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TRA STORIA E ATTUALITÀ

Sant’Agata, dal culto popolare all’icona della resistenza femminile

Molti teologi di oggi parlano del martirio della Patrona di Catania che ha subito violenze in un mix tra passato e presente

02 Febbraio 2026, 16:34

Sant’Agata, dal culto popolare all’icona della resistenza femminile

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La mappa della devozione popolare, ci racconta di un’Italia lontana dalle astrazioni dei dogmi e della teologia, che vive un rapporto con il Sacro fatto di cuore e di pancia e che fa del Santo un taumaturgo, un guaritore, un consolatore e un elargitore di miracoli.

La storia di Sant’Agata, il cui culto, a partire dal V secolo, si diffuse ben oltre la Sicilia, dove Palermo contese a lungo alla città rivale di Catania almeno l’onore di averle dato i natali, raggiunse Roma, l’Italia del Nord, per estendersi anche fuori dall’Italia.

I Santi, per la chiesa, non sono necessariamente i Santi del Popolo, lo possono diventare, ma non è detto che lo diventino, perché per la chiesa è fondamentale, per l'accertamento e la proclamazione della Santità, che ricorrano delle condizioni e il Santo è Santo perché ha esercitato, in grado eroico, le virtù cristiane. Il Santo è soprattutto un intercessore e un mediatore soprannaturale con Cristo, con la Madonna; è un esempio di esercizio eroico della carità, di virtù cristiane, modello per i fedeli: la sua è una funzione di mediazione, una funzione esemplare.

Il Santo popolare è il Santo a furor di popolo, è un avvocato particolarmente potente: la gente si vota a lui come a un protettore così influente, in grado di andare oltre i limiti del suo mandato, di diventare, a sua volta, un elargitore di prodigi, cioè titolare di un potere popolare, assoluto di vita e di morte. È indubbio che nella idea popolare della santità c’è molto del paganesimo e c’è quel paganesimo delle plebi urbane rustiche che fino al ‘600 / ‘700 è stato uno dei tratti caratterizzanti dell’Italia.

Nella storia di Sant’Agata c’è ben altro. Del suo martirio, come ormai è noto, non si dispone di atti, andati probabilmente distrutti durante la persecuzione di Diocleziano all’inizio del IV secolo. Come molti storici e cultori della Santa sostengono (da Monsignor G. Zito, a Monsignor S. D’Arrigo), le principali fonti a disposizione sono la Passio Agathae e i racconti sulla vita della Santa, redatti, oltretutto, molto tempo dopo gli eventi, essenzialmente su fonti orali di cristiani, come i vescovi, incaricati a diffonderne il pathos e i significati religiosi. Ma l’aspetto più significativo di tutta la vicenda di Agata è la centralità del corpo, le torture, che mostrano come il corpo femminile diventi il luogo su cui si esercita il controllo e la vendetta; che non mirano solo a provocare dolore fisico, ma a colpire l’identità femminile, la maternità, come nel caso della Santa catanese, ad annientare l’autonomia corporea, a spezzare la volontà.

Nella prospettiva teologica, Agata non è una vittima, il suo martirio è una testimonianza di Cristo fino alla morte. Il suo corpo martoriato è fedeltà a Dio, è prova di una fede che non può essere distrutta dal dolore. In una lettura contemporanea dei fatti, pur appartenendo a un contesto storico lontano, la vicenda di Sant’Agata può essere paragonata, con categorie moderne, a un femminicidio. La sua vicenda presenta sviluppi che risultano drammaticamente attuali: violenze che rispecchiano dinamiche ancora presenti, increspate su stereotipi, dove il corpo delle donne viene controllato, giudicato.

Oggi, la storia di Sant’Agata fa emergere una verità dolorosa condivisa anche da molti teologi moderni, che vedono in Agata l’icona della dignità femminile, esempio di resistenza a ogni forma di violenza, modello di libertà e autonomia. Agata non è solo una martire, è una donna che ha detto no, una vittima di femminicidio ante litteram: Agata è una donna uccisa perché non si è piegata al possesso, all’autorità maschile, per il rifiuto di sottomettersi al desiderio maschile rappresentato dalle avances del proconsole Quinziano. La festa che si celebra il 5 febbraio, non è un evento “da osservare”, è un momento da vivere; non celebra solo la Santa, ma la memoria di un evento in cui tutta la comunità catanese e non solo, si riconosce e si unisce.