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IL RACCONTO

Tre Sante, un’isola: quando Agata, Rosalia e Lucia vegliano sulla Sicilia

La fede che ferma il fuoco e placa il mare: storie di protezione, identità e resistenza tra calamità naturali e devozione popolare

02 Febbraio 2026, 16:23

Tre Sante, un’isola: quando Agata, Rosalia e Lucia vegliano sulla Sicilia

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Tre giovani donne, tre Sante, vegliano sulla Sicilia. Agata, Rosalia e Lucia a baluardo di loro territori, mentre la Natura si scatena, il progresso chiede il conto, le scelte urbanistiche si rivelano fallaci e dannose.

Attribuiscono in tanti all’intercessione delle tre Sante in cielo, nell’ultima calamità naturale che ha colpito la Sicilia, travolgendo e sconvolgendo le coste, l’assenza di vittime, la perdita delle vite, sia pure barattata con la perdita delle case, delle attività economiche, delle infrastrutture. Si invocano e si ringraziano le tre Sante, da sempre a baluardo dei territori e dei loro abitanti.

E che ci sia questo bisogno di protezione lo dice anche l’attenzione degli abitanti di Stazzo per quella statuetta di Padre Pio che ha resistito alla tempesta che ha distrutto le coste del Borgo e persino l’attenzione per la Nike di Naxos, che, impavida ha affrontato i marosi, segnando una vittoria sulla Natura (è il significato di Nike in greco).

E ora, al tempo della festa, è il momento di ringraziare Agata e le altre. E tante e documentate sono state le grazie concesse dalla giovane Martire al suo territorio, a partire da quella che decretò il patrocinio di Agata su Catania. L'anno dopo la sua morte, la città fu minacciata da una violenta eruzione dell'Etna. E gli abitanti, terrorizzati, fecero ricorso al Velo che cingeva il sepolcro di Agata, opponendolo al fuoco. L’eruzione, iniziata il 1° febbraio, si arrestò il 5, anniversario del Martirio.

Nel 303 circa, la giovane Lucia da Siracusa andò con la propria madre gravemente ammalata a visitare il sepolcro di Sant’Agata, supplicandone la guarigione. La martire, apparsale in sogno, le disse: "Lucia, sorella mia, perché domandi a me ciò che tu stessa puoi fare? Come la città di Catania, è sublimata da me in Cristo, così la tua Siracusa sarà nobilitata da lui per te". Lucia ottenne la guarigione della madre. Nel 304, il 13 dicembre subì il Martirio che la consacrò Patrona di Siracusa.

E ancora: Il 4 febbraio del 1169 proprio alla vigilia dell'anniversario della morte della Patrona, Catania fu scossa da un violentissimo terremoto. La città fu quasi tutta rasa al suolo e si registrarono migliaia di morti. I pochi catanesi rimasti, confidando nella Patrona, prelevarono il Velo di S. Agata; solo così la furia della natura si placò.

Ma Agata si oppose anche ai tiranni. Nel 1231 Federico II scese in Sicilia per assoggettarla al proprio dominio. Catania si ammutinò. L’imperatore svevo decise di soffocare nel sangue la rivolta. Ma Federico II accetto di assistere alla messa prima di ordinare il massacro. Durante la funzione, quando l'Imperatore aprì il suo libro di preghiere, trovò scritto: “Noli offendere Patria Agata quia ultrix iniuriarum est” ("non offendere la Patria di Agata perché essa vendica le ingiustizie"). Questo bastò per far recedere Federico II dal suo proposito.

Anche il monogramma “A” impresso nello Stemma civico, e sul gonfalone dell'Università, è da ricollegare ad un miracolo compiuto dalla Santa nel maggio del 1357. Nel Golfo di Ognina si svolse una cruenta battaglia. La flotta siciliana comandata dall'ammiraglio Artale Alagona, al grido “Sant’Agata e Alagona” sbaragliò gli avversari, capovolgendo le sorti della cosiddetta “Guerra dei Novant'anni” tra Napoli e Sicilia.

Nel 1444 una grave eruzione lavica a bassa quota stava per investire in pieno un villaggio a pochi chilometri dalla città. Il monaco domenicano Pietro Geremia portò il Velo di Sant’Agata incontro al fuoco. La lava si fermò. Da allora questo villaggio si chiamò "Sant'Agata li Battiati".

Anche nel 1575 quando una epidemia di peste scoppiò in Sicilia, i catanesi portarono in processione le spoglie di Sant’Agata. Giunti alla "Porta di Aci" la folla iniziò una preghiera corale al grido di “Viva Sant’Agata”, che continuò fino a notte fonda. La mattina seguente, la virulenza del morbo sembrava già attenuarsi, fino a scomparire.

La devastante eruzione dell'Etna, dal marzo a giugno del 1669, mise a dura prova la città. Da una fessura del fianco Nord-Ovest del vulcano, il magma fuoriusciva velocissimo travolgendo molti paesi e dirigendosi verso Catania. Ad aprile, il fiume di fuoco era già alle porte della Città e i catanesi si strinsero attorno alle Reliquie agatine. Il Castello Ursino fu attorniato dalla lava che, con grande sorpresa, non lo travolse, ma l’avvolse. Un miracolo, ricordato da storici, scrittori e poeti.

L’11 gennaio 1693 Catania fu sconvolta da un devastante terremoto che la rase al suolo. Subito dopo il sisma, i superstiti pensarono di abbandonare la città. Il tesoriere della Cattedrale distrutta, don Giuseppe Cilestri, prese una reliquia di Sant’Agata e la mostrò ai cittadini, nel tentativo di dissuaderli.

Dinanzi alle sante reliquie, i catanesi si convinsero a restare e si rimisero all’opera, ricostruendo la loro comunità. In quell’occasione, Sant’Agata salvò l’identità del capoluogo etneo.

Nel 1743, quando a Messina scoppiò una terribile epidemia di peste che minacciò anche Catania, la popolazione si rivolse con fervore alla patrona. La città rimase indenne e, tra grida di ringraziamento per il miracolo, venne eretto in piazza dei Martiri un monumento che raffigura Sant’Agata nell’atto di schiacciare un serpente, allegoria della pestilenza.

Procedendo nei secoli, nel 1886 un’ennesima eruzione dell’Etna minacciò di raggiungere i centri abitati. La situazione divenne drammatica per Nicolosi e i suoi residenti chiesero al cardinale Dusmet di portare in processione il Velo di Sant’Agata dinanzi alla colata. Così fu, e la lava si arrestò.

Infine, il 28 dicembre 1908 una forte scossa sismica svegliò Catania. Memore del disastro del 1693, la popolazione temette la distruzione. L’arcivescovo Francica Nava guidò in processione il miracoloso Velo dalla Cattedrale alla chiesa di Sant’Agata al Borgo, risalendo via Etnea. Le temute repliche non si verificarono.

A raccontare la protezione della santa è anche una leggenda “metropolitana”: nella gelida notte tra il 28 e il 29 dicembre 1908, alle quattro del mattino, una giovane bionda percorreva lentamente e in silenzio la strada che costeggia gli archi della Marina. Un passante, stupito, le chiese chi fosse. “Mi chiamo Agata”. “E cosa fai a quest’ora in giro?” “Sono venuta a proteggere Catania”.

Ma anche Rosalia, la Santuzza di Palermo, è posta a baluardo della capitale dell’isola. Durante l’epidemia di peste (1624-1625) che, come detto per due anni (1624-1625) imperversò sull’isola, una giovane ammalata ebbe alcune visioni di Santa Rosalia che le indicò di salire sul Monte Pellegrino e scavare in un punto preciso della grotta. Lì il 15 luglio 1624, furono ritrovate le ossa della Santa. Su suo suggerimento (la Santa apparve in sogno a un cacciatore), le reliquie furono portate in processione per Palermo, e la peste cessò miracolosamente. Anche l'acqua che stilla dalla roccia nella grotta è considerata miracolosa e viene usata dai fedeli per guarigioni e benedizioni.

Santa Lucia, martire siracusana del IV secolo e patrona della vista, è legata a grandi miracoli per la sua città. Nel 1646, durante la carestia, seguita all’epidemia di peste già ricordata, che aveva messo i siracusani alla fame, il volo delle quaglie annunciò l'arrivo di navi cariche di grano e legumi al porto, ponendo fine a fame e carestia. Per questo, accanto alla solenne festa nell’anniversario del martirio il 13 dicembre, c’è anche la processione di maggio, o Santa Lucia delle Quaglie in ricordo di quell’evento salvifico.