceva?
«Cosa poteva dire una persona che aveva svuotato la casa e buttato il letto come ferro vecchio? Non capiva quello che stavo facendo. Mamà, risposi, stai tranquilla, sto conservando la storia».

Tutti questi quadri e teli dipinti, invece come sono nati?
«Il carretto mi ispira la poesia e la pittura. Non finisci mai di studiarlo. Il carretto di nobile casato era meno forgiato. I ricchi lo preferivano unico colore, azzurro, con le iniziali del cornicione del palazzo d’abitazione riportati sui carretti. Il carretto indicava il ceto sociale di quella famiglia. Quelli sgargianti li possedevano i carrettieri viaggianti, il viddanu se lo decorava con la storia di Orlando o Cavalleria rusticana».

Le sue poesie sono entrate anche nelle scuole di Vittoria.
«Sì, a metà degli anni 70, i professori mi chiamavano e recitavo agli studenti le mie poesie contadine, facili da capire perché io sono figghu di attore di bagghiu, cresciuto in questo vivaio».

Che ricordi ha dell’infanzia?
«In campagna, avevamo l’albero di gelso bianco al centro, il pozzo che ci faceva da frigorifero, non c’era il gabinetto ma il concimaio per i bisogni».

Al crepuscolo naturalmente il lume a petrolio….
«Solo chi possedeva il petrolio. Noi poveri utilizzavamo un po’ di legna per fare luce. Mia madre ricordava a mia sorella, "accucciatulu lu luci, vurricatulu ca cinniri, ca dumani se truvammu ncuccitieddu risparmiammu nsorfuru". Tutto si doveva risparmiare”.

Quante poesie ha scritto?
«Un centinaio, più una ventina di storie».

Perché non si rivolge a una casa editrice e non pubblica un libro?
«Ah Ah…(ride, ndr). Tutti mi stimano e mi vogliono bene, però ancora non sono arrivato a quest’altezza».

Che intende dire?
«Dei proverbi se ne fregano perché appartengono alla civiltà contadina, la poesia è relativa, a meno che non sia a livello di Carducci, Pascoli, ecc. Ma di un viddanu cuntastorie chi si interessa».

Che poesie ricorda di questi autori che ha citato?
«O cavallina storna che portavi colui che non ritorna… di Pascoli. Ora lei mi sta facendo emozionare. Questi sono grandi poeti».

E’ un grande anche lei. Non è che di Giovanni Virgadavola ce ne siano tanti! A scuola come andava?
«La prima elementare l’ho ripetuta due volte. Non mi entrava in testa la tabellina, coi numeri zero totale. La maestra Mazza mi considerava spertu. Interrogò il primo, poi il secondo, muti…. Vieni Virgadavola, fai vedere a questi due scecchi che tu sei bravo. Muto anch'io, mi diede due pugni in testa e disse vai a posto, mi sembravi spertu e sei stupido come gli altri”.

Come si è formato?
«Mi hanno istruito il cinema e le letture. In campagna leggevamo i Reali di Francia, Guerino il meschino, che ricordo a memoria. Dalla lettura passai al teatro recitando Orlando e Rinaldo».

La maggiore soddisfazione che ha avuto?
«Questa conversazione con lei è una delle più belle. Ci ha messo molto a chiedermi l’intervista».

L'occasione arriva sempre. Ha fatto cinema?
«"I cantastorie", un film con Davide Coco, Tiziana Lodato, regista Giampaolo Cugno. Mi sento un cuntastorie non cantastorie. Ero appassionato di Turi Bella e Orazio Strano, più orecchiabili di Buttitta».

Cosa le piace del cinema di oggi?
«Niente. Sono rimasto ai tempi di Amedeo Nazzari, Rossano Brazzi, Gary Cooper, Gary Gable. Non guardo fiction. Rivedo "Catene" e ho bisogno del fazzoletto.... Sono fermo agli attori in bianco e nero».

Cosa ha provato quando ha dovuto sostituire carretto e cavallo con la vespa e la macchina?
«Quando metto in moto la macchina accarezzo il cruscotto e dico “addaaa”, come fosse un cavallo da mettere in marcia. Ho fatto ridere pure padre Calì che era con me».

A proposito di preti, è credente?
«Sì, anche se alcune cose non le comprendo e ho sempre dubbi».

Chi sono i veri amici?
«Tutti, quelli che mi prendono in giro e quelli che dicono la verità. Chi mi prende in giro mi dà più forza».

Cattiveria che non sopporta?
«I cristiani che fanno male azioni. Che cristiani sono?»

Ha ricevuto male azioni?
«Qualche volta sì».

A 78 anni che progetti ha?
«La mattina mi guardo allo specchio e mi dico di sentirmi bene perché il peggio deve ancora arrivare. Poi chiedo al Signore di lasciarmi stare ancora qualche anno perché ho tante cose da sistemare».

Il museo che ha costruito che fine farà?
«Ci saranno persone sperte che non lo faranno perdere. A parte che io ho 3 figli che sono pronti ad aiutarmi. Se mi lasciano questo capannone, la mia famiglia è custode del museo».

Ha pensato di donarlo al Comune?
«Se ci mettiamo d’accordo…. Certo, poi il Comune diventa proprietario e la mia famiglia va fuori?»

Diventerà pubblico o resterà privato?
«Dipende dall'accordo. Avevano pensato di portarlo a Serra San Bartolo, per fare rubare tutto? Posso ringraziare chi mi ha dato questo spazio?»

Certo?
«Nicosia ebbe occhio e ci fece entrare qua dentro. L’amministrazione Moscato e Vittoria mercati mi hanno sostenuto».

Vengono molti turisti?
«Chi mi conosce porta qualche turista. E’ gratis. Non ho la licenza di far pagare. Quando decisi di fare il museo non pensavo di dover campare col museo. Mimì Arezzo (mi ha dedicato due parole meravigliose che ho incorniciato) mi voleva dare il miglior palazzo di Ragusa Ibla. Ho rifiutato per non tradire la mia città, che paga lo scotto di non fare parte dell'Unesco. Un altro voleva portarlo a Modica. Perché non troviamo l’accordo e lo mettiamo nel circuito dei grandi siti da visitare in provincia e ci facciamo rientrare anche il mio museo del carretto?».

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