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"Insieme onlus", una casa e una carezza a chi non possiede nulla

Giuseppe Messina è il fondatore di un'associazione che si occupa di chi, stranieri compresi, vive in una condizione disagiata. L'accoglienza nelle case che, nel tempo, alcuni benefattori hanno donato per la causa

"Insieme onlus", Una casa e una carezza a chi non possiede nulla

Da anni Giuseppe Messina apre case dove accoglie chi non ha nulla, persone anziane, sole, malate, abbandonate. Tutto rigorosamente gratuito. «Chi ha soldi va da un’altra parte». Li accoglie senza limiti di tempo, ma con l’obiettivo farli andare via, per la propria strada, dopo averli aiutati a superare il disagio, a riqualificarsi e a trovare un lavoro. Poi c’è chi resta per sempre, come Vasilika, la donna romena che il marito gettò dal balcone spezzandole la schiena, e Keita, il giovane gambiano, ex campione nazionale di calcio, cui durante una rissa al Cara di Mineo gettarono un televisore addosso. Anche lui diventato tetraplegico. Per loro la residenza messa di disposizione da Giuseppe Messina è e resterà per sempre la propria casa, la propria famiglia. E non sono i soli.

Nelle case - che persone generose hanno donato nel tempo all’associazione “Insieme onlus”- oggi vivono 139 persone. Ci sono anziani, malati psichiatrici, disabili, senza dimora, giovani madri sole con figli e tante famiglie, anche con figli minori, gettate in strada dopo uno sfratto. Anche questo un segno di quanto siano cambiati la povertà e il bisogno. E poi ci sono ragazzi condannati per spaccio di droga che stanno qui agli arresti domiciliari. Telefona l’avvocato: «Se resta in carcere si perde, ma la famiglia a casa non lo vuole. Ha bisogno di un domicilio». E Giuseppe Messina apre le porte. E ci sono i giovani migranti raccolti in strada, donne ridotte in schiavitù e sfuggite alla tratta, e tanti cosiddetti “scafisti” in attesa di processo, un’attesa che può durare anche un anno.

«E, invece - ci tiene a precisare Messina, sottolineando che anche la Procura di Catania sostiene la stessa cosa - si tratta di ragazzi che hanno attraversato il deserto e poi sono finiti nelle carceri libiche, torturati fino al massacro per convincere i familiari a dare altri soldi, a vendere la casa. Alcuni non ce la fanno, altri riescono a racimolare i soldi per la traversata e ad altri, per compensare i soldi mancanti, viene imposto di guidare il gommone o di fare altro. Opporsi significherebbe essere uccisi. Nelle nostre case ce ne sono tanti e non mi è mai capitato che uno si comportasse male. Sono gentili, attenti, ci fanno conoscere le loro famiglie e cerchiamo di aiutare anche quelle inviando medicine e ciò di cui hanno bisogno e, soprattutto, le rassicuriamo che ci prenderemo cura dei loro figli quando saranno condannati. Perché per la nostra legge non si sfugge. Consigliamo a tutti di patteggiare per evitare 8 anni di carcere, ma loro non riescono a capire il perché. Si dicono pronti a lavorare gratuitamente per tutto il periodo della pena, ma il nostro ordinamento non lo prevede. I nostri volontari vanno a trovarli in qualunque carcere vengano mandati, per dare conforto e per provvedere a quello di cui hanno bisogno”.

Nelle case di “Insieme onlus” gli ospiti stanno bene al punto che alcuni dei ragazzi immigrati, pur avendo trovato un lavoro, preferiscono vivere nella comunità, ritenendola la propria famiglia. «Qui i cristiani pregano rivolti al Crocifisso e i musulmani volgendo il tappeto alla Mecca, nella stessa stanza, e non ci sono mai stati problemi». Qui tutti, se possono, danno il proprio contributo. Che sai fare? Il carpentiere, il fabbro, il falegname, l’artista.… Tutti lavorano per contribuire alla vita comune basata sul dono e sulla gratuità. «Siamo figli della Provvidenza”, ripete ridendo Giuseppe Messina a chi gli domanda come fa a campare oltre 100 persone.

«Le case le abbiamo avute in dono e le manteniamo grazie a benefattori che ci pagano le bollette dell’acqua, della luce e del gas come Bugatti, Cemento e tanti altri cittadini. Al cibo provvedono tanti privati e soprattutto il Banco Alimentare, SD, uno dei principali centri di smistamento alimentare del Meridione, e le ditte Poiatti, Tomarchio, Zappalà e Parmalat, ma non possiamo neppure ringraziarla perché conosciamo solo l’autista». Il cibo che viene raccolto è tanto da essere distribuito, anche grazie al ricorso a tre grandi celle frigorifero, alle famiglie bisognose del territorio. «E la cosa bella è che a distribuirlo ci aiutano le persone che sono state aiutate da noi, e le più fedeli sono quelle che recuperiamo dalla strada. Tra i nostri volontari possiamo contare anche su avvocati e medici, su persone disponibili ad accorrere anche di notte, se c’è bisogno, e su famiglie pronte ad accogliere a casa propria mamme e bambini in stato di necessità. In questo caso non li lasciamo mai in strada, anche se nelle nostre case non c’è posto. Ci sono due famiglie di Ragalna sempre disponibili e un’imprenditrice di Paternò che ospita nel suo albergo chi ha bisogno, gratuitamente e a tempo indeterminato».

Chi può, soprattutto i giovani, viene formato, anche attraverso la pizzeria e il ristorante del laboratorio “Terra Viva”, in modo da imparare un mestiere e da trovare un lavoro. E, per quanto possa sembrare strano, lo trovano. E poi ci sono Vasilika e Keita. «Keita qualche volta viene con me di notte, anche se è tetraplegico e non può fare nulla. Eppure è con il suo aiuto che abbiamo recuperato tante persone. C’è chi è depresso e si sente perduto, lo vede e capisce che si può andare avanti lo stesso. Quando glielo affidiamo - e Keita non può fare nulla da solo, neanche svuotare l’intestino - cambia atteggiamento e fa di tutto per rispondere ai suoi bisogni. E Keita, che ora non è più allettato grazie alla fisioterapia, da campione di calcio quale era, dà istruzioni di gioco ai più giovani. La vita è bellissima - conclude Messina -. La storia dell’uomo è una storia d’amore ed è la sua mancanza o deformazione a provocare tutti i problemi. Bisogna ricreare questo amore e l’amore si ricrea amando».

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