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Un "cervello" etneo della neurochirurgia conquista gli Usa

Il catanese Mario Zuccarello, a Cincinnati ordinario all'università e primario in ospedale, come il dottor Shepherd di Grey's Anatomy ma con una "piccola" differenza: il luminare siciliano agisce nella realtà e non in una fiction tv...

Un "cervello" etneo della neurochirurgia conquista gli Usa

Un “ribelle” catanese degli anni 70, convinto che per diventare bravi chirurghi non bastasse rimanere a guardare per anni i “maestri” che operano, ma occorresse farlo in prima persona sin dagli anni della specializzazione. Un “ribelle” che, una volta scoperto che la sua idea non era in fondo così peregrina, come veniva valutata in Italia, ma era la pratica consueta negli Stati Uniti, ha deciso di trasferirsi oltreoceano, diventando negli anni un luminare della Neurochirurgia, ordinario all'università e primario in ospedale a Cincinnati: un dottor Shepherd (vedi Grey’s Anatomy) siciliano, non protagonista di immaginarie - e talvolta immaginifiche - fiction tv, ma di una vita reale costruita con impegno e sacrificio.

Catanese, classe 1952, dopo il liceo frequentato ai Salesiani del capoluogo etneo, il prof. Mario Zuccarello si è trasferito a Padova dove ha conseguito la laurea in Medicina. Sempre nel capoluogo patavino, si è poi iscritto alla scuola di specializzazione in Neurochirurgia. «Durante la specializzazione - racconta - ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso, dal 1977 al 1979, di frequentare parte di quel percorso al prestigioso Max Planck Institut fur Psychiatrie a Monaco, in Germania». Nel 1980 ha conseguito a Padova la specializzazione in Neurochirurgia. «A quel punto ho dovuto fare il servizio militare, svolto da ufficiale medico nell'ospedale militare di Padova».

Nel 1983, il trasferimento negli Usa dopo un breve periodo trascorso in America (anche grazie a una borsa di studio della Nato), che si è rivelato fondamentale per le scelte successive del medico siciliano: «Prima ho lavorato all'università dell’Iowa, poi in Virginia a Charlottesville in infine sono arrivato all'università a Cincinnati». Università dove ha dovuto rifare in pratica la specializzazione, come accade negli Usa per chi proviene dall'estero.

«Nel 1990 sono entrato nello staff di Neurochirurgia dell'Università di Cincinnati. Nel 1994 sono diventato il direttore della divisione test clinici al dipartimento di Neurochirurgia all'ospedale, nel 1999 sono diventato ordinario (full professor) di Neurochirurgia all'Università di Cincinnati, dal 2001 al 2010 sono stato direttore della divisione di Chirurgia cerebrovascolare, nel 2008 sono diventato capo del dipartimento di Neurochirurgia. Quest’anno ho finito il mio mandato, perché a 65 anni si va in pensione: sono rimasto come full professor (carica simile a quella di professore ordinario) all'università e direttore della Chirurgia del basicranio».

Insomma, il top della carriera per un medico chirurgo nell'ambito universitario, così come avviene peraltro in Italia. All'origine di tutto ciò, infatti, c’era la voglia di «sviluppare la chirurgia, unendo la carriera accademica - quindi la ricerca e l’insegnamento - all'attività clinica». Il problema, però, è che in Italia, ricorda il prof. Zuccarello, «all'epoca non c’erano molte possibilità da questo punto di vista e, soprattutto, durante la specializzazione - almeno allora, non so adesso - non è che ci fosse un grande insegnamento. Mi interessava quindi andare in un posto dove potevo imparare ad operare bene e continuare poi la carriera universitaria, insegnando ad altri ciò che sapevo e portando avanti la mia ricerca. Quando sono andato in America per la prima volta per qualche mese, sono rimasto folgorato dal fatto che quello che pensavo sulla metodologia di insegnamento agli specializzandi era in effetti possibile, perché in America così facevano: ti insegnavano ad operare nella pratica, a maturare e a sviluppare tutto quello che era possibile nel campo della Neurochirurgia, per renderti indipendente come chirurgo alla fine degli anni della tua specializzazione. Allora ho pensato: “Non è vero che sono soltanto idee mie, come mi dicono, ma si fa veramente”. In Italia, infatti, almeno a quei tempi (non so adesso), durante la specializzazione ti facevano fare molto poco».

Così il “ribelle” medico siciliano, interessato ad avere la possibilità di «imparare ad operare, diventare indipendente e poi trasmettere il sapere agli altri», si è trasferito in America. Paese dove vige la «meritocrazia» che ha permesso al giovane chirurgo, con alle spalle «un’ottima scuola di medicina (il problema in Italia si verifica durante la specializzazione: solo a tarda età si ottiene infatti il permesso di cominciare ad operare)», di fare carriera.

Decidendo poi di restare a Cincinnati, di concerto con la moglie Gabriella, padovana laureata in Lettere che insegna italiano all'università e scrive libri per bambini, anche quando dall'Italia gli hanno chiesto di tornare: «Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 ho avuto un paio di occasioni di tornare in Italia, a Padova, ma ho deciso di rifiutare. La prima volta che me lo hanno chiesto, mio figlio (che oggi si occupa di business e vive a New York) era ancora a scuola e non me la sono sentita di sradicarlo. Quando me lo hanno chiesto nuovamente all'inizio degli anni 2000, la mia carriera negli Usa era ormai talmente decollata e io ero così contento di quello che facevo che, pur avendo la prospettiva di tornare a Padova come direttore (quindi con un livello superiore a quello che ricoprivo all'epoca), non me la sono sentita di inserirmi in una realtà di lotte e di invidie che il mio rientro avrebbe necessariamente scatenato. Forse non sono stato abbastanza coraggioso».

E poi probabilmente il “ribelle” prof. Zuccarello era maggiormente in sintonia con un sistema come quello statunitense in cui «il tuo curriculum è costruito in modo tale che, quando finisci di specializzarti, puoi essere un chirurgo indipendente. Non un chirurgo, come dicono in Italia, rifinito, ma indipendente, perché hai fatto pratica. Il sistema in America è completamente diverso da quello italiano: negli Usa tutti hanno interesse che quelli che si specializzano (e che peraltro hanno l’obbligo di fare almeno un anno di ricerca) imparino, in Italia l’interesse è tutto l’opposto. E la ragione per la quale negli Usa tutti abbiamo interesse affinché i nostri allievi imparino bene si basa sul fatto che in questo modo i pazienti sono più contenti, ma soprattutto sulla considerazione che quando un tuo specializzando lascia l’ospedale e va a lavorare da un’altra parte, se è bravo e il suo insegnante sei stato tu, ci guadagni in reputazione. E se guadagni in reputazione, ti mandano più pazienti. È tutto l’opposto rispetto all’Italia, non c’è la paura di perdere i pazienti: che paura devi avere? Tu sei sempre il maestro, che ti importa?».

A conferma di una mentalità poco “italiana” il fatto che, per il prof. Zuccarello, la maggiore soddisfazione «è vedere che quelli a cui ho insegnato sono diventati più bravi di me. Non ho alcun problema a sottolinearlo: il più grande successo di un mentore è che l’allievo superi il maestro. Se invece tu non sei riuscito in questo, hai fallito completamente tutta la tua missione di insegnamento. La più grande soddisfazione è quindi quella di vedere i miei specializzandi che diventano bravissimi chirurghi, più bravi del maestro».

Mentalità statunitense, sicuramente, ma il legame con la natia Sicilia resta ben saldo, anche perché «in Sicilia ho la famiglia e vado una volta all'anno a trovarli. Ho ancora la mamma che a gennaio compirà 92 anni e ho due fratelli». Isola del cui mare il prof. Zuccarello ha nostalgia, mentre invece non gli manca per nulla «la disorganizzazione: la gente in Sicilia è capacissima, bravissima, ma si trova a vivere in un ambiente che non è favorevole allo sviluppo delle proprie potenzialità».
Una piaga che riguarda in particolare la Sicilia, ma in genere tutta l’Italia: per il prof. Zuccarello, infatti, «la ragione per la quale i “cervelli” scappano dall'Italia è che nel Belpaese non trovano opportunità. Non si scappa per altre ragioni: se tu hai l’opportunità di lavorare bene, di fare il tuo lavoro in maniera professionale, di potere migliorare continuamente senza creare invidie, barriere, senza avere qualcuno che costantemente cerca di fermarti, perché andare via? L’America non è diversa dagli altri posti, tutti i posti sono uguali. Se ti si consente di lavorare dove non hai costantemente ostacoli e anche gli investimenti vengono fatti in maniera corretta senza troppa corruzione, favoritismi e clientelismi, perché mai dovresti andare via?».

Ma allora, cosa dovrebbero fare i giovani? «Ai giovani consiglio una sola cosa: di seguire il loro sogno, le loro ambizioni. Una persona senza sogni né ambizioni non è un uomo o una donna. Avendo però ben chiaro che la gratificazione immediata - quella che oggi tanti giovani inseguono, seguendo l’obiettivo di raggiungere tutto e subito - non funziona. Per cercare di perseguire qualcosa che per te è importante, devi lavorare. E quando vai a lavorare in un Paese che non è il tuo, non puoi avere in mente l’idea che tutto ti è dovuto. Devi invece avere ben chiaro che per raggiungere qualcosa devi fare due volte lo sforzo di un altro. Se non sei almeno due volte migliore di un altro, non vai da nessuna parte».

Cosa che il prof. Zuccarello, evidentemente, è riuscito a mettere in pratica, tanto da affermare di non avere «rimpianti per quello che ho fatto nella mia vita: rifarei tutto». Anche questo un bel traguardo di vita, pur nella consapevolezza, oggi con i capelli brizzolati, «che mia mamma non sarà stata tanto contenta di avere in questi anni un figlio lontano, le avrò dato forse un dispiacere».

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commenti 1
  • enzo1361

    13 Ottobre 2018 - 11:11

    Bell'articolo, adesso che si fa?Ci mettiamo tutti a piangere?

    Rispondi

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