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Le percussioni? Questione... Di Vita

Il batterista catanese di fresco nominato direttore del Corso di batteria Pop/Rock del Conservatorio di Cosenza, racconta la sua passione per la musica. Che gli dà da vivere

Le percussioni? Questione... Di Vita

È appena stato nominato direttore del Corso di batteria Pop/Rock del Conservatorio Stanilslao Giacomantonio di Cosenza. Enzo Di Vita, docente di batteria, direttore dell’Area Ritmica del “Ma” di Catania, porta sulle spalle il peso, piacevole, di una carriera che lo ha visto al fianco di numerosi musicisti d’alto rango, lavorando, in parallelo, con i giovani.

«Recentemente - racconta - ho collaborato per quattro anni con Michele Zarrillo e ho suonato in giro con il “New project trio” formato da Domenico Cacciatore al basso e Mario Pappalardo al piano, una formazione di Funky Fusion».

Musica “suonata” e musica “insegnata”, quali le differenze?
«C è tanta differenza tra musica suonata ed insegnata. Quando suoni esprimi le tue sensazioni, la tua musicalità, il tuo talento. Sei tu e la musica. In qualsiasi contesto ti trovi è sempre un’emozione, un’esperienza nuova. La musica è tutta da scoprire... SEMPRE. Diciamo che quando suoni, quello che studi ti serve per esprimerti con il tuo strumento in qualsiasi contesto e genere di musica. Per essere sempre al passo con i tempi, per suonare bene, hai bisogno di una buona cultura musicale, molto ascolto e quindi una buona memoria storica. Ecco, oggi molti ragazzi non hanno una memoria storica e purtroppo si sente. Ne va dell’educazione e dell’interpretazione. Per suonare bene un genere devi sapere quello che è successo prima negli anni, l’evoluzione del tuo strumento, degli arrangiamenti. Con il tempo ho imparato che nella musica non ci sono regole, nulla è scontato. Sia in studio di registrazione che dal vivo ho sempre avuto modo di imparare qualcosa di nuovo anche dal punto di vista professionale e comportamentale che, apparentemente, non c’entra niente con la musica. L’umiltà ed il rispetto per quello che fai in quel momento è ciò che ti farà andare sempre più avanti nella tua carriera musicale. Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti artisti sia in studio che dal vivo: Consoli, Venuti, Ron, Nava, Bersani, Zarrillo, Spampinato, l’Orchestra della Rai, e ciò mi ha permesso di fare molta esperienza sul campo ed ho imparato tantissimo. Ecco, tutto questo cerco di metterlo al servizio dei miei allievi durante le master class. La tecnica, per qualsiasi strumento, oggi è fondamentale perché tutti gli strumenti hanno avuto un’evoluzione».

A questo proposito, che approccio hai con i tuoi studenti?
«Ai miei ragazzi cerco di far capire questo concetto. Magari li spremo un po’ (risata, ndr). Per quanto riguarda la tecnica mi soffermo molto su certi studi cosiddetti “noiosi” ma alla fine sono quelli che ti servono di più. Il mio approccio con gli allievi è quello di inculcare loro lo studio, il sacrificio, l’umiltà ed il rispetto per la batteria, per la Musica. La passione deve essere al di sopra di tutto e deve aiutarti ad affrontare il percorso con sacrificio ma anche con tanto divertimento. Ecco, quello che ho e voglio ancora dalla musica è il divertimento. Quando non ti diverti più vuol dire che sei arrivato al capolinea. Sai quante volte sali sul palco dopo aver litigato per le 100 euro delle spese ma poi, quando inizi a suonare, ecco che scompare tutto ed entri in quel mondo meraviglioso che è la musica. Adesso sto preparando con il mio manager un tour di clinics in tutta Italia. Questo mi farà suonare tanto davanti ai ragazzi e mi darà la possibilità come appunto accade nelle clinics che faccio di portare le mie esperienze, di raccontare, di mostrare ai ragazzi le tante vicissitudini, le fatiche dello studio continuo. Tanti esempi umani e professionali che ti portano a fare meglio questo splendido lavoro. Generalmente le clinics le tengo nelle scuole private di musica e nei Conservatori, appunto, perché da poco è entrata a far parte degli studi la batteria jazz-pop-rock. Tante volte mi trovo anche ad esibirmi nei negozi di strumenti musicali per conto delle aziende che mi sponsorizzano. Nelle clinics cerco di dare più consigli utili possibili. Sai, in tre ore generalmente, non hai molto tempo per dare tanto ai ragazzi, quindi cerco di ottimizzare il tutto e lasciare consigli, studi più utili possibili ed immediati. Mi esibisco con esercizi di vari generi, suono sulle basi e a volte mi chiedono di poter ascoltare i groove che ho suonato nei tanti dischi che ho fatto. E faccio spesso suonare i ragazzi per dare loro dei consigli, degli stimoli».

Essere un uomo, un artista del Sud. Essere siciliano e vivere e lavorare in questa terra. Quali sono i pro e i contro?
«Noi meridionali abbiamo una marcia in più, sarà il clima, boh, sarà non lo so (lo dice ridendo, ndr) ma è così. In tanti settori siamo più forti. Purtroppo abbiamo carenza di strutture e di organizzazione. Da quando avevo 16 anni tutti mi dicevano: ma perché non vai a Milano? Ma che ci fai qui? Ma che aspetti a trasferirti? Bene, io non l’ho mai voluto fare un po’ per paura un po’ per l’attaccamento che ho per questa terra. Su tante cose, anzi, mi pento, su altre sono felice così. Magari il mio curriculum oggi sarebbe di quattro pagine in più ma sono felice lo stesso. Tutto parte da Milano e Roma e certamente sei un po’ svantaggiato per la lontananza. Spesso si preferisce il musicista del luogo per l’immediata disponibilità, per le spese sicuramente inferiori. Però oggi fortunatamente le distanze ed i costi sono in gran parte abbattuti e quindi potrebbe essere più facile, ma restiamo comunque svantaggiati. Bisogna avere un punto di appoggio in queste città per poter essere presenti, stare lì nei momenti giusti. Diciamo anche che una volta che ti conoscono e ti stimano e se è una produzione grossa, non hanno nessuna remora a chiamarti anche perché, se ci pensiamo, se da Roma chiamo un musicista che vive a Milano, la distanza, in fin dei conti, è uguale. Purtroppo, le possibilità che hai in quelle città, parlo sempre di Milano e Roma, sono maggiori, quindi spesso penalizzano i musicisti siciliani anche a discapito della bravura. Quello che ho fatto, il nome che mi sono creato mi permettono oggi di lavorare tranquillamente nella mia terra e fuori (tranquillamente=crisi permettendo). Come ho detto prima, ho collaborato con Brando, Antonella Arancio, Carmen Consoli, Mario Venuti, Vincenzo Spampinato, Mariella Nava, Ron, Samuele Bersani, Michele Zarrillo, ho suonato nell’Orchestra Rai diretta dal maestro Pippo Caruso, musicista e persona splendida, unica, che purtroppo è scomparso di recente. Con ogni artista con cui ho suonato ho avuto un’esperienza diversa. Ognuno di loro ha un approccio diverso con la musica. C’è chi è più scrittore, chi più musicista...».

Qualche esempio?
«Penso a Michele Zarrillo, un grande musicista. Samuele Bersani è un poeta, la Nava unisce la sua poesia musicale ed intellettuale. Mario Venuti è uno degli artisti che amo di più; è bravissimo e mi diverto tantissimo a suonare la sua musica. Poi c’è la “cantantessa”. Carmen è unica, con lei ho un rapporto particolare. Ho registrato quasi tutti i suoi dischi sin dai primi provini per la Cyclope Records di Francesco Virlinzi, e la scomparsa di Checco è stata fatale per la città di Catania che, grazie a lui, era considerata la Seattle d’Italia. Quanti provini ho registrato per artisti che dal Nord venivano giù a cercare gloria con Virlinzi... Tornando al discorso, comunque, ognuno di loro mi ha lasciato tanto bagaglio umano e professionale, esperienze diverse. Lavorando con tanti artisti capisci con gli anni che la tua professionalità deve essere al servizio loro e quindi devi essere pronto a capire cosa vogliono, percepire le loro idee, la loro musica e, quindi, ripeto, suonare al loro servizio nel rispetto della loro musica. Se capisci questo, l’80% è fatto. Il restante 20% dipende dalla tua creatività. Sicuramente, quando lavori con un tuo progetto suoni in modo diverso, sei più protagonista e quindi metti più fantasia in quello che fai».
Hai citato tanti artisti con i quali hai lavorato. C’è qualcun altro con il quale ti piacerebbe collaborare?
«Beh, non so con chi mi piacerebbe suonare. Ce ne sono tanti che ascolto e mi piacciono. Tra gli italiani ho sempre amato Fabio Concato, Renato Zero e tanti altri ancora. Mi divertirei moltissimo, vista la mia anima funky, con i Dirotta su Cuba».

Poi ci sono gli stranieri...
«E dai, sogniamo un poco! Se un giorno dovessi suonare con Bruno Mars? (e qui parte un’altra risata, ndr). Bellissimo, bellissimo...».

Con la musica, e di musica, si può vivere? Insomma, consiglieresti, oggi, ad un adolescente, di dedicarsi anima e cuore alla musica?
«Oggi la situazione, purtroppo, non è rosea. In tutti gli ambiti lavorativi siamo in un momento particolarmente critico. La musica, purtroppo, è la prima a risentire della crisi. Non si vendono più dischi, non si fanno più tanti concerti, non ci sono più i soldi di una volta. E’ difficile prevedere un futuro roseo ma sai, chi è appassionato, chi ha talento e voglia, non lo ferma nessuno. Magari si fa più fatica a vivere ma comunque sei felice. Certo, tornando al discorso di prima, la nostra terra offre poco ma oggi anche al nord ho tanti amici bravissimi che lavorano poco. Magari ragionerò male ma la mia testardaggine, i miei sacrifici e la mia passione mi hanno portato a vivere di musica. Ho sempre fatto questo nella vita, ho iniziato a studiare a sei anni e da allora è stato amore, passione e volontà. Il nostro mestiere è fatto di sacrifici, ansie, paure, rinunce e privazioni. Alla fine, comunque, se vali qualcosa, prima o poi arriverai al tuo scopo. Sì, dico che se vuoi si può vivere di musica senz’altro. Si deve studiare una vita, stare al passo con i tempi, sacrificarsi ma si può vivere. Oggi quindi lo consiglio anche perché chi ama la musica come me non vede altri sbocchi. Chi ama la musica vivrebbe malissimo facendo un altro mestiere, non si può. Quindi, ragazzi, siate pronti a tutto ma fatelo se veramente amate la musica».

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