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Un "cervello" siciliano sfida i rebus dei numeri

Alessio Sammartano fa ricerca e insegna in un ateneo Usa ed «stata fondamentale la preparazione che mi ha dato la Scuola superiore di Catania»

Un "cervello" siciliano sfida i rebus dei numeri

Nelle leggi dei numeri che governano l’armonia dell’universo vede una sfida continua di un gioco in cui, ogni volta che risolve un rebus, è come se superasse sé stesso: il 29enne matematico palermitano Alessio Sammartano, che ha scelto le falde dell’Etna per la sua istruzione universitaria, oggi fa ricerca da post doc e insegna come visiting assistant professor nell'università di Notre Dame, nella statunitense South Bend (Indiana). La sua l’intenzione, da cervello non in fuga ma da studioso aperto al mondo, è tuttavia di tornare, entro qualche anno, in Italia, magari anche in Sicilia.

Alessio Sammartano si è laureato in Matematica (triennale e magistrale) all'università di Catania con tesi magistrale al Reed College e contemporaneamente si è diplomato alla prestigiosa Scuola superiore di Catania. Ed è stata proprio la Scuola superiore la molla che lo ha spinto a trasferirsi, finito il liceo scientifico nella natia Palermo, alle falde del Vulcano: «Ho deciso di fare matematica verso la fine del liceo, anche perché, partecipando alle olimpiadi della matematica, ho capito che questa materia mi avrebbe garantito divertimento per tutta la vita. Cercavo però una scuola universitaria di eccellenza e ho scelto la Scuola superiore di Catania».

La Scuola superiore di Catania mi ha dato tanto


Un periodo che per il dott. Sammartano è stato particolarmente proficuo sia dal punto di vista personale («A 18 anni andare per la prima volta fuori casa è una esperienza molto intensa») sia a livello accademico: «All'università mi sono trovato bene, però la Scuola superiore di Catania è stata un’ottima aggiunta, dandomi approfondimenti con vari corsi aggiuntivi, l’opportunità di avere un canale diretto di dialogo con i docenti universitari e di iniziare a fare ricerca molto presto, il che è stato molto utile nel prosieguo degli studi. E poi è un ambiente abbastanza privilegiato perché si è a contatto con persone brillanti e ambiziose che hanno allargato i miei orizzonti». Tanto che, dopo la laurea, il dott. Sammartano nel 2012 ha fatto il dottorato alla Purdue University a West Lafayette (Indiana): «L’ho concluso 5 anni dopo nel 2017, poi ho fatto un post doc a Berkeley in California di sei mesi e adesso sto facendo un altro post doc all'università di Notre Dame di nuovo in Indiana».

Negli Usa il dottorato è più completo


Dal 2012 a oggi, quindi il dott. Sammartano vive in America, dove è, tra le altre cose, affiliato alla Fondazione Issnaf (Italian scientists and scholars in North America Foundation): «Ho deciso di andare negli Usa perché qui il dottorato è più completo e approfondito di quello tipico in Italia che dura solo 3 anni e comincia dalla fine, cioè dalla scrittura della tesi di dottorato. Nell'università Usa, invece, dura 5-6 anni, si fa una buona formazione, si continua a studiare, si insegna e si fa ricerca». Il pallino, comunque, è quello di tornare in Italia «dove spero di continuare la carriera accademica». Anche perché della Sicilia e dell’Italia in generale, oltre che la famiglia, al dott. Sammartano mancano «l’ambiente, il clima, il cibo, i luoghi ma soprattutto le persone italiane, l’espansività nostrana che qui non trovo». Anche se ci tiene a sottolineare che negli Usa si è trovato «molto bene dal punto di vista lavorativo». Della Sicilia non gli manca invece «la disorganizzazione e la lentezza, il fatto che è sempre più complicato del necessario fare qualunque cosa in Sicilia».

Ecco perché non riusciamo ad essere competitivi

Peccati veniali, però, che nulla tolgono alla volontà di rientrare. A dispetto delle difficoltà che incontrerà e che scoraggiano tanti cervelli in fuga: «Conosco tante persone che lasciano l’Italia per non tornare mai più. Alla fine, però, ognuno cerca il meglio per sé. Ecco quindi che, alla domanda sui motivi per cui non riusciamo ad essere competitivi con altre nazioni occidentali, rispondo che, secondo me, nell'ambito accademico mancano i soldi: America, Canada, Francia, Germania destinano una spesa sicuramente superiore del Pil in ricerca e istruzione. Questo fa sì che ci siano più posti da ricercatore e più competitivi. Di conseguenza, una persona all'estero ha tante occasioni a livello sia numerico sia dal punto di visto qualitativo ed economico, a fronte di pochi posti, magari anche meno retribuiti, in Italia: è facile allora scegliere la prima strada piuttosto che la seconda. Questa è secondo me la principale causa del fenomeno della fuga dei cervelli: una persona che finisce il dottorato in Italia ha pochissimi sbocchi lavorativi universitari».

Un matematico puro, dunque, impegnato nella ricerca sull'algebra: «La ricerca sulla cosiddetta matematica pura non è direttamente applicata alla fisica, all’ingegneria o all'informatica, però comunque vi sono collegamenti. Io mio occupo di problemi di algebra e geometria combinatoria, che sono una naturale evoluzione di ciò che si studia al liceo quando ci si occupa di equazioni di un’iperbole, di un’ellisse o di una circonferenza». Insomma, la base teorica per ulteriori applicazioni pratiche: «Assolutamente: diciamo che se noi umani non comprendiamo la matematica, non possiamo sperare di avere alcuna utilità». Ed è vero: senza la matematica, bestia nera degli studenti italiani, non solo non si comprende l’universo, ma si azzererebbe anche tutta la tecnologia. «Credo però che in realtà la matematica sia la bestia nera di tutti gli studenti, non solo di quelli italiani. Anzi, posso affermare con assoluta certezza che gli studenti italiani hanno una preparazione di gran lunga migliore di quelli di tanti altri Paesi, inclusi gli Usa. Di fronte all'evidenza innegabile che tanti non sopportano la matematica, devo dire che in Italia la preparazione della scuola pubblica, soprattutto in matematica, è abbastanza buona: negli Usa insegno all'università a studenti dei primi due anni concetti di matematica che noi facciamo in maniera più approfondita già al liceo scientifico».

Questa materia è un po' come un'arte

E poi suggerisce, sulla base della propria esperienza, un modo diverso di vedere la matematica, per la quale si può anche rimanere folgorati da una passione totalizzante: «La matematica mi è sempre piaciuta, però per me questa materia è un po’ come un’arte, un gioco. Quando vado in ufficio e mi metto a lavorare, non vedo la matematica come un impiego, non mi sento obbligato a fare il mio lavoro, ma lo faccio perché lo voglio fare e mi diverto a farlo. È un po’ una sfida: se c’è un problema che non riesco a risolvere, mi piace pensarci, mi diverto a fare tanti tentativi finché lo risolvo. E alla fine è anche un po’ come un’arte, nel senso che, quando riesco a risolvere un problema, a scrivere un articolo, quella per me diventa un’opera d’arte che ho prodotto io: immagino che un pittore con un quadro provi una sensazione simile». Ecco allora che la matematica diventa lo strumento per scoprire un pezzetto di armonia dell’universo, «anche se poi è chiaro che potrebbe risultare difficile spiegare questa armonia a qualcun altro, condividere questi risultati e punti di vista: ma anche questo fa parte della sfida».

E' molto bello interagire con gli studenti

Da una parte, dunque, la ricerca, dall'altra l’insegnamento accademico: «Sono fortunato ad avere avuto l’opportunità di insegnare in tanti corsi, perché è molto bello interagire con gli studenti, è un’altra sfida riuscire a rendere interessante una lezione, a non spaventarli, a convincerli che la matematica è fattibile. Mi piace molto, mi sento fortunato ad avere questa opportunità. Andando avanti con gli anni, mi immagino poi che l’insegnamento diventerà sempre più importante nella professione accademica». Ai giovani suoi coetanei, di conseguenza, il dott. Sammartano non può che consigliare «di non avere paura delle discipline scientifiche: è un po’ tirare acqua al mio mulino, lo capisco, però voglio spezzare una lancia a favore della matematica, sfatando il mito che una persona laureata in questo ambito abbia come unico sbocco lavorativo l’insegnamento nella scuola media o superiore. Questo non è assolutamente vero, anzi, di tutti i miei colleghi laureati in matematica pochissimi insegnano a scuola e tutti hanno trovato lavoro abbastanza velocemente. Oltre che nell'università, dove spero di potere rimanere, ci sono sbocchi di lavoro nel settore dell’economia e della finanza o nelle società di consulenza; poi impieghi nel settore bancario ed informatico. Consiglierei anche ai giovani di sfruttare la risorsa università, perché noi italiani abbiamo un privilegio che è poterci laureare spendendo molto poco, cosa che in altre nazioni non succede. Gli studenti nell'ateneo dove lavoro pagano 70.000 dollari l’anno in tasse universitarie, un italiano si può aspettare di pagarne un migliaio di euro. E questa secondo me è una cosa da sfruttare».

Gli insegnanti italiani fanno miracoli

E il dott. Sammartano non manca di spezzare una lancia anche in favore della scuola italiana e, soprattutto, dei docenti che, a dispetto di «infrastrutture che lasciano abbastanza a desiderare, sanno dare il massimo: ci sono tante cose da migliorare, ma la qualità dell’istruzione è quella che conta e, secondo me, gli insegnanti italiani - che hanno uno stipendio basso, una carriera difficile dovendo aspettare tanti anni per diventare di ruolo e che si confrontano ogni giorno con i problemi di disciplina degli studenti - fanno miracoli riuscendo, nonostante tutte le difficoltà, a fornire una istruzione di qualità buona, migliore rispetto a quella di tante altre nazioni». Ed è grato in particolare ai 4 insegnanti di matematica che ha avuto rispettivamente alle elementari, medie, nel biennio e nel triennio del liceo che, riuscendo a coltivare una predisposizione che sicuramente sin da piccolo l’“Archimede” palermitano possedeva, «sono stati sempre molto bravi, preparati e, a modo loro, entusiasti della loro disciplina». E capaci di trasmettere, al giovane cervello, questa passione.

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