home page| open menuNotizie Locali

WHATSAPP: 349 88 18 870

WHATSAPP: 349 88 18 870

L'avvocata tornata a casa per difendere il gusto siciliano

Roberta Capizzi e il suo pluripremiayo ristorante-bistrot-caffè-putia: «Volevo un progetto che valorizzasse l'Isola partendo da piccole produzioni locali e da presidi slow food»

L'avvocata tornata a casa per difendere il gusto siciliano

Da legale delle assicurazioni - carriera anelata e con un solido background familiare alle spalle - a neofita paladina del buon cibo siciliano da offrire - su una tavola imbandita anche di condivisione e piacere - agli avventori del suo ristorante-bistrot-caffè-putia, pluripremiato Bib Gourmand (“tavole preziose a un costo contenuto”, unico a Catania) dalla guida Michelin, puntando alla qualità dei presidi slow food (quasi tutti presenti i 50 siciliani) e delle piccole produzioni locali: Roberta Capizzi, 35 anni, pur giovane, ha già vissuto due vite sull’onda di un entusiasmo che, come sottolinea, «etimologicamente vuol dire fare uscire il dio che è dentro di te». E lei è riuscita a fare uscire la divina bontà di ciò che offre la spesso bistrattata Sicilia.

Messinese fino alla maturità, laureata in Giurisprudenza alla Luiss di Roma e specializzata nel settore assicurativo (area in cui opera da 104 anni la sua famiglia), lavora prima a Roma nello studio legale di una compagnia di assicurazione e poi a Londra nel mercato dei Lloyd’s, trasferendosi nel 2009 a Milano in uno studio legale di livello nazionale sempre nell'ambito delle assicurazioni. Ma dopo un anno decide di tornare in Sicilia: «In una prima fase della mia vita decisi di fare l’avvocato perché credevo in un senso di giustizia lineare. Poi, facendo l’avvocato, mi resi conto che a volte la giustizia si perde tra i cavilli legali e burocratici. Sono quindi rimasta delusa: non trovavo nel lavoro che facevo gli ideali e gli obiettivi che avrei voluto perseguire. In questa fase sono stata folgorata sulla via di Damasco e ho deciso di ricominciare da zero, recuperando una parte delle mie radici e ripartendo dalla mia passione per la cucina che nasce invece da una visione più autentica: per me un piatto buono lo è senza la necessità di retro-pensieri o ragionamenti».

Una decisione controcorrente, che la riporta a casa a Catania, non compresa in famiglia - dove nessuno si era mai occupato di ristorazione: «Siamo soltanto dei gran buongustai e, a livello casalingo, avevo una nonna appassionata di cucina” - tranne che dal padre, «un visionario pragmatico e un po’ folle che mi ha sostenuto». «Anche il mio ex capo di Milano - racconta - quando gli dissi che mi dimettevo per aprire un ristorante che si chiamava “Me cumpari Turiddu”, mi disse: “È una crisi depressiva, passerà, con un nome di questo tipo dove devi andare?”. In seguito mi ha confidato che non avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stata questa evoluzione».

Un progetto frutto di una filosofia precisa: «La visione è stata quella di partire dalle radici per guardare al futuro. Noi in Sicilia abbiamo una grandissima biodiversità, ma non siamo consapevoli della fortuna che abbiamo: volevo così tornare per un progetto che valorizzasse la sicilianità con una ricerca di piccole produzioni siciliane locali con un focus particolare ai presidi slow food. Un punto essenziale del progetto è la stagionalità, nel senso che ho scelto di parlare di una sicilianità che rispettasse le tradizioni e avesse anche un punto di vista un po’ più contemporaneo: la pasta alla norma, ad esempio, si mangia d’estate quando ci sono le melenzane e non a dicembre. Ricercare quindi le ricette della tradizione che vengono reinterpretate, sempre passando da materie prime del territorio». Non necessariamente a chilometro zero, perché Roberta Capizzi preferisce parlare di «chilometro vero, nel senso che siamo un collettore di eccellenze da tutto il territorio siciliano. Con un particolare: abbiamo solo contatti diretti con i produttori». Una scelta etica che abbraccia in toto la filosofia Slow food - della cui condotta provinciale di Catania Roberta Capizzi è stata dirigente fino a pochi giorni fa, creando in particolare con la sua squadra, in collaborazione con l’ateneo etneo e il Parco dell’Etna, il Presidio delle antiche mele dell’Etna - che tutela il cibo buono (per le qualità organolettiche), pulito (per l’impatto ambientale), giusto «perché in una visione di economia globale è giusto che chi produce abbia un’equa remunerazione di una manodopera faticosa» (en passant, oggi Roberta Capizzi è anche socia di Aidda, «visione di straordinarie imprese al femminile per me di esempio»).

La scelta aziendale è quella di puntare su prodotti di qualità siciliani offrendo «soltanto cibo freschissimo. Noi di congelato non abbiamo nulla: il pescato è locale e quindi fresco di giornata, ma con una programmazione riusciamo ad avere anche prodotti da aree siciliane lontane che si consumano entro 2-3 giorni».

Catania agli occhi di Roberta Capizzi era il luogo ideale dove mettere in pratica il suo sogno, sia perché vi viveva la sua famiglia da anni, sia perché «è una città molto reattiva, credo che subisca il fascino del vulcano. Il nostro ristorante è aperto dalle 11 del mattino all’1 di notte e ciò è possibile solo in un territorio in cui c’è accoglienza e predisposizione al cambiamento. Nel momento in cui siamo stati inseriti nella guida Michelin, la nostra visione è infatti cambiata radicalmente: avevamo tantissimi avventori stranieri o comunque non siciliani e chi non è siciliano mangia in orari completamente diversi dai nostri. Tra l’altro, anche il nome che abbiamo scelto, “Me cumpari Turiddu”, nasce dalla volontà di recuperare un’accoglienza siciliana il più autentica possibile, nel senso che quando noi siciliani andiamo a casa del compare, la porta è sempre aperta e la tavola è sempre imbandita. Noi abbiamo ripreso questa visione e l’abbiamo trasformata in un progetto aziendale».

Un progetto che va incontro alle esigenze di chi, nonostante la crisi, è oggi molto attento alla qualità: «Credo che oggi il focus del benessere e del desiderio di svago o piacere si sia spostato sull’emozionale e sull’esperienza. Senza spendere cifre considerevoli: nel bistrot (35 coperti) il range di prezzo è tra i 15 e i 20 euro. Mentre nel ristorante (60 coperti) è intorno ai 35 euro. Il che ha portato ai riconoscimenti plurimi della guida Michelin».

Le difficoltà principali, nel lanciarsi da neofita piena di incosciente entusiasmo, per Roberta Capizzi sono state quelle burocratiche: «Ci siamo trovati in passato alle prese con paradossi inquietanti, come il dehors autorizzato il 5 agosto o il mancato rinnovo dell’autorizzazione dello stesso da un anno all’altro perché non c’erano più gli estremi, nonostante il locale fosse identico all’anno precedente. Oggi mi auguro che da parte di noi siciliani ci sia maggiore consapevolezza, nel senso che se da un lato è vero che ci sono difficoltà, è pure vero che la nostra Isola è fortemente inespressa. Lo noto in tutto ciò che stanno facendo i privati oggi: c’è un momento di risveglio, tantissimo desiderio di fare. L’unico mio auspicio è che le istituzioni colgano questo desiderio di rinascita».

Alle difficoltà fanno da contrappeso le soddisfazioni: «Per me quello che ha dell’incredibile è essere arrivata fin qui, pur non avendo io mai fatto comunicazione. Credo però nella forza dell’entusiasmo, che letteralmente significa fare uscire il dio che è dentro di te. Io credo che l’entusiasmo sia un processo che, quando viene attivato, può arrivare davvero ovunque. Probabilmente, con la gioia che ho sempre avuto nel fare il mio lavoro, si è attivato un meccanismo che nemmeno io stessa avrei immaginato: questo ci ha portati ad avere come ospiti Rockfeller senior (confesso che avere il suo autografo nella mia stanza con la dedica “The best wishes” è sconvolgente), Skin, Ludovica Einaudi, Alberto Sironi».

Un progetto realizzato grazie a un «team straordinario di 14 giovani (l’età varia dai 24 ai 39 anni) fissi, che diventano 22 con gli extra, che comincia con il mio chef Gianluca Leocata, con cui lavoriamo insieme da 5 anni in un clima di complicità e di fiducia. Lui aveva già un’esperienza consolidata, perché veniva dalla scuola di Massimo Mantarro, chef stellato di Taormina, e oggi siamo sempre in una condizione di complicità e di ascolto. Un altro aspetto della nostra azienda è la formazione costante: noi organizziamo corsi interni di cucina con chef diversi, altri di inglese, sulla carta dei vini, sulle modalità di servizio in sala, sulla gestione del cliente. Gli altri componenti del team erano tutti neofiti pieni di entusiasmo, siamo una squadra un po’ naif: pensi che uno dei nostri aiuti era un penalista che si è cancellato dall’albo per diventare cuoco».

E se per i giovani c’è spazio in questo settore, secondo Roberta Capizzi «l’unico timore è la cattiva comunicazione, nel senso che programmi come Masterchef creano una divinizzazione dello chef e della preparazione del piatto, facendo venire meno l’aspetto reale di questo lavoro che è fatto di tantissimo sacrificio. In una attività di ristorazione ogni piatto è come una prima teatrale: puoi avere avuto tutti i premi del mondo, ogni volta vai in scena e rischi i fischi. E secondo me i giovani non lo capiscono: gli chef, prima di essere capi alla francese, sono cuochi, quindi devono avere l’amore per la cucina, che deve essere la capacità di nutrire gli altri. La mia scelta professionale di virare dallo studio legale alla cucina sta nel fatto che, se esiste uno spazio dove non ci sono diversità e si instaura una comunione e una condivisione, quello è la tavola: tanto è vero che politicamente e storicamente colazione e alleanze sono state sempre un binomio perfetto». Conseguenziale il consiglio ai giovani, appreso direttamente da Slow Food: «Credo che sia necessario essere visionari, pragmatici e coraggiosi. Il coraggio etimologicamente vuol dire avere cuore, non fegato, e tantissime volte il cuore, come l’istinto, indica la strada. Ma dopo non bisogna risparmiarsi».

Con la fortuna e l’handicap allo stesso tempo di essere in Sicilia, terra splendida e generosa, ma allo stesso tempo «frenata dalla burocrazia e impregnata di rassegnazione. E credo che sia più pericolosa questa mentalità che non le difficoltà oggettive. Io non credo che siamo chiamati ad essere eroi, ma ognuno, nel proprio piccolo e con la propria passione civica, può fare qualcosa che può cambiare la condizione di tanti».

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA IL TUO COMMENTO

Condividi le tue opinioni su La Sicilia

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

Il giornale di oggi

Sfoglia

Abbonati

I VIDEO

nome_sezione

VivereGiovani.it

EVENTI

Sicilians

GOSSIP

Qua la zampa