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Il luminare palermitano: «Anche in Italia si può fare ricerca di eccellenza»

Il prof. Lo Coco guarisce l’80% dei casi di leucemia fulminante «Da noi burocrazia e pochi fondi pubblici ostacoli maggiori»

Il luminare palermitano: «Anche in Italia si può fare ricerca di eccellenza»

È professore ordinario di Ematologia e direttore della Uoc Laboratorio di Oncoematologia del Policlinico Tor Vergata di Roma, oltre che membro del comitato scientifico di Airc e della Fondazione Veronesi: il palermitano prof. Francesco Lo Coco è stato premiato recentemente a Stoccolma al 23° Congresso della Società europea di Ematologia con il prestigiosissimo José Carrera’s Award, per avere trovato una cura che sconfigge, nell’80% dei casi e senza l’uso di chemioterapia, la leucemia promielocitica, detta leucemia fulminante per la rapidità con cui un tempo uccideva. 

Una procedura ormai diffusa e protocollata a livello mondiale che ha salvato e continuerà a salvare migliaia di vite.

«Questa ricerca, portata avanti dal gruppo clinico italiano Gimema (cui afferiscono tutti i principali centri universitari e ospedalieri italiani contro le leucemie, tra cui i principali centri di Ematologia siciliani), ha reso possibile curare questa leucemia acuta senza ricorrere alla chemioterapia tradizionale, utilizzando due farmaci mirati che sono un derivato della vitamina A, cioè l’acido retinoico, e un derivato dell’arsenico e precisamente il triossido di arsenico. Combinate, queste due sostanze consentono di guarire la stragrande maggioranza - circa l’80% - dei pazienti con questa malattia». Una cura, riprova che l’eccellenza esiste anche in Italia, applicata in tutto il mondo, tanto che «il farmaco è rimborsato. Ha inoltre effetti collaterali molto blandi rispetto alla chemio: non ci sono perdita di capelli né infezioni gravi».

Il 62enne prof. Lo Coco si è laureato in Medicina a Pisa nel 1982 e specializzato in Ematologia nel 1985 alla Sapienza di Roma con il prof Mandelli. Dal 1992 al 1995 ha lavorato sulla patogenesi molecolare dei linfomi nel laboratorio di Oncologia molecolare alla Columbia University (New York). È stato presidente della Società italiana di Ematologia sperimentale, componente della commissione per la Ricerca sanitaria del ministero della Salute, chairman dell’Education Committee dell’European Hematology Association, membro del Nomination Committee dell’American Society of Hematology e membro dell’Editorial Board delle riviste Journal of Clinical Oncology, Leukemia e Haematologica. Oltre al prestigiosissimo José Carrera’s Award, ha vinto numerosi premi di ricerca nazionali ed internazionali, tra cui il Sapio e il Venosta.


Il prof. Francesco Lo Coco mentre riceve il Carrera's Award a Stoccolma

 

Studi siciliani, università a Pisa e Roma, esperienza all’estero, con rientro in Italia: sembrerebbe a tutti gli effetti il percorso virtuoso che ogni scienziato dovrebbe fare: «Io non credo che andare all’estero sia un percorso obbligato - spiega il luminare palermitano -: diciamo che l’esperienza all’estero serve, io la consiglio, ma non è indispensabile. Oggi ci sono dei centri di eccellenza anche in Italia». È però molto utile per confrontarsi con realtà diverse, nelle quali fare ricerca è più semplice che in Italia «per la disponibilità di mezzi: più che per i soldi, soprattutto per la logistica e l’organizzazione. È principalmente una questione di supporto amministrativo. Faccio un esempio: qui ci dobbiamo preoccupare dei dettagli amministrativi - come le forniture dei materiali - e perdiamo così un sacco di tempo, tolto alla ricerca, tra carte e scartoffie. I laboratori bellissimi li abbiamo oggi anche noi in molti centri italiani, e anche in Sicilia, come la Torre biologica di Catania davanti al nuovo ospedale. Le strutture e le persone, insomma, ci sono: ma ci mancano da un lato i finanziamenti e l’attenzione delle istituzioni e soprattutto quello snellimento delle procedure che esiste all’estero». E il medico fa un paragone impietoso per il nostro Paese: «Quando nel 1992 ero in America, la biblioteca restava aperta sempre, giorno e notte. Qui da noi, invece, per risparmiare sull’energia ad agosto e a Natale si chiudono i laboratori universitari e l’ateneo. Per venire a lavorare ad agosto, i miei ricercatori devono chiedere un permesso speciale: ma i malati o le malattie non chiudono per ferie. Questi sono i problemi, più che le menti. Non si capisce che il ricercatore deve essere messo nelle migliori condizioni possibili per operare. È come si prendesse un calciatore e, prima di farlo scendere in campo, gli si facessero fare mille altre cose: il suo rendimento sarà minore durante la partita».

Per non parlare dei finanziamenti: «Dallo Stato arrivano briciole, la maggior parte dei soldi arriva dalle donazioni alle associazioni. E noi dobbiamo ringraziare gli italiani e le associazioni, soprattutto quelle più strutturate e antiche, tipo l’Airc e l’Ail. Quando poco più che trentenne sono tornato dall’America, non avevo una posizione stabile, non ero neanche ricercatore: al Miur non potevo dunque presentare alcun progetto, mentre l’Airc consente a chiunque, anche a chi non ha un titolo universitario, di presentare un progetto che, se valido, viene finanziato. Ed è proprio dall’Airc che ho ottenuto i primi finanziamenti che mi hanno poi consentito di fare ottime pubblicazioni e, di conseguenza, carriera».

Una decisione controcorrente, forse oggi più che allora, quella di tornare in Italia dalla Columbia University di New York: «New York - spiega il clinico siciliano - è una città meravigliosa, ma è un turbinio: l’ideale è starci un po’, ma non viverci per sempre. E poi comunque alla scuola del prof. Mandelli alla Sapienza avevo già un mio piccolo gruppo: quando sono rientrato avevo già 36 anni, non ero giovanissimo, e pensavo - come poi in effetti è accaduto - di potere capitalizzare ciò che avevo acquisito». Senza pentimenti: «Se dovessi tornare indietro rifarei la stessa scelta». Quasi un “invito” ai tanti cervelli in fuga ma che, soprattutto, non tornano: «Ci sono iniziative sia istituzionali, sia di enti come l’Airc, mirate a fare tornare i cosiddetti cervelli in fuga. Alcuni però non tornano perché all’estero le condizioni di lavoro sono nettamente migliori: oltre a un beneficio economico, chi raggiunge certi traguardi ha la possibilità di avere a disposizione mezzi superiori. Faccio un esempio: uno dei miei più cari amici lavora in un centro di ricerca svizzero molto prestigioso. Se lui vince un grant, cioè un finanziamento competitivo, lo Stato glielo raddoppia. Da noi ciò non esiste, neanche lontanamente. Un altro mio collega molto conosciuto, Pierpaolo Pandolfi, è uno dei capi dell’Istituto del cancro di Harvard: da molti anni stava a New York, poi Harvard gli ha offerto non solo uno stipendio competitivo, ma si è occupata della logistica, trovandogli la casa e la scuola per i figli. La filosofia è che, siccome l’università vuole che il ricercatore produca al massimo, gli risolve tutti i problemi. È come quando in Italia comprano un calciatore». È triste certo pensare che in Italia ciò venga fatto per il calciatore e non per il ricercatore, come se nella scala dei valori il calcio fosse più importante della ricerca medica. Una sorta di moderna “panem et circenses”: «Lo può scrivere. È un po’ quello che vuole la popolazione, quella stessa che purtroppo se la prende con i vaccini perché pensa che gli scienziati vendano fumo. Vero è che per i calciatori si tratta di soldi privati, però il paragone regge: un presidente o una società non si sognerebbe mai di comprare un brocco o di fare giocare il proprio figlio in squadra, perché gli spettatori lo manderebbero a quel paese se il calciatore non segnasse. Dovrebbe essere così anche nel nostro mondo: io università prendo uno che mi porta fondi per la ricerca, lo pago bene e, se questo è un brocco, ne rispondo». Insomma, esattamente ciò che avviene all’estero: «Assolutamente. Andrebbero aboliti anche i concorsi. Io chiamo un ricercatore e ne rispondo: se questo mi ha portato benefici, fondi, brevetti, me ne prendo il merito; se questo è una schiappa, ne rispondo. È un discorso che non fa una piega, ma in Italia non viene accettato». E il pensiero non può che correre ai baronaggi e ai nepotismi preferiti alla meritocrazia.

Ma allora cosa dovrebbe fare un giovane oggi? «La cosa più importante in assoluto, più che l’esperienza all’estero, è avere un buon mentore. Io ringrazio i miei maestri, per me è stato così con il prof. Mandelli, fondatore dell’Ail. Bisogna saperlo scegliere, occorre seguire una persona che affascina e che dà una forte motivazione. Se si rimane “affascinati” o “folgorati” da un mentore, da una persona che possa fare da maestro, questa è la cosa più importante in assoluto. Poi sarà lui o lei - parlo del maestro - a indirizzare, a consigliare, anche se eventualmente andare all’estero. Ma la cosa più importante è avere un buon mentore che sa motivare e dal quale si rimane affascinati». Cercare quindi persone che, più che il potere, abbiano le idee: anzi, «le idee e il carisma».

Da siciliano, il prof. Lo Coco sostiene di essere «affezionatissimo all’Isola», che però ammette di conoscere poco, essendo andato via sostanzialmente a 18 anni: «Devo dire con vergogna di conoscerne solo la metà, ci sono talmente tanti posti meravigliosi che non ho ancora visto della nostra Isola che me ne vergogno un po’: abbiamo tanta ricchezza artistica, naturalistica, paesaggistica, architettonica, io sono sempre più innamorato della mia terra e cerco di conoscerla sempre più». Anche se la Sicilia come residenza e luogo di lavoro è fuori dai suoi orizzonti.

Cosa chiederebbe, infine, come priorità al nuovo governo? «I fondi insufficienti non sono l’unico problema: esiste il nodo della mancanza di coordinamento da parte di un ente unico, una agenzia centrale della ricerca che identifichi le forze in campo, i settori da privilegiare o sviluppare meglio e infine coordini gli sforzi e le iniziative in modo organico. Se ne parla da anni, ma non si vede ancora nulla all’orizzonte».

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