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Un'eccellenza catanese nell'«ospedale dei miracoli»

Claudia Di Bella, uno dei 12 ortopedici oncologi in Australia, a soli 39 anni opera a Melbourne al St Vincent's e allo stesso tempo insegna all'Università e dirige un laboratorio di ricerca. Ma non solo: su di lei anche le cineprese di "Miracle Hospital", la serie televisiva in onda su National Geographic

Un'eccellenza catanese nell'«ospedale dei miracoli»

Lavorando al St Vincent’s Hospital di Melbourne è una dei 12 ortopedici oncologici in tutta l’Australia e, a soli 39 anni, è senior lecturer, oltre che senior research fellow in Ingegneria tissutale, all'Università di Melbourne: la catanese Claudia Di Bella è alfiere del prestigio siciliano nel mondo.

Entrata alla facoltà di Medicina dell’Università di Catania a 17 anni, al terzo anno si è trasferita a Bologna, unendo la sua determinazione a fare Ortopedia e, quindi, a frequentare la specializzazione al Rizzoli, con un trasferimento dei genitori al Nord. Laureatasi a Bologna nel 2002, è entrata al Rizzoli e nel 2007 si è specializzata in Ortopedia, con una super-specializzazione in Oncologia ortopedica nel reparto del prof. Mario Mercuri, sotto la supervisione del prof. Donati, «che è sempre stato il mio tutor - spiega Claudia Di Bella - e con cui tuttora sono in ottimi rapporti». Nel 2008 è stata assunta al Rizzoli nel reparto di chemioterapia e nel 2009 ha iniziato il dottorato in Oncologia e patologia sperimentale. Sin dal 2002, infatti, «col prof. Donati avevo sempre fatto ricerca in Ingegneria tissutale, nel campo della rigenerazione ossea».

 Nessun ostacolo, nessuna porta chiusa, dunque, in Italia.   Ma la dottoressa Di Bella aveva già «adocchiato l’Australia.   Durante la specializzazione, nel 2006 ho fatto un periodo di   fellowship a Melbourne in Microchirurgia e Ingegneria   tissutale e sono riuscita, in seguito, a fare la seconda metà   del dottorato, finito nel 2012, in Australia. E da allora sono   rimasta qui».
 Un percorso per nulla facile visto che, per essere specialista in   Australia, la dottoressa Di Bella ha dovuto ripetere metà della   specializzazione: «In Australia c’è un sistema molto rigido:   riconoscono la laurea e la specializzazione, ma vogliono che   gli specialisti riconosciuti pratichino a un livello standard   minimo. Ho dovuto così fare due anni di quella che loro   chiamano pratica supervisionata, in cui mi sono familiarizzata   col sistema australiano e al termine della quale ho dovuto   superare un esame molto difficile, che dura più di una   settimana. Dal 2014 anche in Australia sono una specialista in   Ortopedia». Nel frattempo, la dottoressa Di Bella ha   continuato la sua carriera accademica all'Università di   Melbourne: dal 2014 è senior lecturer (insegna Chirurgia e   Ortopedia) e, da senior research fellow in Ingegneria tissutale, dirige un laboratorio di rigenerazione cartilaginea nel dipartimento di Chirurgia dell’università di Melbourne: «Il lavoro della rigenerativa è più che altro localizzato al laboratorio e alla chirurgia sperimentale, quindi al modello pre-clinico».

La scelta dell’Australia è stata dettata da motivazioni razionali e non: «Un collega del Rizzoli mi aveva parlato di come qui fossero all'avanguardia in Ingegneria tissutale e microchirurgia, ambiti che volevo esplorare. Noi italiani abbiamo il mito dell’America, di cui però io non sono mai stata una fan, mentre l’Australia mi ha incuriosita e ho ottenuto 6 mesi di fellowship a Melbourne». E questa è la parte razionale, forse nemmeno quella preponderante, della scelta. «La cosa incredibile è che nell'istante in cui ho poggiato piede sul territorio australiano, a Melbourne, mi sono sentita a casa». E, nonostante le difficoltà (inizialmente anche di comunicazione a causa di un inglese scolastico), questo amore non si è mai interrotto: «Melbourne è la città più vivibile del mondo. Sono molto fortunata: non che l’Italia non mi manchi, ma sicuramente qui si vive molto bene».

Studi italiani che si sono dimostrati validi anche agli antipodi del globo: «In Italia, però, la metodologia è molto diversa, nel senso che lì lavoriamo molto sulla teoria: dal punto di vista teorico, quindi, la mia conoscenza era ottima. Ma in Australia durante la specializzazione coloro che sono già chirurghi operano indipendentemente e, alla fine della specializzazione, hanno una capacità e indipendenza che in Italia non abbiamo. Al Rizzoli, uno dei posti migliori in Italia, durante i miei 5 anni di specializzazione come chirurgo non ho fatto molto, ero molto brava ad aiutare i chirurghi anziani o strutturati, ma ho accumulato molta poca esperienza, se non quasi zero, come primo chirurgo. Quando sono arrivata qui, mi hanno detto: “Ok, sei già specialista, quindi fai questa protesi d’anca, questa protesi di ginocchio» e per me è stato un shock. Questa è una grossa differenza nel training tra l’Italia e un Paese anglosassone e un po’ mi dispiace, perché non è facile da italiano venire a lavorare qui». Ed è proprio questa mancanza di esperienza chirurgica che la dott.ssa Di Bella pone al primo posto tra le difficoltà che ha dovuto superare: «Essere un chirurgo molto inesperto quando sono arrivata, a fronte di un’aspettativa alta come per i loro specializzandi».

Oggi la dottoressa Di Bella è una dei 12 specialisti in Australia in Oncologia ortopedica, specialità per la quale il Rizzoli è sempre stato in n.1 in Italia e in Europa, ma al St Vincent Hospital di Melbourne si occupa anche di ortopedia generale e traumi. Come ortopedica oncologica, un suo caso è stato raccontato in uno degli episodi (il terzo della seconda serie) di Miracle Hospital, una serie televisiva che va in onda su National Geographic che racconta casi reali di pazienti strappati alla morte. La puntata racconta «dell’intervento più difficile che io abbia mai fatto, su una poliziotta di 33 anni (oggi ne ha 34) con un sarcoma (un tumore maligno) nel sacro e nella pelvi. Siamo riusciti col neurochirurgo - con un intervento di 20 ore - a rimuoverlo nella sua interezza, quindi senza lasciare nessuna cellula tumorale nel corpo, e la ricostruzione ha permesso a questa ragazza di tornare a camminare senza alcun difetto neurologico o nell'evacuazione, cosa che in genere quando c’è il sacro coinvolto è molto difficile: oggi la donna è tornata al lavoro e conduce una vita normale. E questa è la cosa che mi piace dell’Oncologia ortopedica, il fatto che è ortopedia però è una specialità in cui comunque ho l’onore di salvare una vita quando le cose vanno bene».

Nessuna intenzione, da parte della dottoressa Di Bella, di tornare in Italia, «anche se la amo profondamente: l’anno prossimo verrò in Italia per qualche mese, non vedo l’ora, però la serenità nella vita e nel lavoro che c’è qui, in Italia difficilmente si trova. In Italia si lavora bene, si fanno tante cose e mi manca lo stile italiano molto innovativo: nel Belpaese si usa molto di più il cervello, mentre qua si devono seguire le regole in maniera molto più rigida il che, come siciliana, mi sta un po’ stretto, perché a me piace molto l’innovazione. Però di tornare a lavorare in Italia, no: solo in vacanza».

Anche perché è ben forte la consapevolezza che la carriera che ha potuto fare in Australia, difficilmente l’avrebbe fatta in Italia: «Alla mia età sicuramente no, tranne avere spinte e spintarelle, il che non era il mio caso». La dott.ssa Di Bella ha «un contratto a tempo indeterminato con l’ospedale pubblico, ma sono l’unica perché qui un medico normalmente lavora in più ospedali e si divide tra privato e pubblico. Anch'io ho aperto il mio ambulatorio privato qualche mese fa e mi sto muovendo per diventare soltanto sessional nel pubblico, quindi fare soltanto delle sessioni in più ospedali, e poi fare il privato che, dal punto di vista economico, è più redditizio».

 Claudia Di Bella e la sua compagna, un’australiana di   origini austriache infermiera di Terapia intensiva, hanno due   figli di 3 e 4 anni e adesso in Australia potranno anche   convolare a nozze. «I miei bambini capiscono l’italiano, ma   più che altro parlano inglese. I miei figli, il fatto di essere   riuscita a creare una famiglia normale con due bambini che   sono la fine del mondo sono la mia più grande soddisfazione -   sottolinea con orgoglio -. Per me il lavoro è importantissimo,   però ci sono le priorità e la mia priorità sono i miei figli. Poi   sono soddisfatta di quello che sto facendo nella carriera. Sono   anche molto orgogliosa di mia mamma che mi ha lasciato   andare così lontana: essendo figlia unica, posso capire come   sia stato difficile per lei».

 La Sicilia, pur fuori dagli orizzonti di vita, resta tuttavia   al centro del cuore: «Mi vengono le lacrime agli occhi - dice   commuovendosi - se penso alla Sicilia. Il mare è una cosa che   chiaramente mi manca, ma tutta la Sicilia è meravigliosa: mi manca la cultura, il modo di vivere nostro, l’estate della Sicilia, il cibo, anche se devo dire che cucino molto siciliano e ai miei piace molto. Il cuore è lì. Pur stando benissimo a Melbourne, non vedo l’ora di tornare in Sicilia. Nonostante io stia benissimo qui, la Sicilia mi manca da morire». Una cosa dell’Isola che invece non le manca, è «l’abitudine a procrastinare a domani ciò che si deve fare oggi. I grandi progetti vengono iniziati e non mai finiti. In Australia, invece, i progetti che si cominciano si finiscono in tempi record. Questa è una cosa che mi dispiace della Sicilia, perché mi piacerebbe che il siciliano fosse più orgoglioso di quello che è e che ha. Gli australiani sono riusciti a creare un mondo fantastico dal nulla: è vero che hanno una natura fantastica, però è molto selvaggia, scomoda. Invece in Sicilia potenzialmente abbiamo tutto: la cultura, la natura, le bellezze, il cibo. C’è tutto e purtroppo non riusciamo a valorizzare quello che la natura ci ha dato. E questo mi dispiace tanto».

A parte il clima, le case di cartongesso «con gli spifferi» e il mare «che non è il mare perché è l’oceano, bellissimo per i primi due giorni, ma non te lo puoi godere come il mare fantastico siciliano», si vive bene a Melbourne: «È una città fantastica, non la cambierei con nessun’altra al mondo. Ci sono tantissimi parchi: io ne ho 4 a 5 minuti di camminata da casa mia per esempio». E poi Melbourne è «aperta nei confronti degli stranieri, è molto multiculturale».

La dottoressa Di Bella ha richiesto e tra qualche mese avrà la cittadinanza australiana: «La cosa importante per me era che non mi togliessero il mio passaporto italiano e che i miei figli avessero anche la cittadinanza italiana».

Difficile conciliare il ruolo di mamma e medico o in Australia c’è un buon supporto dallo Stato? «Ci stiamo lavorando: io sono un’ortopedica, quindi lavoro in un ambiente molto maschilista. Sono molto appassionata dei diritti delle donne nell’ambiente lavorativo e soprattutto in chirurgia. Stiamo migliorando e le regole stanno cambiando, ma non è facile: quando ho meeting alle 6,30 del mattino, non è facile conciliare l’essere mamma e chirurgo. Stiamo cercando di cambiare un po’ le regole per rendere questa professione più ricca di appeal anche per le donne, perché abbiamo moltissimo da dare alla professione medica e chirurgica».

Infine, un consiglio ai giovani: «Seguire i propri sogni, credere in sé stessi e fare il possibile per realizzare quei sogni. Il mio motto è sempre stato: “A winner is only a dreamer who hasn’t given up” (frase di Nelson Mandela). Le opportunità sono immense, in Sicilia a volte si ha la tendenza a stagnare nella realtà in cui si è immersi, ma i talenti sono enormi e basta solo avere un po’ di intraprendenza, coraggio e voglia di lavorare per scoprire quanto si può ottenere». Anche perché «i siciliani (e gli italiani in generale) siamo apprezzatissimi all’estero, perché abbiamo una capacità incredibile di ottenere molto avendo a disposizione pochissime risorse». Una qualità non da poco.

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