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La vita di una famiglia a Gaza raccontata da Stefano Savona

Il regista palermitano con il docufilm "La strada dei Samouni" ha vinto il Salina Doc Fest

La vita di una famiglia a Gaza raccontata da Stefano Savona

Salina (Messina) - La guerra nella Striscia di Gaza, il ricordo della vita serena di prima nei territori palestinesi, l’affiorare delle tradizioni attraverso i racconti di una bambina. Il regista, il palermitano Stefano Savona, riesce con il bellissimo La strada dei Samouni (vincitore ieri sera del SalinaDocFest diretto da Giovanna Taviani) - girato a colori per le riprese sul campo e in bianco e nero per i disegni animati di Simone Massi - a far raccontare la loro storia ad Amal e alla famiglia Samouni – tutti attori di se stessi - che in guerra hanno perso il papà, il campo coltivato a grano, la vita povera ma serena d’una volta. Tutto gravita attorno a un bellissimo albero di sicomoro sparito. Una famiglia contadina per tutte al centro del film sperimentale di Savona, tragicamente attuale dopo il trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme e i raid israeliani sulla Striscia di Gaza. La Cineteca di Bologna distribuisce nelle sale a partire dall’11 ottobre il film che sarà a giorni al Festival del cinema italiano di Annecy in Francia mentre partecipa alla preselezione degli Oscar grazie all’Oeil d'or come Miglior Documentario ricevuto sulla Croisette.

La giuria del SalinaDocFest presieduta da Giorgio Gosetti l’ha premiato per «il linguaggio originale e la passione militante» che ne fanno «tappa storica nel cinema della realtà». Amal ricorda solo il grande albero su cui lei e i suoi fratelli si arrampicavano, il caffè che portava a suo padre nel frutteto. È passato un anno da quando hanno sepolto i morti. Ora i Samouni devono guardare al futuro. Ma il passato affiora in maniera subliminale attraverso le bellissime immagini di animazione – nate da disegni fatti a mano da Massi - e quando Amal e il fratello raccontano lo fanno con estrema naturalezza. Non intervistati ma interpretando se stessi.

Tutti portano sulla pelle i segni della guerra: fisici, psicologici ed emotivi. I bambini disegnano per cercare di fissare sulla carta il ricordo del papà, della casa, del passato sereno. Si alternano immagini di cerimonie della raccolta, della preparazione del pane, si sente il canto del gallo immancabile nelle campagne. Passano i programmi della tv. Vere tranches de vie.

Savona hai corso dei rischi per andare a Gaza?

«Il rischio maggiore in questi casi è non riuscire a fare un film come questo. Era il periodo della guerra 2008-2009: il rischio fisico c’è stato anche per essere entrato attraverso dei tunnel sotterranei, clandestinamente. Ma quando si è davanti ai protagonisti della storia il timore è di non riuscire a fare il film come avresti voluto».

E’ stato difficile farsi accettare dalle gente?

«Facile e difficile, visto che ho conosciuto i Samouni l’indomani della tragedia. All’inizio ero lì come i tanti giornalisti, mi hanno preso per uno di loro, invece poi io sono rimasto. I ragazzi hanno capito che stavo facendo qualcosa di diverso dai giornalisti. Erano contenti che chiedessi loro di raccontare quelli che non c’erano più. E’ stato un modo di partecipare all’elaborazione del lutto e alla conservazione della memoria. Le riprese si sono svolte in due momenti. La seconda volta l’intimità si è accresciuta, è nata un’amicizia che ora continua anche da lontano. Hanno partecipato infatti a distanza all’elaborazione del film, mi hanno dato le foto degli scomparsi da cui sono nati i disegni. Vorrei tornare a Gaza e mostrare il film a fine novembre quando ci sarà il matrimonio di Amal che ora ha 19 anni».

Anche la televisione ha un ruolo. I protagonisti la seguono spesso.

«Gaza è un posto così isolato (5 chilometri per 50 di terra), la tv è l’unica finestra verso il mondo esterno ma finestra molto parziale perché la gente guarda moltissimi programmi di propaganda spesso filoislamica. Non è proprio una finestra sul mondo ma una maniera di ripiegarsi sull’ideologia locale. Anche i cartoni animati per bambini sono nutriti di ideologia jihadista. Alla gente di Gaza viene somministrata quotidianamente una dose pesante di ideologia. Il padre morto in guerra porgeva ai figli un altro tipo di messaggio: i valori antichi, la terra, la patria. Ora arrivano le ideologie jihadista e di Hamas che sono pericolose. E poi seguono film indiani violenti ma la violenza fa parte del loro quotidiano e non li impressiona più di tanto».

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