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Il casaro che ha salvato la capra girgentana

Giacomo Gatì, 66enne di Campobello di Licata, con i formaggi ha dato dignità a una splendida razza ovina in via d'estinzione

Il casaro che ha salvato la capra girgentana

Sognare, osare, fare: la vita di Giacomo Gatì, 66enne di Campobello di Licata pioniere prima del biologico (quando questa metodologia di coltivazione era considerata «un ritorno alla preistoria») e poi salvatore, con pochi altri, della capra girgentana, è una dimostrazione di come anche in Sicilia si può operare, a patto di mettere da parte il pessimismo atavico che, come popolo, ci portiamo dentro. Una «grande forza d’animo e positività da ottimista, la capacità di vedere una prospettiva laddove gli altri vedono una negatività» che Giacomo Gatì, nonostante una vita che non gli ha risparmiato difficoltà e dolori, esplicita ancora oggi.

Studi professionali in meccanica, inseguendo la chimera dell’industrializzazione della Sicilia e per fuggire dai campi che, da giovane figlio di agricoltori, «vivevo con fastidio - racconta Giacomo Gatì - a 17 anni emigrai in Germania, a Colonia, dove sono rimasto per 10 anni, lavorando da metalmeccanico alla Ford e alla Leybold Heraeu. Questi 10 anni mi hanno disintossicato e a un certo punto mi è tornato l’amore per campi e natura». Amici tedeschi indirizzarono il giovane metalmeccanico siciliano verso l’agricoltura biologica e così «decisi di tornare, spinto soprattutto dalla constatazione del fatto che, se i migliori se ne andavano e in Sicilia restavano solo quelli che avevano una mente un po’ più chiusa, la nostra Isola non sarebbe mai potuta migliorare».

 Tornato in Sicilia, Giacomo Gatì si lanciò   nell'agricoltura biologica: «A quel tempo non   esistevano né produttori, né norme sul biologico.   Casualmente, ebbi la fortuna di incontrare altri 4-   5 disperati e, verso il 1980-81, creammo un   piccolo gruppo che si chiamò Ordinamento   siciliano per l’agricoltura biologica. Cominciammo   a lavorare, a fare riunioni, a convincere le   persone». Pochi i terreni - non tali da soddisfare   le esigenze di un’azienda agricola - di cui poteva   disporre il giovane entusiasta, che fondò allora   una cooperativa che produceva ortofrutta in bio:   «Eravamo pochi, ma piano piano il biologico   cominciava a crescere, finché furono emanate le   norme Ue e tutto si sistemò. Ma inizialmente ci   prendevano per pazzi, dicendo che volevamo   tornare a coltivare come nell'età della pietra.   Esportavamo nel resto d’Italia e in Europa».

 All'epoca Gatì abitava in paese, «ma avevo   sempre il sogno di trasferirmi in campagna.   Finalmente riuscii a costruire, con i sistemi di bioarchitettura, una casa in campagna, ma una fattoria senza gli animali non è tale: volevo quindi comprare le capre e in particolare la razza girgentana, che è quella della mia infanzia. Quando ero piccolo, vedevo infatti queste capre bellissime, con le corna attorcigliate, portate di porta in porta per dare il latte». Capre girgentane, però, non ne esistevano più e, soltanto dopo una lunga ricerca supportata «da curiosità e perseveranza», Giacomo Gatì trovò una coppietta. E fu passione a prima vista: «Cominciai a frequentare convegni sulla rara capra girgentana che dà il latte migliore. Ma si faceva molta teoria e nulla di concreto per salvarla. Siccome io penso che non si può salvare un animale o un prodotto se non si dà un reddito a chi lo alleva o lo coltiva, ho pensato che l’unico modo di salvare questa capra era quello di darle un reddito e una dignità. Come? Cercai dei pastori e proposi loro di fare formaggi di capra, buoni ma all'epoca sconosciuti in Sicilia». Nessun casaro della zona, tuttavia, voleva produrli.

Animato dalla sua testardaggine e nonostante non avesse alcuna esperienza in questo campo, Giacomo Gatì decise allora di provarci lui. «Cominciai ad allevare capre e a fare il formaggio: nei primi tempi lo facevo assaggiare agli amici, nel frattempo cercavo di aggiornarmi, una mia amica tedesca che abita ad Aidone mi diede la prima ricetta di un caprino, la robiola. Iniziai a poco a poco a farmi una cultura e finalmente, dopo qualche anno, con mia moglie Nina (io sono il creativo, lei è quella che mi fa tornare coi piedi per terra) aprimmo un piccolo caseificio artigianale».

 Giacomo Gatì non era però solo: in questa   avventura di salvataggio della capra girgentana   c’erano Giovanni Fazio, attuale presidente   dell’associazione per la salvaguardia della capra   girgentana e figlio di allevatori che, appena   andato in pensione dalla banca intorno al 2000,   aveva recuperato le ultime capre rimaste   iniziando ad allevarle e fornendole a tutti i nuovi   allevatori; e poi Ignazio Vassallo, dirigente Soat   di Agrigento, con cui «abbiamo condiviso il   percorso da allevatori e che mi ha fornito   sostegno morale e promozione nella creazione   del caseificio e dei formaggi di girgentana».   Perché Giacomo Gatì ci tiene a sottolineare che   «non ho salvato da solo la capra girgentana: io   ho fatto i formaggi, dando a questa capra in via     di estinzione un valore economico, ma sono stato   aiutato da queste altre persone, con le quali   abbiamo costituito l’associazione per la   salvaguardia della capra girgentana».

 Nel momento in cui la capra girgentana ha   cominciato a dare un reddito, si sono accodati   nuovi allevatori: «Per aiutarli, io pagavo loro il   latte il doppio rispetto agli altri casari e questo   fungeva da stimolo ad allevare le capre, nel frattempo diventate anche presidio slow food. In sostanza, io feci i formaggi e li collegai alla capra, dando visibilità e valore economico all’animale». A quel punto, Giacomo Gatì lasciò la coop di ortofrutta in bio, diventando a tempo pieno con la moglie Nina «il casaro di tutti i produttori della provincia di Agrigento».

Non avendo una cultura dei formaggi, Giacomo Gatì è dovuto partire da zero, ma è riuscito a trasformare questo gap iniziale in opportunità: «A furia di fare prove e non avendo vincoli di tradizione - importante quest’ultima come garante della genuinità dei prodotti e del rispetto di alcune regole, ma ad essa va sempre affiancata l’innovazione - mi sono fatto una cultura e ho scoperto nuovi formaggi. A furia di sperimentare, le imitazioni dei caprini del Nord venivano infatti diverse e migliori. E io e mia moglie siamo diventati famosi per la creatività», ad esempio con la gamma di formaggi a caglio vegetale, «una cosa completamente innovativa: se ne faceva soltanto uno col cardo selvatico soprattutto in Spagna e in Portogallo e un altro con un fungo. Io invece, a furia di fare sperimentazioni, ho creato diverse tipologie di formaggio a caglio vegetale, partendo da una ricetta di Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia che diceva che si poteva coagulare il latte anche con essenze vegetali, tra cui il fico, il cartamo, le pigne verdi. Io partii dal fico e feci un formaggio strepitoso, che ha vinto numerosi premi, che esportiamo in tutta Europa e che due anni fa è stato l’unico caprino selezionato da un importatore francese per metterlo in un plateau di formaggi italiani». E poi ancora formaggi con caglio di lavanda, finocchio selvatico, barbabietola, birra e luppolo, solo per citarne alcuni: «Ho creato, con 6-7 cagli vegetali, una tipologia di formaggi unici al mondo e questo ci ha permesso di avere sempre uno spazio di alta qualità e di grande visibilità».

Nel 2009, però, la perdita del figlio che dei tre aveva ereditato la passione del padre, ha tolto entusiasmo a Giacomo e Nina Gatì: «Tre anni fa mia moglie mi ha detto che era stanca e voleva uscirsene». Messa in vendita l’azienda agricola-caseificio Montalbo, che produce una trentina di tipologie di formaggi caprini, «abbiamo avuto delle proposte, ma volevamo trovare persone che continuassero la nostra opera, che non è un caseificio, ma un’idea, un progetto. Si trattava di vendere un sogno. Finalmente abbiamo trovato due ragazzi di Campobello, Davide e Valeria Lo Nardo, amanti degli animali. Lui ha dovuto convincere i genitori (il padre ha un’impresa edile) a sovvenzionarli». E ora sono loro, allevando circa 150 capre girgentane e facendo formaggi caprini, a continuare il sogno di Giacomo Gatì: «Io faccio loro da consulente, da padre, da tutor». Nel frattempo, altri tre giovani - Giuseppe Scozzari, Salvatore Vassallo e Mario Presti - fanno formaggi caprini «e questo mi rende felice, perché piano piano la girgentana si sta salvando. Non è ancora salva: oggi ci sono circa 1.500 capi in tutta la Sicilia (quando ho iniziato ne erano rimasti solo 200), contro i 20mila del passato, ma è sulla buona strada per farcela. Posso dire in coscienza: missione compiuta. Nel senso che sono tornato in Sicilia e forse qualcosa la sto lasciando».



 Una capra, quella girgentana, che   l’innamorato Giacomo Gatì definisce «la   fotomodella delle capre, molto fine e bella, più   intelligente delle altre e che produce il latte forse   più delicato del mondo: più magro, nutriente,   leggero nel sapore e nell'odore. Così come lo   sono i formaggi, delicatissimi e accettati da tutti».

 Una storia, quella di Giacomo Gatì, emigrato   rientrato in Sicilia, che potrebbe essere   paradigmatica per i giovani di oggi. Il rimpianto   del 66enne casaro è infatti «che avrei avuto   piacere che in Sicilia i giovani fossero più motivati   e i siciliani meno diffidenti. Il mio rimpianto è che in Sicilia abbiamo l’eden e non lo sappiamo sviluppare». E ai giovani consiglia «di crearsi alternative diverse e prospettive nuove rispetto all'esistente: in Sicilia abbiamo tesori e non ce ne accorgiamo. Noi avevamo questa capra in via di estinzione e le si è dato un valore. Ci sono tante risorse vegetali, animali e anche di pensiero che si possono sviluppare, solo che i giovani devono avere coraggio. Questo è il mio rammarico: i siciliani si scoraggiano facilmente, pensano che l’unica alternativa sia emigrare, ma non è così, perché al Nord sta bene solo chi vuole fare l’impiegato. Ma chi vuole essere creativo, in Sicilia ha spazi enormi. Abbiamo la fortuna di avere una terra che non ci meritiamo per come siamo. Non è retorica, nella mia vita l’ho dimostrato, abbiamo potenzialità enormi, dovremmo solo cambiare mentalità: meno diffidenti, più propositivi, meno arroganti. Abbiamo la presunzione di essere i migliori del mondo, ma lo dobbiamo dimostrare con i fatti». Eppure spazio per i giovani, in questo settore, ce n’è, «anche con pochi soldi: si può fare latte, yogurt, creme di capra, lo spazio è enorme, bisogna solo crederci e volerlo».

Della Germania a Giacomo Gatì «manca il rispetto delle regole, che poi è rispetto del prossimo, e l’ordine». E ribadisce che tra le maggiori difficoltà che ha incontrato c’è «la diffidenza e il pessimismo dei siciliani, il non credere che le cose si possono fare». Handicap cui si aggiunge «una burocrazia terribile che ammazza la Sicilia. Qui i responsabili non si prendono mai responsabilità e invece di incoraggiare, il consiglio che danno tutti - tecnici, paesani, burocrati - è: lasci perdere, ma chi glielo fa fare? La mentalità è questa». E invece, con l’ottimismo della volontà, i risultati si ottengono.

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commenti 1
  • Sicciaroto

    01 Settembre 2018 - 18:06

    Un perfetto ritratto della Sicilia e della mentalità siciliana che si può riassumere nell'antico adagio : " 'u cani di lu jardinaru ne' cogghi né voli fari cogghiri ".

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