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La lezione antirazzista del «catanese negro»

Nel libro dell'ingegnere chimico e scrittore libro Francesco Ohazuruike la denuncia dei tanti pregiudizi sugli "stranieri invasori" e una ricetta per la convivenza: «Non permettiamo che il razzismo ci avveleni l'animo»

La lezione antirazzista del «catanese negro»

«Catania o Torino fa poca differenza: al razzismo e ai razzisti si deve rispondere con fermezza ma senza aggressività. Quello che non dobbiamo permettere è che il razzismo e i razzisti ci avvelenino la vita avvelenando il nostro animo». È la semplice ricetta di Francesco Ohazuruike e dovrebbe valere nel dibattito pubblico come nella vita privata, perché nell'uno e nell'altra inciampi e insidie non mancano di certo in tempi così... disorientati.

Di origine nigeriana ma catanese di Cibali, ingegnere chimico negro per dirla alla sua maniera, di colore se vogliamo ricorrere al lessico del politicamente corretto, Francesco Ohazuruike (con Luca Crippa e Maurizio Onnis) è da qualche settimana in libreria con, per l’appunto, “Negro - La verità è che non potete fare a meno di noi” (Piemme editore, 16,90 euro). Un libro nato per sfatare tanti luoghi comuni sugli “stranieri invasori” e sulla qualità della loro presenza nel Belpaese. Partendo da Catania dove Ohazuruike, che oggi ha 35 anni, ha vissuto fino al diploma: «Ero iscritto al Cannizzaro. Tra gli insegnanti ricordo in particolare il professore di chimica, Trinaistic, e la professoressa Pinnisi di matematica. Sapevano come farci interessare alle loro materie e si facevano voler bene. Io ero in una bella classe, ma a scuola c’erano due o tre ragazzi che avevano un atteggiamento ostile nei miei confronti». Aggressioni no, anche perché Francesco era un ragazzone messo bene, giocava a rugby nell'Amatori Catania, ma per via del passaporto, ancora nigeriano, dopo la convocazione nella selezione nazionale, ha dovuto rinunciarci e ripiegare su campionati minori. «Una volta, però - racconta Francesco - un’auto è salita sul marciapiedi per investirmi, volevano mettermi paura e ci sono riusciti. Quando sono tornato a casa non ho detto niente ai miei. Mia madre avrebbe fatto qualche battuta per sdrammatizzare, Catania ci aveva comunque accolti e tutti in famiglia sapevamo che non sarebbe stato giusto far ricadere su tutti la stupidità di pochi». E Catania, che Francesco ha lasciato a 18 anni per laurearsi in Ingegneria chimica al Politecnico di Torino, continua a essere la città della mamma infermiera, del fratello, della sorella e del papà, che fa il medico a Cuneo ma che all'ombra dell’Etna torna regolarmente.

E Francesco, come tanti giovani siciliani che studiano fuori, appena discussa la tesi, ha tentato la carta del ritorno in Sicilia e per tre anni ha lavorato in una delle aziende del polo petrolchimico di Siracusa come programmatore della raffinazione: «Approfittando di una finestrella tra i 18 i 19 anni, ero ormai cittadino italiano - racconta - e forse anche per questo ho trovato quel lavoro. Io e mia moglie abitavamo a Ortigia, ci trovavamo benissimo, sembrava di essere sempre in vacanza, l’unico problema era che mia moglie lavorava, ma non veniva pagata». Una circostanza che, se per un siciliano può risultare comprensibile e restare antipatico, per una donna abituata alla linearità sabauda, era semplicemente inconcepibile. «A malincuore si è trasferita a Milano e per un anno e mezzo ogni fine settimana prendevo l’aereo e la raggiungevo. Poi ho trovato anch'io lavoro su». Oggi l’ingegnere chimico e scrittore Francesco Ohazuruike vive a Saronno, con la moglie e due figlioletti di 5 e un anno, frequenta la parrocchia, fa volontariato, ma senza esporsi. Se lo ha fatto scrivendo questo libro, è per dare voce a quel bisogno di riconoscimento che viene da chi da anni vive accanto a noi e, per una somma di pregiudizi alimentati da politici senza scrupoli, rischia di far inceppare definitivamente il bene della convivenza e dell’uguaglianza «che già - sottolinea - una legge come la Bossi-Fini ha messo in discussione».

«La verità è che non potete fare a meno di noi. Si raccolgono voti puntando alla pancia senza pensare a dove sarà il Paese fra 20 anni: come si potrà andare avanti senza nuovi nati? Anche per questo abbiamo bisogno di chi viene da lontano... non penso proprio che le coppie che si formeranno in futuro decideranno di fare tre o quattro bambini ciascuna. Per costruire il futuro bisogna ragionare su queste cose eppure sembra che non importino a nessuno e che quindi l’Italia si sta condannando da sola a diventare un posto per vecchi, ma non sarà nemmeno capace di fre in modo che vivano bene».

Contro di lui si sprecano le accuse di “buonismo”, un termine divenuto sinonimo di sprovveduto, il cui uso punta a impedire un approccio non punitivo alla questione immigrazione. «Intanto - risponde - non c’è nessuna invasione, gli stranieri sono il 7% della popolazione e partecipano al Pil per una percentuale più alta, per il resto penso sia giusto parlare chiaro. Nel mio libro uso numeri per mostrare la realtà e non ho dubbi sul fatto che sia necessario migliorare qualcosa, ma bisogna capire verso dove orientarsi.

«Quando, per esempio, parlo di delinquenza - prosegue - non nutro alcun dubbio sull’opportunità di far rispettare la legge e che chi commette reati debba essere punito, ma devono esserci percorsi di riabilitazione se non vogliamo una società di disadattati, e disadattati perché poveri ed emarginati ed è innegabile che lo sono più facilmente gli stranieri che non hanno protezione sociale né familiare. Questo non vuol dire essere buoni, ma ragionare su come risolvere i problemi che la convivenza comporta».

Espressione chiave, “problemi della convivenza”, sui quali Francesco ha pochi dubbi e zero voglia di rivalsa. La materia la conosce bene per averla “frequentata” in Sicilia, in Piemonte e adesso in Lombardia. Ma è dall'Isola che vengono alcuni esempi lampanti: «Alle scuole elementari qualche bambino mi diceva che ero un maomao, cercavano di offendermi e gli riusciva benissimo... è capitato che mi sputassero in faccia o chi circondassero per picchiarmi. Oggi si parla di bullismo nelle scuole, si parla di attacchi a bambini o bambine più deboli. Allora era l’attacco al diverso». «Questa situazione - prosegue Francesco Ohazuruike - si è ripetuta anche nelle scuole medie e alle superiori. Qui però è cominciata una storia diversa perché sono diventato amico di qualche ragazzo che godeva del rispetto degli altri. Ho imparato allora il valore delle relazioni e la loro utilità per dare equilibrio al proprio rapporto con il mondo».

Il passo dentro la complessità e la bellezza delle relazioni umane, fatta da Francesco adolescente, pare essere quella che oggi la nostra vecchia Italia (ma non è l’unico posto al mondo) sembra non saper fare. «Adagiarsi sul pregiudizio - afferma Ohazuruike - è molto più facile che costruirsi un’opinione fondata sui fatti. Figuriamoci se non lo è quando parliamo di migranti, una categoria maltrattata da tutti e difesa da nessuno. Ma il pregiudizio non cancella la realtà».

E la realtà di cui parla Francesco, negro e italiano, sfata, numeri alla mano, i tanti pregiudizi di cui si nutre tanta parte del dibattito pubblico: che gli stranieri tolgano lavoro agli italiani, portino malattie, siano delinquenti, violentatori e terroristi per natura. «A Siracusa - racconta ancora - alcuni teppisti hanno graffiato la mia macchina, nuova e grande e non potevo possederla: sembra che gli unici stranieri di successo debbano essere artisti o atleti. Lo hanno fatto solo perché sono nero. Ecco... pensate un attimo: chi dovrebbe avere paura e di chi? Il problema è che dobbiamo arrivare a una società che non deve vivere di paura».

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