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Ragusa

Ragusa, funerale unico per Alice e Simone: in chiesa lo strazio delle piccole figlie

Di Michele Farinaccio

Ragusa - Il dolore e la grande compostezza. La dignità nell’enorme tragedia. Le due bare di Simone Cosentino e Alice Bredice una accanto all’altra, ieri mattina nella parrocchia di Maria Regina di Ragusa. Il marito accanto alla moglie, l’assassino accanto alla propria vittima. Cosentino, assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso la Questura di Ragusa, 42 anni, ha ucciso la moglie Alice Bredice, 33 anni, di origini piemontesi ma trapiantata a Ragusa, nella notte tra sabato e domenica con la propria pistola d’ordinanza, prima di premere il grilletto contro sé stesso. Prima l’ultima telefonata alla madre per avvisarla di prendere le bambine, di 9 e 6 anni, poi la tragedia.

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Quelle stesse bambine che ieri erano in chiesa per assistere ai funerali di mamma e papà. E che sapevano che tra loro qualcosa non andava. «Papà, se continui così la mamma ti lascia» ripeteva a Simone la maggiore. A raccontarlo è Claudio Bradice, papà di Alice, che parla con i giornalisti Floriana Rullo e Fabio Tanzilli per la pagina di Torino del Corriere della Sera online. «Avevo detto a mia figlia di lasciare il marito e tornare qui in Valsusa - dice papà Claudio disperato -, ma lei non voleva allontanare le bambine dal padre». Ieri in chiesa in prima fila i genitori di Cosentino, la sorella di lui insieme al marito, il padre e il fratello di Alice sedevano vicini. Per le bambine. In chiesa anche il prefetto di Ragusa, il questore e diversi dirigenti della questura iblea, oltre al sindaco Peppe Cassì e al presidente del Consiglio comunale. Alice si era confidata con il padre e con gli zii: «Simone è cambiato - ha raccontato nei giorni di Pasqua trascorsi in Valsusa con la famiglia che Simone ci impediva di vedere a Ragusa -. Mi telefona continuamente. E’ diventato ossessivo e possessivo». Una situazione diventata insostenibile ma che Alice sperava di risolvere perché lei quell’uomo lo amava davvero e seppur decisa a lasciarlo, in cuor suo sperava di cambiarlo. Una speranza che le è costata la vita.

Ad officiare il rito funebre, il cappellano della Polizia di Stato, Giuseppe Ramondazzo, che nell’omelia ha ricordato il dono della vita, ma anche della forza di continuare e di andare avanti: “Siamo creature di Dio e viviamo per il Signore, noi viviamo per questa nostra esistenza, qui sulla Terra, in attesa di ricevere l’eternità. “Io vivo”, dice il Signore, e se noi apparteniamo al Signore perché siamo stati battezzati e consacrati in lui, abbiamo questa certezza. Speriamo di avere dio nella nostra vita e nel nostro cuore. Il signore quindi ci dà questa certezza della resurrezione perché lui per primo ha voluto farsi uomo per morire sulla croce e sconfiggere la morte, e questa morte è stata sconfitta con la sua resurrezione, ma non contento di questo ci dà la chiesa con i suoi sacramenti”.

La folla, composta, si è intrattenuta qualche altro minuto dopo la funzione religiosa all’interno della chiesa, dove ci sono stati gli abbracci ai parenti più cari, una carezza alle bambine che sono state affidate agli zii, in attesa che qualcuno decida il loro futuro al posto loro, al posto di quei genitori che insieme a loro avevano formato una famiglia da tutti descritta come “esemplare”, ma che è stata cancellata per sempre dalla follia del papà, che temeva di essere lasciato dalla propria compagna di vita.

Tutto troppo veloce, tutto allo stesso tempo esageratamente lento: la telefonata alla madre, l’ultimo post su Facebook, quindi il primo, il secondo, il terzo colpo sul corpo di Alice, poi il grilletto contro di sé. Al termine della funzione, un fiume di gente fuori dalla chiesa di periferia, di cui la maggior parte dimenticherà presto una storia brutta e dolorosa. Non sarà così per la famiglia di Alice, tormentata dall’idea che forse avrebbero dovuto convincerla a scappare da lui. Non sarà così per le bambine.

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